Apparentemente l’inizio di stagione dei Los Angeles Lakers non è per nulla negativo. 4 vittorie sulle 6 gare disputate, col curioso dettaglio delle due sconfitte ambedue arrivate in casa, e un approccio al 2025-26 di Luka Doncic da sogno: prima due gare da 43 e 46 punti, poi una pausa di tre partite, al rientro altri 44 per battere i Memphis Grizzlies.

Lo step back ormai signature move di Luka Doncic contro Memphis

Lo step back ormai signature move di Luka Doncic contro Memphis

Una partenza così impressionante da un giocatore che aveva già impressionato di suo nella sua carriera NBA potrebbe far pensare a una potenziale contendership per la storica franchigia losangelina, eppure ben pochi vedono i Lakers come una seria pretendente a strappare il Larry O’Brien Trophy ai detentori Oklahoma City Thunder.

E in effetti il 4-2 ha visto la Los Angeles più titolata sempre subire 110 punti o più, prendere 14 punti da Portland, squadra da tanking condizionata dallo scandalo scommesse che ha pesantemente coinvolto il suo coach Chauncey Billups, nonchè venire di fatto salvata dalle prestazioni monstre di Doncic e da quella da 50 punti di Austin Reaves necessaria per battere i non esaltanti Sacramento Kings.

In tutto questo non si può tacere del fatto che i Lakers stanno disputando l’inizio della propria stagione senza quello che, come vedremo, è ancora da considerarsi il suo volto di punta: LeBron James.

Il miglior marcatore della storia NBA è fermo per la sciatica; il suo ritorno potrebbe essere vicino dato che ad inizio mese si parlava di tre o quattro settimane di stop. La presenza e la personalità di James però vanno ben oltre quanto si è visto e si vedrà in campo.

LeBron milita nei Lakers dal 2018 quando ha ritenuto concluso il suo secondo mandato da sovrano di Cleveland che ha portato ai Cavaliers il loro unico anello NBA. Taciuto l’eco del Cleveland, this is for you James si è così imposto come re di Los Angeles, portandole un anello che mancava dai tempi di Kobe Bryant seppur in una condizione particolare come la bolla di Disneyworld del 2020, ma il resto delle sette stagioni del regno di LeBron ha visto una sola deep run ai playoff datata 2022-23 e conclusa peraltro con un secco 4-0 dai Denver Nuggets in finale di Conference.

Per il resto, obiettivamente, poco da esaltarsi. Negli ultimi cinque anni i Lakers hanno raggiunto tre volte i playoff dalla porta di servizio del play-in tournament, mancato la postseason nel 2021-22, solo due anni dopo la vittoria dell’anello, e raggiunto la qualificazione diretta lo scorso anno grazie all’arrivo totalmente inaspettato di Luka Doncic ma venendo eliminati in cinque gare dai Minnesota Timberwolves.

Nel corso di questi anni LeBron James è sempre stato il leader dei Lakers dividendo al limite tale ruolo con Anthony Davis, praticamente imposto alla sua squadra dal Re (come leggete dal tweet qui sotto, datato 2018) e prontamente arruolato nell’estate 2019. James ha ricoperto ogni ruolo in campo, dal playmaker al centro. Come accennato, però, il sovrano non si limita ad espletare il suo potere sul rettangolo di gioco: andando oltre le varie voci più o meno sussurrate su James presunto general manager aggiunto a Rob Pelinka, è anche preventivabile che il miglior giocatore di una franchigia abbia voce in capitolo anche riguardo alle scelte di costruzione dei roster.

Qualunque sia la realtà i risultati del campo dicono però che la sfavillante carriera e la personalità fortissima di LeBron James non bastano più per poterlo considerare un top player di una squadra vincente. Ed è tempo che lo scettro del Re passi in mano a Luka Doncic, ad oggi il vero giocatore di riferimento dei Los Angeles Lakers.

D’altra parte è anche giusto che l’ultraquarantenne James, che ha ancora molto più da dare su un campo NBA di chiunque altro alla sua età, si metta al servizio di colui che già alle prime stagioni nella lega era visto da vari analisti come suo successore spirituale. Ammesso e non concesso però che anche al ritorno in campo del Re i Lakers rimangano, come nelle tre gare che ha giocato, la squadra di Doncic, questo è solo il primo passo da fare. Si presume in un’ottica a medio-lungo termine.

La NBA degli anni Venti sta dimostrando che le squadre da titolo non si costruiscono più con il metodo Big Three reso popolare dallo stesso James quando si unì a Dwyane Wade e Chris Bosh portandosi a casa i primi due anelli della sua carriera (previa sconfitta al primo anno in Florida contro Dallas) ma applicato anche dai Boston Celtics due anni prima con Kevin Garnett e Ray Allen che aiutarono Paul Pierce a riportare il Larry O’Brien Trophy in Massachussetts.

Sono passati quindici anni, in tutti i sensi

Sono passati quindici anni, in tutti i sensi 

Negli anni a venire sono stati molti i tentativi di riapplicare quel metodo. Pensiamo ai Brooklyn Nets, che portarono sotto lo stesso soffitto del Barklay Center Kevin Durant, Kyrie Irving e James Harden, ma anche ai Phoenix Suns con lo stesso Durant affiancato da Devin Booker e Bradley Beal. In entrambi i casi è andata non male, malissimo; non sono arrivate neanche le Conference Finals e le squadre citate attualmente vivacchiano alquanto.

A vincere sono state invece squadre costruite nel tempo passando anche attraverso periodi perdenti come i Thunder che oggi dominano la lega con la stessa squadra che tankava poche stagioni fa, ma anche i Celtics che hanno cresciuto in casa Jaylen Brown e Jayson Tatum, affiancandogli al momento giusto i role player adeguati e andando a vincere un titolo che mancava proprio dal 2008 dei Big Three. Si può fare un discorso non troppo diverso anche per i Denver Nuggets, che sicuramente sono la squadra di Nikola Jokic ma sono arrivati all’unico titolo della loro storia anche fidandosi del cast di supporto del Joker.

In tutto questo i Lakers hanno invece sempre percorso la via opposta, quella di mettere LeBron James al centro della squadra, Anthony Davis come prima, seconda e terza opzione nel frontcourt e cercando ogni anno giocatori con un passato più o meno illustre a fare il resto. Abbiamo così visto in gialloviola i vari Russell Westbrook, Patrick Beverley e D’Angelo Russell ad ingolfare il salary cap e ad impedire una vera costruzione di una squadra vincente, mentre in panchina il coach dell’anello Frank Vogel lasciava il posto a esordienti come Darvin Ham e l’attuale allenatore JJ Redick, pochi anni fa mitragliatrice in campo, poi podcaster di successo, ora rinnovato per altri quattro anni.

JJ Redick col suo ex compagno e ora giocatore Luka Doncic

JJ Redick col suo ex compagno e ora giocatore Luka Doncic

Lo scorso febbraio a salvare i Lakers da prospettive nerissime una volta scaduti i contratti di James e Davis è arrivato Luka Doncic. Lo sloveno è letteralmente piovuto dal cielo, lo sappiamo tutti, e poco male che sia costato l’addio a Davis che (ovviamente?) finora a Dallas si è visto più in infermeria che sul campo. Curioso che nel lungo e glorioso passato dei gialloviola possiamo ricordare anche i New Orleans Jazz che nel 1979 cedono ai Lakers la scelta che diventerà Magic Johnson, o gli Charlotte Hornets che fanno altrettanto nel 1996 con la pick numero 13, trasformata da Los Angeles in Kobe Bryant.

Situazioni comunque neanche lontanamente paragonabili a quella che ha portato Doncic in maglia Lakers presumibilmente per farcelo restare a lungo. Ora che però Los Angeles ha la sua nuova stella, non sono solo chiamati a trattarlo come tale garantendogli le chiavi della squadra al posto di James, ma anche optare per costruirgli intorno una squadra funzionale e abituata a giocare insieme con lui prima che per lui.

In estate, invece, non è stato rinnovato Dorian Finney-Smith, compagno e amico di Doncic dai tempi di Dallas e lo scorso anno chiamato a sacrificarsi a lungo nel ruolo di centro, ed è stato preso Marcus Smart che tanto per cambiare è stato un grande difensore del passato ma arriva in California dopo anni quantomeno deludenti a Memphis. Inoltre per coprire il buco nel ruolo di centro che l’anno scorso non era stato tappato dato il mancato arrivo di Mark Williams è stato scelto DeAndre Ayton, prima scelta al Draft nell’anno di Doncic, passato da potenziale lungo offensivo dominante a scorer in una squadra da tanking come Portland.

A Dallas Doncic aveva trovato una grande intesa con Dwight Powell, chiaramente non un fenomeno ma un buon rollante e con caratteristiche da rim protector, poi con Dereck Lively e Daniel Gafford, più funzionali ma con caratteristiche simili. Una squadra che vuole costruire intorno allo sloveno dovrebbe quindi sapere qual è il centro migliore per lui e non andare su Ayton, difensore sotto la media e bisognoso invece di tanti palloni per segnare.

DeAndre Ayton, centro titolare da 0 rimbalzi nel primo tempo della gara con Memphis

DeAndre Ayton, centro titolare da 0 rimbalzi nel primo tempo della gara con Memphis

Le sentenze dopo sei partite sono inutili, lo sappiamo tutti (tant’è vero che i Blazers hanno lo stesso record dei Lakers) ma ancora una volta la strada percorsa dai Lakers non sembra essere quella giusta per vincere davvero e dare a Doncic, arrivato ormai alla nona stagione in NBA, l’opportunità di intascarsi qualcosa di concreto. In attesa di vedere cosa ne sarà davvero di questa stagione a Los Angeles, la prossima estate scadranno vari contratti oltre a quello di James (Rui Hachimura, Gabe Vincent, Maxi Kleber…) e dovranno essere rimpiazzati con giocatori funzionali.

Altrimenti ai Lakers assisteremo sempre al solito scenario: una comparsata ai playoff, un primo turno con 4-0 o 4-1 da squadre attualmente più attrezzate e un contorno di notizie sulle quali non è opportuno spendere parole come il grande annuncio di LeBron della sua sponsorizzazione ad una marca di cognac o l’ingaggio dell’inadeguato Bronny per consentire allo stesso James di giocare con suo figlio.

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