Non c’era nessun dubbio tra coloro che seguono l’NBA anche senza una certa costanza che cedendo Luka Doncic i Dallas Mavericks avessero buone probabilità di compiere un passo oltre il baratro. Per quanto l’incredibile fortuna di ottenere la prima scelta al Draft, prontamente tramutata in Cooper Flagg, avesse dato qualche speranza a chi sostiene la squadra texana ora c’è anche il riscontro del campo, che parla chiarissimo: i Mavericks stanno precipitando.

La squadra allenata da Jason Kidd ha ottenuto solo 3 vittorie sulle prime 10 partite disputate. Avversari: i Toronto Raptors in casa, gli Indiana Pacers privi di Tyrese Haliburton per la stagione e i Washington Wizards, squadra tra le peggiori della lega che però aveva battuto i Mavs alla seconda di campionato.

In tutto questo, Cooper Flagg non ha brillato. L’ex idolo di Duke non segna quanto sperato, mettendo a segno 13.9 punti a gara con percentuali che vanno dal mediocre 40.3% dal campo al pessimo 27% da tre, e perde più palloni (2.3) di quanti ne recuperi (1.2).

Dare colpe a Flagg per la situazione della sua squadra però sarebbe davvero ingiusto, nonchè il più classico degli alibi per chi è vero responsabile della caduta libera di una squadra che un anno e mezzo fa era finalista NBA.

Cooper Flagg, futuro dei Dallas Mavericks

Cooper Flagg, futuro dei Dallas Mavericks

Per quanto abbia il potenziale per diventare una stella, Flagg è un quasi diciannovenne abituato a un contesto vincente come quello di Duke e che è chiamato a esordire tra i professionisti nel peggiore dei contesti, quello di una franchigia che dopo la trade di Doncic e l’infortunio pesantissimo al crociato di Kyrie Irving aveva un disperato bisogno di un nuovo giocatore di punta. Non bastasse questa pressione, a Flagg è richiesto di giocare nel ruolo di point guard. Non il suo ruolo, ma quello di Luka Doncic.

Ma Flagg non è Doncic, anche andando oltre il suo impatto nella lega che andrà valutato negli anni e non in queste settimane. Flagg è un attaccante di potenza e un giocatore d’atletismo, non un playmaker a cui affidarsi per tenere il ritmo della squadra nè, attualmente, uno scorer con il letale mix di controllo del corpo, tiro da fuori e cambi improvvisi di velocità come invece è l’attuale stella dei Los Angeles Lakers.

In breve, una volta che si è potuta cogliere la grandissima (e immeritata) occasione di ingaggiare Cooper Flagg, a Dallas lo stanno utilizzando male cercando di trasformarlo in colui che hanno gettato via a febbraio. Non ci sono ragioni, dunque, per buttargli la croce addosso.

A maggior ragione considerando che ad affiancare Flagg nel backcourt è il protagonista di un’altra mossa incomprensibile, l’ennesima, della dirigenza dei Dallas Mavericks. Se infatti Flagg può avere lontanamente margini di crescita come regista da questo punto di vista non ci sono dubbi su come D’Angelo Russell non ne abbia più.

Preso di fatto come sostituto di Kyrie Irving, Russell ha continuato a fare quello che ha sempre fatto nella sua carriera decennale: il realizzatore da tanti punti con tantissimi tiri. E come è successo nella maggior parte del suo ultimo stint ai Lakers i risultati sono stati alquanto deludenti: 11.9 punti di media (per ora è la sua media peggiore in assoluto, non il massimo per un giocatore che non fa molto altro quando non segna) con percentuali anche peggiori di quelle di Flagg, 37.5% dal campo e 69.2% ai liberi oltre a un inguardabile 27.5% da tre su 5 triple prese a gara.

A Dallas quindi non c’è attualmente nessuno che crei gioco per i compagni (non ingannino i 5.1 assist dello stesso Russell, frutto di cifre fortemente alterne) e questo si ripercuote ovviamente anche sul frontcourt, un tempo (due anni fa…) fiore all’occhiello di Dallas grazie agli assist di Doncic e Irving. Riguardo ai giocatori d’area peraltro piove sul bagnato visto che gli infortuni continuano a non lasciare in pace i Mavericks.

La stagione è iniziata senza Daniel Gafford, rientrato solo a novembre con restrizioni di minutaggio dopo una distorsione alla caviglia rimediata durante il training camp. All’assenza dell’ex Wizards si è aggiunta quasi subito quella di Dereck Lively, giovane emergente già punto fermo delle rotazioni di Kidd ma che ha giocato solo le prime due partite prima di fermarsi per un guaio al ginocchio destro. Della sua stagione resta quindi poco più della gara d’esordio in cui Victor Wembanyama, senza usare mezzi termini, lo ha fatto a pezzi.

Se però parliamo di infortuni nel reparto lunghi il pensiero non può che andare alla contropartita, insieme a Max Christie, della cessione di Luka Doncic. Perchè dato che lo sloveno non avrebbe dato garanzie di tenuta fisica (parole sempre della dirigenza) si è deciso di puntare su Anthony Davis, che garanzie di tenuta fisica negli ultimi anni ne ha date molte. Quasi sempre in negativo.

La scorsa stagione Davis ha esordito in maglia Mavericks rientrando da un infortunio patito il 28 gennaio, giocando 30′ della gara dell’8 febbraio contro Houston e poi infortunandosi di nuovo. Le sue partite con Dallas sono state solo 9 nella stagione regolare, mentre in quella corrente ha saltato il training camp dopo un’operazione agli occhi e ha giocato le prime 4 gare di campionato prima di uscire dopo 6′ nella quinta per un altro infortunio, stavolta al polpaccio sinistro.

A chi è pagato fior di milioni per gestire gli affari sportivi di una franchigia NBA non può sfuggire come prendere l’ultratrentenne Davis possa esporre a rischi di averlo per molte meno partite del previsto. E con tutta l’umana comprensione che resta intatta per un uomo e atleta costretto a fare dentro e fuori dall’infermeria, adesso i fatti dicono che l’all in su Davis si è rivelato un errore.

Così come si è rivelato finora un errore l’acquisto di D’Angelo Russell e così come si è rivelato un errore puntare su Klay Thompson che a 35 anni, privato del sistema Golden State Warriors e con due infortuni pesanti nelle gambe è stato retrocesso in panchina a fronte di una statistica che rappresenta un oltraggio alla carriera di uno dei più grandi tiratori della storia del gioco: Thompson, incredibile ma vero, in queste 10 partite (da cui va esclusa l’ultima, in cui non è sceso in campo) ha tirato col 26.4% da tre.

E tutti coloro che seguono l’NBA hanno ormai chiaro che sono errori commessi da una dirigenza che, come accennato, sarebbe pagata bene per dare a Jason Kidd e ai suoi collaboratori una squadra come si deve. Una dirigenza attualmente presieduta dall’uomo più odiato dell’attuale Dallas sportiva: Nico Tyrone Harrison.

Cinquantadue anni, laureato in scienze medico-biologiche, una piccola carriera di cestista costellata da infortuni (cinque anni da pro tra il 1996 e il 2001 trascorsi tra il Belgio, il Giappone, il Libano e le minors statunitensi) dopo quasi vent’anni di lavoro nel settore marketing della Nike Harrison presiede le basketball operations dei Dallas Mavericks dal 2021, succedendo a Donnie Nelson.

La trade che ha mandato via Luka Doncic ha come volto principale il suo, in quanto Harrison non solo si è assunto la responsabilità della mossa ma l’ha rivendicata più volte, anche dopo la partenza da 37 punti a gara di Doncic in questa stagione.

Sulla cessione dell’asso sloveno si è già detto tutto ciò che c’era da dire, meno è stato detto riguardo ad altre mosse che a posteriori si sono rivelate errate senza mezzi termini: oltre a tutte quelle citate ricordiamo la perdita di Jalen Brunson a parametro zero, poi sostituito con Kyrie Irving mesi dopo e passando per una stagione senza playoff, così come la sostituzione di Quentin Grimes che a Philadelphia ha segnato 21.9 punti a gara nella seconda metà di stagione 2024/25 e sta tirando con quasi il 40% da tre quest’anno, rimpiazzato con Caleb Martin, giocatore declinante e tanto per cambiare spesso infortunato.

Nico Harrison, attuale emblema delle disgrazie Mavericks

Nico Harrison, attuale emblema delle disgrazie Mavericks

Va inoltre ricordato un altro allontanamento, che seppur non riguardante chi scende in campo è comunque importante per capire la situazione attuale. Nico Harrison è infatti responsabile anche del licenziamento di Casey Smith, direttore dello staff sanitario di Dallas molto stimato nell’intera lega e vicino a Doncic, Brunson e anche a Dirk Nowitzki (che infatti si è allontanato dalla gestione diretta della squadra pur restandone tifoso)

Smith è stato liquidato prima dell’inizio della stagione 2023/24, paradossalmente quella del ritorno dei Mavericks alle Finals. Ma è solo al tempo della cessione di Doncic che Tim MacMahon, tra i principali insiders dell’ambiente dei Mavs, ha riferito di come Smith sia stato licenziato da Harrison in videochiamata malgrado si stesse occupando della madre malata terminale.

Queste voci su una modalità di licenziamento moralmente davvero sgradevole, unite a quelle riguardanti Harrison che vedeva la sua autorità minacciata da Smith, non hanno fatto che peggiorare la posizione del general manager.

Casey Smith con Luka Doncic, entrambi "vittime" di Nico Harrison

Casey Smith con Luka Doncic, entrambi “vittime” di Nico Harrison

Lo stesso Tim MacMahon riferisce ora che Harrison avrebbe i giorni contati a Dallas vedendo trasformare in realtà l’auspicio dei tifosi dei Mavericks che non hanno mancato neanche quest’anno di far sentire i cori Fire Nico. 

D’altra parte, anche andando oltre i dettagli privati di quanto accaduto dietro le quinte, la gestione manageriale di Harrison è sicuramente disastrosa in quanto alle scelte errate dei giocatori in campo si aggiunge anche quella di allontanare un apprezzato membro dello staff che si è poi riunito a Jalen Brunson ai New York Knicks, partecipando all’ascesa del figlio di Rick, divenuto ora una stella NBA. A Dallas, invece, abbiamo già parlato di come gli infortuni continuino a susseguirsi, non solo per l’età media elevata del roster.

Nico Harrison potrebbe quindi pagare per i suoi errori molto presto. Ma dietro di lui lascerà comunque praticamente solo macerie, in quanto i Dallas Mavericks da lui costruiti sono un curioso caso di squadra in win now mode che così com’è non è in grado di vincere.

In questo contesto i tifosi texani (e non…) si mettano il cuore in pace: occorrerà attendere la fine dei contratti di Davis (112 milioni fino al 2027/28, ultimo anno player option) di Thompson (34 milioni fino al 2026/27) e, col massimo rispetto per un campione che anche a Dallas ha dato tutto prima di un infortunio tra i più gravi, anche di Kyrie Irving. L’ex Cavs andrà in scadenza nel 2028 come Davis occupando ben 76 milioni ed è purtroppo inutile rimarcare come una rottura del crociato anteriore sia pesante per un giocatore vicino a compiere 34 anni pregiudicandone probabilmente in modo definitivo il rendimento.

C’è da sperare che chiunque segua Nico Harrison (sempre che venga licenziato) sia più assennato di lui e soprattutto che Cooper Flagg abbia la possibilità di essere messo in condizioni migliori per una crescita fondamentale sia per lui che per Dallas stessa. Flagg è uno dei pochissimi potenziali punti di partenza, pregiudicare anche lui sarebbe davvero l’ennesima pietra sulla tomba dei Dallas Mavericks.

One thought on “Il prevedibile crollo dei Dallas Mavericks

  1. Difficile dire se Niko era in missione per i Lakers, per la NBA o per la società(cioè deperirne il valore per un trasferimento), sappiamo di certo che ha distrutto la squadra con una mossa che nessuna persona pensante e con anche una conoscenza minima di basket e di NBA avrebbe mai fatto. Oltre ad ammazzare la stagione precedente dei Mavs(meglio un Doncic ancora da recuperare ma giovane e “sano” che un AD in parabola discendente e di sicuro “mezzo rotto”, come ha dimostrato poi il resto della stagione delle due squadre) e gettare una bomba nello spogliatoio(se scambiano Luka Magic, nessuno può essere al sicuro) il pessimo Niko ha pure distrutto il futuro dei Mavs rovinandone l’immagine(se questi cedono Doncic che razza di futuro progettano?)il rapporto coi tifosi(ovviamente tutti innamorati di Luka) e l’immediato, era facilmente prevedibile che la squadra sarebbe andata male tolto il giocatore sul quale era stata costruita letteralmente. Flagg? ok forse ci si aspettava di più, ma è finito in un incubo di incertezze(sopra descritte) e con il compito di salvare capre e cavoli con i due più forti giocatori ai box e gli altri che dopo Doncic pensano solo ad andarsene. Che poteva fare? Intanto Niko è stato cacciato, non serve a niente ora, ma era impossibile vederlo ancora a bordo campo dopo che ha distrutto una franchigia. Ora meglio cedere tutti quelli pregiati e ricostruire con Flagg e con quello che si può tenere.

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