Inizio a rilento, minore alchimia nello spogliatoio dopo la batosta dei vecchi playoff, una leggera ripresa, l’all in su James Harden e un’altra intelligente trade: questi sono i temi che hanno caratterizzato finora la stagione di Cleveland e che tratteremo in questo pezzo. Il tutto condito dall’innumerevole sequela di infortuni che attanaglia il team da inizio anno fino ad oggi.
Basti pensare che nel momento in cui scriviamo risultano acciaccati il lungodegente Strus, Mitchell e Wade ad inguine e caviglia e il nuovo arrivato Ellis, per non parlare dello stesso Harden, la cui frattura composta al pollice viene per adesso trattata in maniera conservativa, con l’uso di un mini tutore, che nella trasferta a Brooklyn ha comunque ottenuto gli effetti sperati (22pt, 9 rimbalzi, 8 assist).
La stagione odierna, arrivata verso Natale con un record quasi paritario al 50%, e dunque sotto le aspettative, è sostanzialmente iniziata il 13 maggio dell’anno scorso, al termine della netta sconfitta contro Indiana al secondo turno playoff. Quella mazzata, giunta dopo una strabiliante regular season da 64W, primato secondo soltanto ai Thunder dopo un testa a testa entusiasmante, ha viziato il resto del cammino di Cleveland fino ai giorni d’oggi.
Probabilmente infatti, nella testa di coach Atkinson, Mitchell e gli altri leader, perdere così facilmente un contesto da win or go home, ha abbassato inconsciamente le sicurezze fin lì accumulate, specialmente perché al loro cospetto i Pacers – decisamente underdogs nelle quote d’epoca – e gli stessi Thunder fecero invece vedere una resilienza mentale nettamente maggiore, oltre alla capacità di segnare e difendere in modo impeccabile durante tutta la postseason.
Quel che portò alle Finals le due franchigie, ovvero giocatori privi di paura e altresì ricchi di personalità, è proprio ciò che difatti è clamorosamente mancato ai Cavaliers, mai capaci di reagire alle avversità e anzi quasi buttatisi via nel corso della citata serie, con le ultime 2 gare in pratica mai in equilibrio.
Tutto ciò ha certamente lasciato strascichi in uno skipper che ha cominciato a soffrire i giusti paragoni con JB Bickerstaff, e nella rosa che sul più bello si è rivelata evidentemente incompleta e priva di scorer affidabili di supporto a Mitchell nei periodi clutch, e che quindi ha determinato pure il cammino zoppicante di inizio stagione.
La trade per il Barba di febbraio è perciò quanto di più necessario servisse per dare uno scossone a tutto l’ambiente e immettere nel parquet un altro primo violino, soprattutto perché il sacrificato di turno assieme ad un secondo giro, l’ottimo nonché redento Garland della vecchia regular season, è rimasto inattivo per più di 16 gare e quando nel parquet ha ridotto le egregie medie del passato recente, oltre a non eccellere mai nella propria metà campo.
L’11 volte All Star ha sì 10 anni in più di Garland, una storia poco incline a fedeltà ed attaccamento alla maglia e la plausibile player option da oltre 40 milioni dietro l’angolo, ma non è mai stato un atleta da coast to coast o transizioni difensive, perciò non dà ancora a vedere segni di cedimento su fisico e nel suo stile di gioco, uno stile che dal suo prime a Houston fino ai Clippers ha cambiato le regole moderne del basket, con schemi appositamente chiamati per i suoi incontrastabili isolamenti, da concludere in lay up o con scarichi nel perimetro per aprire il campo, ad altissima percentuale di successo.
Gli stessi Cavs possono vantare un bell’arsenale con cui assecondare the Beard in attacco: un centro vecchio stile (Allen) e un lungo all around come Mobley da assistere in lob, tanta attitudine dall’arco con la stella emergente di Jaylon Tyson, sophomore primo giro e numero 1 NBA per percentuale da 3, che fanno perciò dei ragazzi di Atkinson il sesto team di lega sia per conclusioni dalla lunga che nei possessi in pick and roll.
Musica per le orecchie dell’iconico prospetto da Arizona State College, grazie al quale i lunghi hanno aumentato la loro percentuale realizzativa del 3.3% con lui sul parquet, ben disponibile infatti a ridurre gli uno contro uno per dividere la scena con Donovan Mitchell, oramai stella di eccelsa grandezza, e un plotone di qualitativi utility player.
Altri orizzonti e nuova linfa vitale dunque per Cleveland e inediti playbook con cui svariare maggiormente e “faticare” meno per l’eccentrico californiano, che dal suo avvento vede i Cavs stare 7-1, aumentare i viaggi in lunetta, la percentuale da fuori e una Off Rtg di quasi 12 punti superiore a quella con Garland point guard, ma soprattutto riproporsi come contendente per il secondo posto ad Est. Una conference che senza la nemesi Pacers, in mini rebuilding aspettando il rientro di Haliburton, scruta numerosi falchi affacciarsi all’orizzonte e provare l’assalto alle Finals: un’occasione irripetibile sia per Cleveland che le altre avversarie limitrofe.
Non è ovviamente tutto oro ciò che luccica, e la storia cestistica di Harden parla sì di impatti devastanti in ogni suo cambio di casacca, ma anche di barche in avaria abbandonate. E’ sostanzialmente successo sia a Houston che Brooklyn, Philadelphia e Clippers, con la scusa di voler andare a vincere altrove, dimenticando però che in quei contesti c’era già la possibilità di farlo, ma che, con lui fra i protagonisti, non è invece avvenuto, anche e soprattutto a causa di terribili nonché discutibili prestazioni in post season,
In vista dei Playoffs, ci piace l’acquisizione di Keon Ellis, ottimo D-men fra i tanti senza più stimoli a Sacramento, arrivato sacrificando l’ormai penalizzato Hunter ma “accollandosi” il salario di Schroder, comunque sempre un usato sicuro. Chissà se basterà.
Di certo, la pietra angolare di ogni prospettiva futuristica sarà sempre Donovan Mitchell, capace inesorabilmente di progredire in carriera ogni statistica offensiva, ed oggi settimo NBA per punti a gara (28.5) ed in crescendo sulle percentuali dal campo, in lunetta e dalla lunga, recuperate, stoppate e assist.
Una stella immarcabile che però avrà bisogno di maggior aiuto, specialmente in personalità, sia dalle new entry che dai vecchi leader di spogliatoio, per non ripetere il fallimento epico della scorsa postseason.
“Malato” di sport a stelle e strisce dagli anni 80! Folgorato dai Bills di Thurman Thomas e Jim Kelly, dal Run TMC e Kevin Johnson, dai lanci di Fernando Valenzuela e dal “fulmine finlandese”. Sfegatato Yankees, Packers, Ravens, Spurs e della tradizione canadese dell’hockey.

