Saranno a secco di titoli NBA dagli anni Settanta, ma i New York Knicks sono sempre una di quelle squadre che fanno sempre discutere nel bene e nel male. A maggior ragione quando la franchigia è considerata in grado di competere per il Larry O’Brian Trophy che manca nella propria bacheca dal lontanissimo 1973.

La stagione corrente è già da considerarsi più che positiva in quanto i Knickerboxers sono riusciti ad aggiudicarsi un titolo, seppur non quello più importante, vincendo la terza edizione della NBA Cup dopo aver battuto i San Antonio Spurs di Victor Wembanyama lo scorso 16 dicembre. Del resto gli investimenti sono stati piuttosto importanti dal ritorno tra le big, ma lo scorso anno in finale di conference i Knicks si sono arresi ai rivali storici degli Indiana Pacers, poi sconfitti più che onorevolmente in finale contro gli Oklahoma City Thunder.

Karl-Anthony Towns alza la NBA Cup vinta dai Knicks

Karl-Anthony Towns alza la NBA Cup vinta dai Knicks

Benchè il risultato fosse il migliore della New York cestistica dal 2000, quando arrivarono le NBA Finals perse per 4-0 contro gli Spurs e dopo aver battuto i Pacers nel turno precedente (è sempre interessante notare come la storia sportiva e non solo sia ciclica) l’eliminazione alla penultima serie playoff ha segnato la fine dell’era Tom Thibodeau, il coach che aveva riportato in alto i Knicks ma che al contempo aveva ricevuto critiche soprattutto sulla gestione delle rotazioni: i Knicks ruotavano in 8 se non in 7 e questo portava puntualmente a finire la stagione con il roster stanco e infortunato.

Così da quest’anno è Mike Brown ad avere il difficilissimo compito di gestire una squadra che da più di cinquant’anni attende un titolo in una piazza tra le più esigenti in assoluto della lega. L’arruolamento dell’ex coach dei Sacramento Kings, rilanciatosi in California dopo essere riuscito a riportare ai playoff la squadra della capitale dello Stato, è stato seguito dalla ricchissima estensione del contratto di Mikal Bridges che si è assicurato da New York ben 133 milioni di bigliettoni fino al 2030.

Mike Brown, scelto da New York a vent'anni dalla sua prima stagione da head coach

Mike Brown, scelto da New York a vent’anni dalla sua prima stagione da head coach

Una New York con le carte in regola dunque, e una stagione in cui quanto è accaduto e sta accadendo nelle squadre della Eastern Conference hanno ulteriormente favorito i Knicks al punto che si potrebbe prospettare uno scenario da ora o mai più: i Pacers sono stati funestati dall’infortunio per la stagione di Tyrese Haliburton, i Celtics da quello di Jayson Tatum, squadre di medio livello come Orlando e Chicago non stanno dimostrando di poter migliorare le loro potenzialità da centro-classifica et dulcis in fundo i Milwaukee Bucks sono alle prese con la telenovela Giannis Antetokounmpo la cui permanenza della Green Bay questa volta sembra arrivata davvero al termine.

Con una delle principali accreditate ai servigi del Greek Freak rappresentata proprio da New York. Aspetto sul quale ovviamente torneremo.

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Dopo tante premesse è però l’ora di parlare del campo. E il campo sta finora decretando una stagione indubbiamente d’alta classifica per i New York Knicks, secondi nella loro Conference con 30 vittorie su 48 gare, nonchè un periodo positivo per la squadra allenata da Brown suggellato da una striscia aperta di 5 vittorie. Ma pur con la succitata vittoria della NBA Cup, non è un dominio come le circostanze avrebbero potuto consentire.

Dicevamo che la squadra non perde dal 19 gennaio quando imbarcò 17 punti a domicilio dai Dallas Mavericks. Il 2026 si era però aperto piuttosto male: delle 10 gare giocate prima che il derby coi Brooklyn Nets rilanciasse le quotazioni dei Knicks (vittoria di 54 punti, 120-66, lo scarto più largo inflitto nella storia lunghissima della franchigia) ne erano state vinte appena due, e tra le sconfitte registriamo il -31 in casa dei Detroit Pistons attualmente primi nella Conference con un distacco di ben 5 gare nei confronti della stessa New York.

Così dopo la sconfitta con Dallas sono arrivati impietosi i fischi dell’esigentissimo pubblico del Madison Square Garden, timoroso di vedere un’altra squadra che crede di poter arrivare in fondo ma si ferma più o meno vicino al bersaglio grosso senza riuscire a centrarlo. Con qualche riflessione postuma su quanto, alla fine, non si fosse neanche così competitivi.

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La conferenza stampa di Mike Brown è stata decisamente accesa, il coach ha rimarcato con parole fortissime come i suoi giocatori nell’occasone non abbiano fatto il proprio dovere affermando di averli severamente ripresi durante l’intervallo incitandoli a onorare l’impegno per cui ricevono fior di milioni. Da lì la squadra ha risposto con le cinque vittorie, arrivate però con avversarie non proprio di prima fascia: il derby con Brooklyn (certo, sempre una partita sentitissima dall’ambiente newyorkese) poi i Sixers in difficoltà da anni, i Kings il cui momento di gloria è già finito da tempo, i Raptors quarti a Est ma ancora in fase di definizione dei loro obiettivi e i Trail Blazers battuti di 30 punti al Garden.

E a questo punto lo stato di salute della Eastern Conference, che come dicevamo ha sicuramente favorito sulla carta i Knicks, assume un altro aspetto quando si tratta di analizzare cosa potranno aspettarsi i moltissimi fans della Grande Mela nella seconda parte della stagione, quella più importante.

Perchè possiamo tranquillamente dire che le cose non stiano andando male quando si parla del secondo posto nel proprio girone in cui le avversarie a vario titolo affrontano difficoltà (e neanche tutte, se pensiamo che ormai i Pistons sono da mesi ai piani alti e hanno tutta l’intenzione e le potenzialità di restarci) ma il confronto con le pretendenti al titolo della Western Conference, dai lanciatissimi Thunder ai Nuggets di Nikola Jokic passando per i Lakers di Doncic e James e i Rockets di Kevin Durant, attualmente penalizza i Knicks in vari casi.

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Il loro record infatti è paragonabile proprio a quello dei Rockets, che sono 30-17 ma a Ovest sono quarti e stanno a loro volta affrontando problemi d’infortunio pesanti, da quello che li ha privati di Fred VanVleet per la stagione allo stop di Steven Adams. Sulla carta occorre quindi che New York dimostri qualcosa in più per rappresentare davvero una contender convincente per il titolo NBA.

Andando più nel concreto l’aspetto meno convincente durante il periodo di secca di gennaio è rappresentato sicuramente dalla difesa, fiore all’occhiello della gestione Thibodeau. Attualmente il defensive rating dei Knicks è 113.6, buono per un mediocre 12esimo posto (105.7 il dato migliore, appannaggio dei Thunder) ma che rappresenta comunque un miglioramento rispetto al mese di dicembre dove la difesa dei Knicks era la 21esima della lega.

Se si è trattato di un periodo di rilassamento seguito alla vittoria della NBA Cup o se i progressi delle ultime gare (in cui le avversarie però, come dicevamo, non sono state irresistibili) dovrà dirlo il prosieguo della stagione. Va però detto che una certa mancanza di attitudine a difendere di squadra nel roster di New York c’è, e riguarda soprattutto il modo in cui tale roster è stato costruito.

I Knicks hanno deciso a suo tempo di puntare su Karl-Anthony Towns piuttosto che su Julius Randle, a lungo trascinatore della squadra sotto Thibodeau e attualmente integratosi bene con Rudy Gobert nel frontcourt dei Minnesota Timberwolves. Towns lo si conosce ormai da tempo, grande scorer ma difensore ben sotto la media malgrado le doti atletiche; la scelta tecnica è stata quindi di affiancarlo a Mitchell Robinson, centro di lungo corso di New York (da otto anni, ovvero tutta la sua carriera, di casa al Garden) che però è soprattutto un giocatore di legna e lavoro sporco. Per il resto, i suoi tiri liberi ormai diventati meme sono piuttosto esplicativi.

In questo modo, e contando anche che Robinson è fisicamente piuttosto fragile (anche quest’anno ha saltato 15 gare su 34, tra cui le prime quattro) deve essere OG Anunoby a sacrificarsi in area per proteggere difensivamente Towns. L’apporto dell’ex Raptors è sempre prezioso e indispensabile (16.2 punti a gara, quasi 2 recuperi) ma per New York a mio modesto avviso sarebbe più funzionale lasciarlo libero di occuparsi della difesa sulle ali, qualità preziosa di Anunoby nell’ottica della costruzione di una squadra vincente.

Non è casuale che la streak vincente dei Knicks abbia visto un maggior impegno, seppur sempre con i suoi limiti conclamati, di Towns che ha superato per due volte di fila addirittura i 20 rimbalzi catturati. Questo è solo uno dei tasselli, per quanto decisamente esteso, di quello che può essere il punto di svolta nella stagione di New York: trovare stabilità definitiva nel proteggere la propria area.

Così troverebbe piena realizzazione il grande potenziale offensivo degli esterni a disposizione di Mike Brown, con Jalen Brunson che è una superstar a tutti gli effetti, si è assestato da tre anni sopra i 25 di media sfiorando il 50% dal campo con 20 tiri e nella gara con Portland ha superato i 10mila punti in carriera, nonchè il neorinnovato Bridges che ha accettato di stare un passo indietro al suo leader (12.7 tiri a gara, 6 in meno della sua ultima stagione a Brooklyn due anni fa) contribuendo comunque con 15.6 punti e il 39.8% da tre.

Jalen Brunson, a New York dal 2022

Jalen Brunson, a New York dal 2022

Mike Brown dovrebbe quindi proseguire nel suo lavoro di ricostruzione della mentalità difensiva di squadra soprattutto in area. Qui però arriviamo a un aspetto che è passato un po’ in secondo piano a seguito del miglioramento dei risultati ma che resta tutto sommato attuale: la possibilità che al roster si aggiunga Giannis Antetokounmpo.

Mentre New York perdeva la pista sembrava calda e il sacrificato sull’altare del Greek Freak era stato individuato principalmente, e piuttosto prevedibilmente, in Karl-Anthony Towns. Se i Knicks dovessero decidere di puntare su Antetokounmpo il dubbio principale è legato a mio avviso alle ambizioni individuali con cui il greco si presenterebbe al Garden; sicuramente Giannis ritiene che Milwaukee non possa più dargli la possibilità di vincere un altro titolo e cerca un’occasione immediata di aggiudicarselo altrove, ma per farlo davvero a New York dovrebbe rispondere ad esigenze ben precise.

Ovvero quelle di costituire il riferimento principale offensivo nel frontcourt, certo, ma anche di fornire con la rim protection e la presenza a rimbalzo quelle certezze che esalterebbero i suoi compagni nel ruolo di esterni di cui abbiamo parlato sopra. Un lavoro anche di sacrificio, per il quale però non è scontato che Antetokounmpo accetti di svolgerlo appieno.

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Se saranno i Knicks la meta del greco verranno fatte le dovute considerazioni e analisi dopo la firma sul contratto; per il momento quello che serve a New York per competere davvero per il titolo è una maggiore propensione al sacrificio non solo da parte di giocatori designati (pensiamo a Josh Hart, uomo d’acciaio del roster caricato anche di gare da 48 minuti nella gestione Thibodeau) ma da parte di tutti.

Altrimenti, Giannis o no, il destino di New York sarà lo stesso degli ultimi anni e di troppi periodi della loro storia: quello di competere sulla carta e di arrivare col fiato corto alle ultime battute, quando si assegna l’anello NBA cercato da più di mezzo secolo.

 

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