La stagione regolare NBA finisce quando i giocatori smettono di giocare. I premi finiscono quando i giornalisti smettono di discutere, cioè mai. In mezzo ci sono le schede di voto: sei categorie, un vincitore ciascuna, e la certezza che qualcuno su internet spiegherà perché ogni singola scelta è sbagliata. Queste sono le mie.


DEFENSIVE PLAYER OF THE YEAR

Non esiste una corsa al DPOY 2025-26. Esiste Victor Wembanyama, e poi esiste un gruppo di giocatori eccellenti che hanno avuto la sfortuna di giocare nella sua stessa epoca.

I numeri dicono quello che i numeri devono dire: 3.1 stoppate di media, le più alte della lega per il terzo anno consecutivo, 197 totali con un margine di oltre 50 sul secondo classificato. Ma le stoppate, con Wembanyama, sono la parte meno interessante della conversazione. Il dato che racconta meglio cosa significhi averlo dall’altra parte del campo è un altro: solo il 26.1% dei tiri avversari è arrivato al ferro con lui in campo. Non li ha respinti, li ha cancellati prima che esistessero. Gli attaccanti NBA, professionisti pagati per prendere decisioni in frazioni di secondo, guardano Wembanyama pattugliare l’area e decidono che no, forse è meglio tentare un mid-range contestato. Il gergo tecnico è “business decision”. Il significato reale è resa preventiva. San Antonio ha chiuso la scorsa stagione con la venticinquesima difesa della lega. Quest’anno è terza. L’unica variabile significativa nel mezzo è che Wembanyama ha giocato più partite e con meno restrizioni di minutaggio. Con lui in campo, gli Spurs concedono 104.8 punti per 100 possessi in minuti non-garbage, secondo Cleaning the Glass, un numero più basso della miglior difesa full-season della lega. Quando si siede, il dato sale di quasi sei punti.

Chet Holmgren ha numeri che, in qualsiasi altra stagione, sarebbero sufficienti per vincere. Gioca nella miglior difesa della NBA a Oklahoma City: 103.3 punti concessi per 100 possessi con lui sul parquet, con gli avversari che tirano un misero 47.7% al ferro quando lui è il difensore più vicino, il dato migliore tra i giocatori con almeno 60 presenze. Holmgren è lungo, mobile, intelligente nel posizionamento, e gioca per la squadra che concede meno di tutte. In un universo parallelo senza un francese di due metri e venticinque che altera la geometria stessa del gioco, Holmgren vincerebbe senza grosse discussioni. Ma non siamo in quell’universo.

Rudy Gobert, intanto, continua a fare quello che Gobert fa da un decennio: rendere Minnesota una difesa completamente diversa con la sua sola presenza. Il differenziale on/off dei Timberwolves (14.6 punti per 100 possessi in più quando lui è fuori) è il più alto della lega per qualsiasi giocatore, ed è il tipo di numero che in teoria dovrebbe pesare nel voto. Non peserà abbastanza quest’anno, ma con quattro titoli già in bacheca il buon Rudy può accontentarsi del terzo posto.

Il vero interrogativo non è se Wembanyama vincerà, ma se diventerà il primo DPOY unanime nella storia del premio. Non è mai successo. Non con Olajuwon, che in una singola stagione vinse MVP, DPOY e Finals MVP. Non con Robinson, che nel suo anno migliore in difesa combinava stoppate e recuperi a livelli che nessun centro aveva mai raggiunto. Non con Mutombo, che di DPOY ne ha vinti quattro e il cui dito alzato dopo ogni stoppata è diventato il gesto più iconico della difesa NBA. La storia del premio suggerisce che qualcuno, da qualche parte, troverà un motivo per mettere un altro nome in cima alla propria scheda: per contraddizione, per lealtà locale, per il gusto di non essere unanime. Ma se c’è mai stata una stagione in cui l’unanimità sarebbe giustificata dalla pura evidenza, è questa.


MOST IMPROVED PLAYER

Il MIP è il premio NBA con il rapporto più instabile tra ciò che dovrebbe misurare e ciò che misura. In teoria premia il giocatore più migliorato. In pratica premia il giocatore il cui miglioramento è più facile da raccontare, il che non è la stessa cosa, ma è abbastanza vicino da funzionare quasi sempre.

Nickeil Alexander-Walker è passato da 9.4 punti di media la scorsa stagione a 20.4 in questa, alla settima stagione NBA, alla quarta franchigia. È il terzo incremento di scoring più alto degli ultimi venticinque anni. E non è un caso di inflazione da minutaggio: l’aumento è di soli 7.9 minuti a partita, il che significa che il salto di produzione è reale, non un artefatto di ruolo. Il True Shooting è ai massimi in carriera, il tiro da tre è al 39.4% su otto tentativi a partita, numeri da tiratore di élite, non da giocatore che ha semplicemente iniziato a sparare di più. Il percorso è la parte migliore della candidatura. Alexander-Walker era un talento da primo giro che per sei stagioni non aveva trovato una collocazione stabile. A New Orleans non era mai diventato ciò che la franchigia sperava. A Minnesota si era ritagliato un ruolo da ala 3-and-D solido, rispettabile ma non memorabile. Il trasferimento ad Atlanta, con il vuoto creato dalla cessione di Trae Young e la pista lasciata libera per Jalen Johnson, gli ha dato uno spazio che non aveva mai avuto. E lui lo ha riempito con qualcosa che non aveva mai mostrato: la capacità di creare per sé e per gli altri con un repertorio offensivo fatto di movimenti e cambi di ritmo che nessuno gli riconosceva. È lo stesso giocatore in un contesto che finalmente gli chiede di essere tutto quello che può essere. Il fatto che resti il terzo nella lega per palle perse forzate agli avversari conferma che il lato difensivo, quello su cui aveva costruito il suo valore a Minnesota, non è stato sacrificato sull’altare della produzione balistica.

Jalen Duren è forse un candidato sottovalutato. Il centro di Detroit è migliorato su entrambi i lati del campo senza cambiare ruolo, senza cambiare sistema, senza un evento catalizzatore evidente. Ha semplicemente iniziato a giocare meglio: il palleggio è più sicuro, i turnover sono calati, la protezione del ferro è diventata di livello altissimo. I Pistons sono il primo a seed a Est, e lo sono anche perché Duren ha fatto il salto da giovane promessa ad All Star che tiene in piedi un reparto. Il problema è che Detroit ha cambiato così tanto rispetto alla scorsa stagione che isolare il contributo di Duren dal miglioramento collettivo è un esercizio complicato. E i votanti, quando il contesto è rumoroso, preferiscono la storia più pulita.

Ryan Rollins è la storia più bella delle tre. Draftato al secondo giro da Golden State nel 2022, spedito a Washington nel pacchetto Jordan Poole, tagliato dai Wizards, e infine ripescato da Milwaukee con un two-way contract: il percorso di un giocatore che sembrava destinato alla G League in modo permanente. La scorsa stagione, in 56 presenze con i Bucks, produceva 6.2 punti a sera. Quest’anno, con il vuoto lasciato da Lillard e le assenze di Giannis, Rollins gioca oltre 30 minuti a partita e produce più di 17 punti e quasi 6 assist di media. È il tipo di trasformazione che il MIP dovrebbe celebrare nella sua forma più pura: un giocatore che nessuno considerava e che è diventato un titolare produttivo su una squadra NBA. Ma il premio ha smesso da tempo di premiare la sorpresa assoluta: premia il salto verso lo status di All-Star, o qualcosa che gli assomiglia. E Alexander-Walker è più vicino a quel livello di quanto Rollins potrà mai essere, oltre a essere un una squadra migliore.

Alexander-Walker vince perché la sua storia è la più leggibile, la sua trasformazione la più documentabile, e il suo impatto su Atlanta il più tangibile. A -1200 nelle quote, è il favorito più pesante della stagione per qualsiasi premio. Le quote non hanno sempre ragione, ma quando il margine è questo, stanno scommettendo su qualcosa di molto vicino a una certezza.


SIXTH MAN OF THE YEAR

Per due decenni, tra gli anni Ottanta e i Novanta, questo premio andava al giocatore che usciva dalla panchina e segnava più canestri in meno tempo: Jamal Crawford, Lou Williams, andando più indietro The Human Microwave Vinnie Johnson. Poi, gradualmente, i votanti hanno iniziato a pesare il contesto: non basta segnare dalla panchina, bisogna farlo su una squadra che vince. Negli ultimi cinque anni, ogni vincitore ha giocato per una squadra da almeno 50 vittorie. Il premio non è stato riformulato, ma il criterio sì.

Keldon Johnson si inserisce in questa logica con una precisione certosina. San Antonio è la seconda forza a Ovest, ha superato le 60 vittorie, e Johnson è il veterano più longevo del roster, l’unico Spur rimasto da prima dell’era Wembanyama. Il suo ruolo dalla panchina non è quello del realizzatore compulsivo: è il giocatore che tiene insieme il secondo quintetto, che detta il ritmo dello spogliatoio, che porta un’energia da titolare in minuti da riserva. I numeri offensivi sono efficienti senza essere appariscenti, il che è esattamente ciò che San Antonio gli chiede.

Jaime Jaquez Jr. è un assegno circolare. Il suo gioco è solido, fisico, a tratti brutale: penetrazioni di forza, gioco in post basso, la capacità di dominare i secondi quintetti avversari con un repertorio che non somiglia a quello di nessun altro sesto uomo nella lega. In un premio che si chiamasse “Stronger Sixth Man of The Year”, Jaquez vincerebbe senza appello. Ma il premio non si chiama così, e gli Heat non hanno il record per sostenerlo.

Naz Reid è il candidato con il miglior curriculum. Ha già vinto il premio nel 2023-24, e quest’anno i numeri sono comparabili o migliori: quasi 14 punti a partita, tiro da tre al 36.5%, e per la prima volta in carriera aggiunge la difesa con almeno una stoppata e un recupero di media, con un DefRTG all’84º percentile. I Timberwolves concedono 3.2 punti in meno per 100 possessi quando Reid è in campo. Il problema è che Minnesota quest’anno non è la squadra che era nel 2023-24, e questo pesa in un premio dove il contesto conta quanto la performance.

La corsa al Sixth Man 2025-26 è stata la più volatile della stagione: otto favoriti diversi nelle quote nell’arco di otto mesi, un valzer di nomi che ha incluso anche Nickeil Alexander-Walker, Anthony Black e Ajay Mitchell prima che infortuni e cambi di ruolo li eliminassero dalla conversazione. Johnson è arrivato in testa nel finale, e ci è rimasto.


COACH OF THE YEAR

Il Coach of the Year è il premio che la NBA assegna al coach della squadra che ha reso più ridicole le previsioni di settembre. Non è il premio per il miglior allenatore (se lo fosse, vincerebbero sempre gli stessi tre o quattro nomi) ma per quello che ha prodotto il divario più ampio tra aspettative e risultati. È un premio che misura la sorpresa più che la competenza, il che spiega perché alcuni dei migliori coach della storia l’hanno vinto una sola volta o mai.

J.B. Bickerstaff ha tutte le carte per mettere le mani sull’argenteria. Detroit è il primo seed nella Eastern Conference, con un record che ha polverizzato il win total pre-stagionale di ESPN fissato a 46.5 vittorie. La narrazione era che i Pistons fossero un progetto in costruzione, giovani interessanti, ma nessuna aspettativa immediata da contender. Bickerstaff li ha trasformati in una squadra con un’identità difensiva precisa e un attacco costruito attorno alla crescita esplosiva di Cade Cunningham, candidato MVP per buona parte della stagione. Il colpo di scena è arrivato nel finale: Cunningham ha subito un collasso polmonare a metà marzo e ci si aspettava che questo avrebbe avuto forti ripercussioni. Ma i Pistons hanno perso il loro miglior giocatore e sono andati 9-3 senza di lui, mantenendo il primo posto a Est. Questo è il tipo di dettaglio che separa una candidatura forte da una candidatura vincente. Detroit non ha solo superato le aspettative: le ha superate in un modo che ha richiesto a Bickerstaff di reinventare il piano di gioco in corsa, senza il pezzo più importante della sua scacchiera.

Joe Mazzulla ha un argomento altrettanto convincente, costruito su premesse diverse. Boston doveva essere una squadra in transizione: Jayson Tatum fuori per gran parte della stagione con un infortunio al tendine d’Achille, il roster rimaneggiato dalle cessioni estive dettate dal taglio del monte salari. Il win total pre-stagionale era fissato 41.5, un livello da borderline play-in. Invece, i Celtics sono secondi a Est e dopo il ritorno di Tatum sono diventati per molti (compreso il sottoscritto) i favoriti della conference. Mazzulla ha fatto qualcosa di raro per un coach che aveva costruito la sua reputazione su un sistema offensivo specifico: ha cambiato approccio, puntando sul mid-range e sul rimbalzo offensivo per compensare l’assenza dei suoi due migliori passatori (Tatum e Jrue Holiday, ceduto in estate). Boston tira poco da tre rispetto agli standard recenti, commette pochi falli, perde pochi palloni. In un’altra stagione, senza Detroit, tutto questo basterebbe per vincere il premio. In ogni caso, secondo il buon Joe si tratta di un premio stupido, per cui dubito che ci perderà il sonno.

Mitch Johnson è il candidato con la trasformazione più spettacolare sulla carta: San Antonio è passata da 34 a oltre 60 vittorie. Ma il premio del Coach of the Year ha un rapporto complicato con le squadre che migliorano grazie a un talento generazionale. Se hai Victor Wembanyama candidato MVP, quanto del merito va all’allenatore e quanto al giocatore che altera la fisica stessa del gioco? Johnson ha fatto un lavoro eccellente (gli Spurs hanno vinto 11 partite su 16 senza Wembanyama, segno che il sistema funziona anche senza il suo pilastro) ma il premio tende a penalizzare chi ha il vantaggio di allenare il miglior talento disponibile.

Bickerstaff vince perché la sua ricetta combina i due ingredienti che i votanti pesano di più: il superamento delle aspettative e la capacità di gestire l’avversità. Detroit non doveva essere qui, e quando ha perso il giocatore senza il quale non avrebbe dovuto esserci, ci è rimasta lo stesso.


ROOKIE OF THE YEAR

Cooper Flagg è il giocatore più spettacolare della classe. È la prima scelta assoluta, un diciannovenne che ha segnato 51 punti contro Orlando, primo teenager nella storia della NBA a raggiungere quella soglia. Due sere dopo ne ha aggiunti 45 contro i Lakers, con nove assist e otto rimbalzi. Ha tre delle quattro partite da 45+ punti mai giocate da un teenager nella storia del campionato. Le sue medie stagionali (21.2 punti, 6.6 rimbalzi, 4.5 assist) lo collocano in una compagnia che include solo Luka Dončić tra i teenager debuttanti degli ultimi vent’anni. Difende, crea per gli altri, ha il tipo di presenza fisica e mentale che giustifica il fatto di essere stato scelto davanti a tutti. Il problema è tutto il resto. Dallas ha vinto meno di un terzo delle proprie partite, il che significa che molte delle sue esplosioni offensive sono arrivate in partite senza conseguenze, un punto che Skip Bayless ha sollevato con la grazia che gli è consueta, parlando di garbage time points, ma che contiene un nucleo di verità scomodo. Di certo, premio o non premio, sky is the limit.

Kon Knueppel ha giocato tutte le partite tranne una. Ha tirato da tre al 43% su quasi otto tentativi a sera, frantumando il record NBA per triple segnate da un rookie (265 e oltre, polverizzando le 206 di Keegan Murray) e guidando l’intera lega, non solo i debuttanti, nella classifica delle triple realizzate. Il suo True Shooting al 63.7% è il secondo più alto di sempre per un rookie. Charlotte è passata da 19 vittorie la scorsa stagione a 43 con lui in campo, un’inversione di rotta di cui Knueppel è stato parte strutturale, non decorativa. Le medie grezze (18.7 punti, 5.3 rimbalzi, 3.4 assist) cedono a quelle di Flagg in ogni categoria. Ma normalizzate per 36 minuti il divario si riduce a un punto, un rimbalzo e un assist. E su tutto il resto, efficienza, impatto sul record della squadra, continuità, Knueppel è avanti. Secondo ESPN, il suo contributo offensivo in net points è il terzo dell’intera NBA con gli unici giocatori sopra di lui in questa metrica che rispondono ai nomi di Anthony Edwards e Jalen Brunson. Non è il profilo di un debuttante: è quello di un All-Star, in un corpo da rookie.

V.J. Edgecombe è il terzo nome che merita di essere sulla scheda. Il suo 16 punti, 5.6 rimbalzi e 4 assist di media con Philadelphia, uniti al primato tra i rookie per recuperi con 1.4 a partita, raccontano una stagione da debuttante già maturo. Ma la corsa al ROY è diventata un affare a due così presto nella stagione che Edgecombe è stato relegato al ruolo di comprimario prima ancora di avere la possibilità di ipotizzare di avere una chance.

La scelta di Knueppel è un voto su quello che questo premio dovrebbe misurare: la miglior stagione da rookie, non il miglior talento da rookie. Flagg sarà quasi certamente il miglior giocatore di questa classe tra tre anni, probabilmente lo è già adesso, a giudicare dalla versatilità del suo gioco e dalla sua capacità di dominare partite in modi diversi ogni sera. Ma il premio non si chiama “Future MVP of the Year”. Si chiama Rookie of the Year, e la stagione di Knueppel è quella che merita il trofeo.


MOST VALUABLE PLAYER

L’MVP 2025-26 ha tre candidati che, in tre stagioni diverse, potrebbero vincere il premio senza grandi discussioni (quattro, se contiamo Luka Doncic estromesso in dirittura d’arrivo dall’infortunio al bicipite femorale). Il fatto che siano nella stessa è il motivo per cui la corsa per questo premio è stata interessante da seguire, al netto dei patemi per far sì che due dei tre candidassi raggiungessero la quota minima di 65 partite per essere ammissibili.

Il caso Jokić è quello che sulla carta appare più inattaccabile. È il primo giocatore nella storia NBA a guidare la lega in rimbalzi e assist di media nella stessa stagione, il tutto con un’ennesima tripla doppia di media e split di tiro a 57.5/39.4/83.2. Secondo il tracking di Databallr, nessun giocatore nella lega crea più punti per la propria squadra in ogni singolo possesso. Il modo in cui Jokić gioca a basket, la lentezza deliberata, il controllo totale del tempo e dello spazio, la capacità di trovare il passaggio che non esiste, non ha equivalenti nella storia del gioco. Se il premio misurasse (davvero) chi rende migliori i propri compagni, la conversazione finirebbe qui. Ma l’MVP non misura solo quello, e la stagione di Jokić ha avuto un’interruzione che ne ha compromesso la traiettoria. L’infortunio al ginocchio sinistro ha tolto partite in un momento in cui il distacco da Gilgeous-Alexander era minimo, e Denver è quarta a Ovest, abbastanza in alto da non rendere irrilevante la candidatura, ma non abbastanza da reggere il confronto con il record del rivale.

Il caso Wembanyama è quello che ha avuto il late push più deciso. Le sue medie (25 punti, 11.5 rimbalzi, 3.1 stoppate, con split del 51.2% dal campo, 34.9% da tre e 82.7% ai liberi) descrivono solo in parte un giocatore che non appartiene a nessuna categoria storica perché ne sta creando una nuova. È contemporaneamente il favorito schiacciante per il DPOY e un candidato credibile per l’MVP, una combinazione che nella storia della lega è riuscita solo a Michael Jordan e Hakeem Olajuwon. San Antonio è seconda a Ovest con oltre 60 vittorie, una trasformazione che porta la sua firma più di quella di qualsiasi altro singolo giocatore nella lega: la difesa degli Spurs, come si è visto, è un’entità diversa con e senza di lui. Il limite della candidatura di Wembanyama non è nei numeri o nell’impatto: è nella soglia delle 65 partite, che ha rischiato di non raggiungere fino alle ultime giornate a causa di una serie di infortuni distribuiti nell’arco della stagione. e in statistiche che per quanto roboanti non differiscono così tanto da quelle della passata stagione. L’MVP è anche una questione di presenza costante, e l’incertezza attorno alla sua eleggibilità ha tolto slancio a una candidatura che, sul piano del puro merito sui due lati del campo, avrebbe potuto essere la più convincente delle tre.

Il caso Gilgeous-Alexander è quello costruito sulla combinazione di eccellenza individuale e successo di squadra più consistente dell’intero campionato. Oltre 31 punti e 6.6 assist di media, con un True Shooting ai massimi storici per un giocatore da 30+ punti a partita e un plus/minus che è il più alto della lega per distacco. Oklahoma City ha il miglior record NBA con oltre 60 vittorie. SGA ha battuto il record di Wilt Chamberlain per partite consecutive con almeno 20 punti segnati, una statistica che ha raggiunto quota 141… and counting. In un sondaggio sull’MVP condotto da The Athletic tra i giocatori NBA, ha ricevuto quasi il doppio dei voti del secondo classificato. I colleghi che lo affrontano ogni sera lo considerano il miglior giocatore della lega, e quando il consenso tra pari raggiunge quel livello, il dato pesa più di qualsiasi metrica avanzata.

SGA non ha l’argomento più spettacolare (quello è di Wembanyama) né quello statisticamente più puro (quello è di Jokić). Ha quello più completo: produzione élite, efficienza storica, record di squadra dominante e il tipo di costanza di una stagione senza punti deboli. In un anno in cui il premio avrebbe potuto andare legittimamente a tre giocatori diversi, il secondo MVP consecutivo va al giocatore che ha lasciato meno spazio alla controargomentazione.

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