Con i 32 punti di scarto rifilati a domicilio agli Utah Jazz (144-112 il risultato finale) gli Oklahoma City Thunder hanno ulteriormente consolidato la loro leadership nella Western Conference raggiungendo un record di 16 vittorie in 17 gare, con l’unica sconfitta arrivata di due punti contro i Portland Trail Blazers.
Il 16-1 registrato finora dalla squadra allenata da Mark Daigneault campione in carica è quasi un record: nella storia della NBA a fare meglio sono stati solo i Golden State Warriors del 2015/16, che persero la prima gara dopo 24 vittorie di fila. Una partenza coi fiocchi, arrivata nonostante l’assenza dall’inizio della stagione di Jalen Williams, uno degli scorer principali dei Thunder e protagonista, oltre che delle fortune generali di OKC, delle Finals dello scorso anno che hanno portato alla vittoria del titolo.

La festa dei campioni NBA 2025
Per quanto le avversarie del girone occidentale sembrino tenere il passo, coi Denver Nuggets dello straordinario Nikola Jokic lontani solo 2 vittorie e il trio Lakers-Spurs-Rockets una W più indietro, i dubbi continuano ad essere pochi su come anche quest’anno gli Oklahoma City Thunder siano la squadra da battere.
Così com’era stato la scorsa stagione, in cui gli ex Seattle Supersonics chiusero la Conference staccando di ben 16 vittorie gli Houston Rockets secondi classificati e arrivarono ad aggiudicarsi il bersaglio grosso dopo una combattutissima finale contro gli Indiana Pacers che furono colpiti sul più bello dall’infortunio del loro leader Tyrese Haliburton ma per i quali una vittoria delle Finals 2025 avrebbe comunque a priori saputo di impresa.
I Thunder sono quindi ai vertici assoluti della lega e sembrano destinati a restarci ancora a lungo. Ma per arrivarci hanno percorso una strada ben diversa dal win now mode che ha caratterizzato molte franchigie negli anni, portando comunque la maggioranza di esse, come vedremo, a non vincere nulla. Allo stesso modo hanno tesaurizzato al massimo la loro partenza dal basso, senza inseguire il nome affermato alla prima occasione come avviene altrettanto spesso.
In breve, la miglior squadra dell’NBA attuale è il frutto maturo e gustoso del lungo e paziente lavoro di Samuel Clay Prestigiacomo, meglio conosciuto come Sam Presti.

Sam Presti, da 18 anni general manager dei Thunder
Nato a Concord, Massachussetts, quarantanove anni fa di cui la metà spesi per la pallacanestro, dopo un’improbabile tentativo di fare il musicista pubblicando due album tra il 1998 e il 1999 (di cui restano ben poche tracce) Presti trova la sua strada negli uffici manageriali, e poi dirigenziali, di una squadra di basket.
Dopo sette anni di gavetta nello staff dei San Antonio Spurs di Tim Duncan e Gregg Popovich Presti ottenne la presidenza delle basketball operations dei Seattle Supersonics nel 2007, a soli trent’anni, con l’allora, e attuale, proprietario Clay Bennett che vide un grande potenziale nel giovane manager definendolo “giudizioso, metodico e misurato”.
Presti ottenne carta bianca totale da Bennett e iniziò a lavorare per i Sonics nella stagione 2007-08 seguendo subito la filosofia che ha portato oggi la sua squadra al top dei professionisti americani: perdere oggi per vincere domani, valorizzando la sconfitta. Così non si fece alcun problema a privarsi di quelli che erano i pezzi pregiati: il miglior giocatore dei Sonics dell’epoca: Ray Allen, tra le migliori guardie tiratrici di sempre, lasciato libero di andare a Boston per vincere l’anello NBA, nonchè l’ala Rashard Lewis.
Il risultato fu il peggior record della storia dei Sonics, 20-62, mentre come accennato Allen diventava campione insieme a Kevin Garnett e Paul Pierce ai Celtics. Ma con un imberbe Kevin Durant che vinse il Rookie of the Year e soprattutto con un patrimonio di scelte che se usate con il metodo e giudizio di cui parlava Bennett avrebbero potuto portare alla costruzione di una squadra davvero vincente, piuttosto che di una da 31-51 come i Sonics con Allen e Lewis ereditati da Presti, fino allora alla perenne ricerca di un senso dopo la partenza dello storico uomo franchigia Gary Payton.

Gli esordi di Kevin Durant con la compianta canotta Sonics
I Sonics lasciano Seattle la stagione seguente, scavando un vuoto in tantissimi appassionati, e vengono accolti da Oklahoma City cambiando nome in Thunder. Siamo nell’offseason 2008 e Presti ha a disposizione due scelte al Draft che trasforma in Serge Ibaka, pick numero 24, e soprattutto in Russell Westbrook, scelto alla numero 4. La stagione è ancora una volta negativa, con un record di 23-52 partendo peraltro da 12 sconfitte nelle prime 13 gare, ma il potenziale si conferma molto alto con Westbrook inserito nel miglior quintetto dei rookie.
La prima grande Oklahoma City della NBA si concretizza già nella stagione 2009-10. Presti trasforma un’altra stagione perdente nella scelta di James Harden alla numero 3 del Draft 2009, i Thunder ottengono l’ottavo posto e quindi la qualificazione playoff guidati da quelle che ora sono delle stelle: Kevin Durant realizza 30.1 punti a partita finendo secondo nella corsa all’MVP, Westbrook ne aggiunge 16.1 con 8 assist. L’approdo alla postseason è ulteriormente impreziosito dal fatto che i Thunder di quell’anno sono la squadra più giovane di sempre ad averla raggiunta, con soli 23.9 anni di media.
Sarà la prima di cinque partecipazioni consecutive ai playoff dopo che i Sonics ne avevano ottenute solo tre nei dieci anni precedenti. Si allargheranno poi a dodici postseasons in diciassette anni di franchigia a OKC. Ma soprattutto il primo segnale che Sam Presti stava costruendo una dinastia vincente, tant’è vero che la successiva stagione 2010-11 vedeva già gli Oklahoma City Thunder tra le migliori squadre della Western Conference.

Harden-Durant-Westbrook in maglia Thunder
Dopo la deep run dell’estate 2011 con eliminazione in finale di Conference per mano dei Dallas Mavericks, poi vincitori dell’unico anello della loro storia, Durant e soci sono pronti per le Finals.
Il basket NBA a Oklahoma City è arrivato solo da quattro anni, ma assiste all’atto finale già nell’estate 2012 perdipiù col fattore campo a favore; potrebbe essere la più veloce relocation di sempre a portare ad un anello NBA, ma sulla strada di Presti, Durant, Westbrook e Harden arrivano i Miami Heat di LeBron James unitosi a Dwyane Wade e Chris Bosh per aggiudicarsi a sua volta un titolo dopo anni di delusioni, prima a Cleveland, poi l’anno precedente contro i Mavericks. OKC vince la prima gara davanti alla marea blu del pubblico che riempie il Paycom Center, ma perde tutte le quattro successive; il win now mode degli Heat questa volta ha funzionato.
Sam Presti è riuscito a plasmare una squadra d’èlite, dicevamo, ma la versione dei Thunder anni Dieci non riuscirà a completare l’opera con la vittoria del titolo NBA. L’estate successiva arriverà la cessione di James Harden, che non trova l’accordo per il rinnovo e va agli Houston Rockets diventando una stella assoluta venendo sostituito, al di là dei giocatori e delle scelte di contorno, con Kevin Martin che verrà ricordato come ottimo scorer ma difensore peggiore anche di Harden stesso.
Così gli anni successivi pur con i Thunder a stazionare ai vertici della Western Conference vedranno il loro ciclo lentamente sfumare, anche perchè nel frattempo ai Miami Heat dei Big Three succedono i Golden State Warriors degli Splash Brothers nel ruolo di dominatori del campionato. A cui, nel 2016, si aggregherà anche Kevin Durant, che come Ray Allen otterrà due anelli lontano dalla squadra che lo aveva reso grande.

KD con i due Larry O’Brien Trophies conquistati in maglia Warriors
Per Sam Presti però la fine di un ciclo vincente rappresenta soprattutto un’opportunità di costruirne un altro. Il general manager ripete in maniera ancor più spregiudicata quanto aveva fatto appena insediatosi agli allora Sonics e dopo una mossa più convenzionale come l’acquisto di Paul George dagli Indiana Pacers nel 2017, a cui affianca il veterano Carmelo Anthony, capisce subito che dopo aver messo su una squadra da Finals è l’ora di costituirne una da anello. Dovessero volerci anni di tanking.
Paul George e l’allora bandiera Russell Westbrook non porteranno più di due eliminazioni consecutive dai playoff al primo turno e Presti decide il 10 luglio 2021 di mandare il californiano George ai Los Angeles Clippers, una squadra che del win now mode ha fatto una filosofia costante da quando la scelta di Blake Griffin fu accompagnata dall’acquisto di Chris Paul. In cambio ottiene ben cinque prime scelte per i Draft futuri, l’ultima delle quali sarà spendibile la prossima estate 2026, ma soprattutto un giovane e promettente play canadese ritenuto inadatto a vincere subito dalla dirigenza Clippers: Shai Gilgeous-Alexander.
Come sono andate le cose lo sappiamo tutti. Oggi Gilgeous-Alexander è l’MVP uscente della lega, supera i 30 punti di media da quattro anni ed è il leader indiscusso dei suoi Thunder mentre George non riuscirà mai a portare i Clippers all’anello, malgrado l’affiancamento con Kawhi Leonard, e non ha finora dimostrato di essere un giocatore vincente con varie prestazioni deludenti ai playoff.

Shai Gilgeous-Alexander festeggia il titolo di MVP con la marea blu del suo pubblico
Ma per arrivare alla macchina da guerra di casa a OKC di oggi ci sono voluti due anni da 22 e 24 vittorie tra il 2020 e il 2022 in cui i prospetti su cui hanno puntato Presti e il nuovo allenatore Mark Daigneault hanno imparato a giocare insieme e a capire ognuno cosa fare per il bene comune. E che prospetti: dai bassifondi degli undrafted players è arrivato Luguentz Dort, connazionale di SGA deputato alla difesa, mentre il Draft 2022 ha portato Chet Holmgren e lo scorer Jalen Williams, quest’ultimo grazie ad una delle scelte acquistate dai Clippers nell’affare George.
La squadra è tornata al livello di inizio ’10s nel giro di due anni fermandosi di nuovo contro Dallas ai playoff 2024, come accadde nel 2011 (stavolta in semifinale di Conference) ma non facendosi troppi problemi a individuare ciò che mancava: un po’ più di legna sotto canestro e di agonismo difensivo. Puntualmente arrivati in offseason nelle persone di Isaiah Hartenstein e Alex Caruso, con Josh Giddey lasciato libero di segnare quanto vuole ai Chicago Bulls.
All’inizio degli anni Venti i Thunder perdevano ma crescevano insieme, nel frattempo altre franchigie provavano il win now mode e fallivano miseramente. Possiamo citare senza dubbio i Brooklyn Nets, che non hanno ottenuto nulla dal trio Irving-Durant-Harden, o i Phoenix Suns, che hanno ottenuto altrettanto quando a Devin Booker, stella cresciuta in casa, si sono aggiunti Bradley Beal e lo stesso Durant.
Oggi KD, protagonista di questi continui tentativi di vincere subito, ne sta vivendo un altro agli Houston Rockets che per il momento stanno vivendo un inizio di stagione soddisfacente ma che devono ancora dimostrare (com’è ovvio che sia dopo solo un mese di stagione) di essere al livello dei Thunder campioni dovendo fare i conti anche con l’infortunio pesantissimo di Fred VanVleet. OKC invece è riuscita finora a passare sopra l’infortunio di Williams così come riuscì a superare un inizio di stagione 2024-25 difficile a causa di infortuni vari, proprio perchè gli anni delle sconfitte hanno cementato un gruppo vincente.

Jalen Williams ancora in borghese al fianco di Holmgren e SGA
Come di consueto sarà il campo a stabilire se i Thunder si confermeranno campioni o se cederanno il passo alle varie ed agguerrite avversarie, dagli stessi Rockets ai Lakers di Luka Doncic passando per i Nuggets del Joker solo per parlare dell’Ovest.
I fatti però dicono che Sam Presti, dopo aver costruito in quattro anni una squadra vincente all’inizio degli anni Dieci, è stato in grado in altri quattro (quelli dal 2021, cessione di George, a quest’anno, con OKC campione) di costruirne una da anello NBA e che è partita 16-1 nella stagione corrente. E così come i Thunder furono la più giovane squadra di sempre a raggiungere i playoff, oggi sono la seconda più giovane (dietro i Portland Trail Blazers del 1977) a vincere il campionato.
Altro non c’è da dire, se non rimarcare quanto tutto questo sia esemplare del giudizio, metodo e misura che Bennett vide nel giovane Presti.
Sotto la copertura di un tranquillo (si fa per dire) insegnante di matematica si cela un pazzo fanatico di tutto ciò che gira intorno alla spicchia, NBA in testa. Supporter della nazionale di Taiwan prima di scoprire che il videogioco Street Hoop mentiva malamente, in seguito adepto della setta Mavericks Fan For Life.

