Cosa resterà della legacy di Kyrie Irving ? E’ una domanda legittima che è diventata urgente in questi giorni.

Negli ultimi anni si è macchiato di comportamenti e dichiarazioni che vanno dal ridicolo al grave ma il tweet che sponsorizza un film tratto da un libro etichettato come antisemita è la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Cosa resterà, dunque, della sua legacy? Il rischio, oggi quasi una certezza, è che tutto quello che ha fatto fuori dal campo offuscherà il suo immenso talento palla in mano.

Nel 2016 mise la tripla decisiva per il titolo dei Cavs di LeBron contro i Warriors di Steph Curry. Una rimonta epica d’altri tempi da uno svantaggio di 3-1 nella serie con la sua firma per regalare al fratellone LeBron finalmente il trionfo a casa sua.

Poi LeBron se n’è andato, lui ha scelto i Celtics ed è stato un mezzo disastro. Dal 2019 è a Brooklyn in cerca di rivincite ma nel frattempo deve essere scattato qualcosa nella sua testa.

Grosso modo quel tiro da tre per il titolo è stato un giro di boa. Da lì non è tornato più indietro.

Cominciò in maniera soft, annunciando un cambio di dieta radicale. Divenne una specie di ultrà vegano, nulla da dire, se non fosse per i toni enfatici e per lo sforzo di proselitismo intransigente.

Poi scese in politica, a muso duro e senza mezzi termini. Prese posizione a difesa dei nativi americani in un progetto contro l’installazione di oleodotti in North Dakota e intervenne nel delicato caso Floyd donando alla famiglia dello sventurato un appartamento.

Ne venne fuori un piccolo eroe, attento alle cause sociali, certamente in minoranza con colleghi che non hanno la minima sensibilità su temi importanti che non siano strettamente un pick and roll.

Peccato però perché i primi segni di una deriva c’erano tutti. Ci sono almeno tre tappe che lo hanno pubblicamente fatto passare dalla parte del torto.

Prima tappa. “La terra è piatta”. Il ragazzo ne è convinto, lo ha detto, poi negato, poi ripetuto, poi negato ancora ma in fondo non ha mai del tutto abiurato.

Cosa vogliamo dire ? Chi nega l’evidenza della scienza, mi dispiace dirlo, è solo un tonto credulon. Il Professor Alessandro Barbero ha cercato di spiegarlo, tra i tanti. La terra non è piatta come è vero che io non sono il Presidente del Consiglio. Punto e non si discute.

Seconda tappa. “Il vaccino non lo faccio”. Questo è un tema delicato e purtroppo ancora attuale. Io personalmente rispetto chi ha deciso di non fare il vaccino per proteggersi dal Covid per sue convinzioni ma non rispetto chi ne nega l’efficacia e quindi la sua validità scientifica o peggio ancora chi diffonde fake news fuori da ogni logica.

Per esempio chi dice che il vaccino attivi un microchip per controllare il nostro cervello o chi, e qui torniamo al nostro Kyrie, è convinto che “società segrete stiano somministrando il vaccino in un complotto per connettere i neri a un computer database per sottometterli”.

Sono parole talmente farneticanti che faccio fatica a riportarle dall’inglese. Si commentano da sé. Per quanto pazzesche queste “teorie” possano sembrare sono nella mente di qualcuno, per fortuna in minoranza, anche se a volte in posizioni di rilievo.

Per Kyrie è proprio così. Il suo potere si chiama influenza mediatica e in questa società dove tanto passa attraverso Internet, e i social media in particolare, il suo ruolo non è meno determinante di quello di un politico o di un manager di una multinazionale. Le sue parole sono un’eco ripresa dai media e a subirne il fascino sono soprattutto i più giovani, non solo gli appassionati di basket.

Terza tappa. “Questo film antisemita mi piace “. Da qui la sospensione e il caso clamoroso ripreso dai media di tutto il mondo.

Anche il nostro Corriere della Sera ha sentito l’urgenza di sprecare il suo corsivo del giorno su Kyrie. In un periodo di nuovo governo con bollette alla stelle e inflazione record, con una guerra in Europa, con la pandemia di certo non finita, il decano dei nostri quotidiani parla invece di questo caso, a firma Matteo Persivale.

Il film è un “orrido guazzabuglio che unisce citazioni dei Protocolli dei savi di Sion (un falso redatto dalla polizia segreta zarista nei primi anni del Novecento) a teorie cospiratorie sui Rothschild”.

Se solo Kyrie si ergesse a paladino di cause giuste si che sarebbe davvero un eroe. Oggi non abbiamo bisogno solo di grandi giocatori di basket ma di modelli che sappiano parlare, soprattutto ai più giovani, di tematiche importanti sensibilizzando e indicando la strada.

L’antisemitismo non è un valore negoziabile. Chi allude a teorie cospirative, sempre le stesse, riassumibili in slogan come “gli ebrei comandano in segreto il mondo” non può non pagarne le conseguenze.

Figuriamoci in una lega dove il Commisioner, guarda caso, è proprio un ebreo. Suona quindi non sorprendente come la sospensione sia corroborata da un ventaglio di azioni a cui il nostro eroe deve ottemperare per “redimersi”.

Deve quindi scusarsi condannando il film, donare mezzo milione di dollari ad associazioni “anti-hate”, frequentare corsi di “rieducazione” e in particolare corsi contro l’antisemitismo, incontrarsi con esponenti della comunità ebraica e della Anti-Defamation League, l’organizzazione che si batte contro la persecuzione degli ebrei.

Ho una piccola teoria su Kyrie, ovviamente aleatoria non conoscendo l’uomo oltre il campo da basket. Per me non è mosso da cattiveria né da razzismo. In fondo è un bravo ragazzo che è caduto in uno dei mali della contemporaneità.

Questo male si può riassumere nell’universo frastagliato delle teorie cospirative. E’ un discorso lungo e delicato ma per per farla breve il vizio antico della cospirazione, di cui il Protocollo sopra citato ne è il più fulgido esempio, è oggi largamente potenziato dalla facilità di connessione che ognuno di noi ha nella comodità della sua stanza.

Chi cade in questo tranello tende a credere che il mondo non è come ci viene raccontato e che c’è sempre qualcosa sotto, dietro, di lato. Peggio, c’è sempre qualcuno che trama in segreto contro di noi, contro la nostra comunità. La verità ci viene negata, siamo creduloni dei media imperanti, bisogna scavare oltre la superficie, siamo in pericolo e i nostri nemici ci vogliono distruggere.

Nel caso di Kyrie ci vedo questo. Un ragazzo sensibile, che vuole avere un impatto anche fuori dal campo, influenzato dalla voglia di emergere prendendone però la scorciatoia. Fare affermazioni fuori dal coro lo porta più alto nella considerazione mediatica, lo sa e in fondo gli piace.

Ha in parte un sano desiderio di attivismo sociale, in parte un ego smisurato, in parte tanta ingenuità ma soprattutto tanta ignoranza. Voglio credere che legga un libro di più della media dei suoi colleghi atleti NBA, quindi proprio uno, non ci vuole molto. Peccato lo faccia però dalle fonti più assurde.

Non me lo immagino certo immerso in studi matti e disperatissimi alle Leopardi, è un giocatore professionista e non ne avrebbe il tempo innanzitutto. Come minimo.

Quindi la scorciatoia è stare sui social, credersi furbo e più scaltro degli altri, è il qualcosa devo fare, bisogna svegliarsi, agire. Si chiama rete forse non a caso, per pescare il credulone di turno che immagina di essere lui quello sveglio e più intelligente.

La forza che lo muove, immagino, è la sua personale consapevolezza del ruolo di uomo afroamericano nella società americana di oggi.

Alla fine ruota tutto intorno a questo. Il film propone un link tra gli ebrei e i neri, il vaccino sarebbe un complotto contro gli stessi neri e via dicendo. La chiave, a mio modo di vedere, è razziale.

Non voglio spingermi oltre, perché comunque sarebbero supposizioni. La realtà è che tutto questo trambusto sta distruggendo le aspirazioni dei Nets e sta rovinando la sua carriera, non dimentichiamo che per la questione del vaccino mancato ha saltato quasi un’intera stagione.

Cosa resta della sua legacy quindi, per rispondere finalmente alla domanda iniziale. Mi immagino una di quelle discussioni, magari dal barbiere o in metropolitana, in un futuro prossimo. Ti ricordi di Kyrie? Di quel tiro da tre delle Finals?

Ma quale tiro, potrebbe rispondere il nostro interlocutore. Ricordo che non fece il vaccino e che saltò tante gare, che fu multato, ricordo che inveì contro gli ebrei.

Rivolgendoci al passato, si sa, si tende a non approfondire più di tanto. Resta solo il nocciolo, anzi, resta solo l’impressione, spesso non pulita.

Mi dispiace per Kyrie ma è solo colpa sua. Ah, se ci fossi anch’io in questa discussione ideale in realtà avrei una risposta secca. Forse è un’illusione o solo quello che vorrei ma non avrei dubbi.

Kyrie? Kyrie Irving! Come si fa a dimenticarsi di lui! E’ stato il più grande ball handler della storia NBA.

6 thoughts on “Kyrie Irving, un campione alla deriva

  1. Informo l’autore della presente lista di opinioni che il film segnalato da Irving si trova su Amazon Video. Tragga (il pubblico) le sue conclusioni…

    PS: circa la metà dei residenti in US non si è sottoposta alla puntura.

  2. Anche I “Protocolli…” o libri che li citavano come veritieri si potevano acquistare e immagino che nel web saranno ancora presenti e molti penseranno anche che sono veri e credibili; se si ascoltano le teorie complottiste più disparate presenti in internet(o di qualche “scienziato” che interviene a Radio Gamma 5 o alla Zanzara)le teorie antisemite più bislacche e vecchie sono ancora vive e credute, ciò però rende tali teorie ugualmente stupide, infondate e credute solo da sprovveduti. Il Pubblico.

    • Una teoria bislacca che girava in tv pochi mesi fa in Italia è che, cito Mario Draghi, “chi non si vaccina muore”.
      Esiste pure un pubblico ragionevole, nonostante tutto.

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