Il concetto di “prime” non ha contorni ben definiti ma è molto importante non solo nel basket, ma in tutti gli sport. Possiamo definirlo grosso modo come il periodo della carriera in cui un atleta raggiunge il massimo del suo potenziale, sia fisicamente che come maturità mentale.

Arriva un po’ per tutti a metà circa della carriera e quindi non c’è tanto da stupirsi se per James Harden, giunto alla sua tredicesima stagione, possa essere ormai superato.

Ma è davvero così? Davvero Harden è giunto al capolinea? Non ne sarei così sicuro ma qualche segnale di declino c’è stato. La stagione appena conclusa è stata tormentata, col passaggio non senza polemiche da Brooklyn a Philadelphia.

Partirei da gara 6 delle Semifinali di Conference contro i Miami Heat, l’elimination game a favore della squadra della Florida. In questa partita decisiva per le sorti dell’intera stagione, Harden ha messo a segno 11 punti, zero nel secondo tempo.

Zero. In una gara dentro o fuori. Per uno come lui è semplicemente mostruoso. Senza scuse e senza appelli. Come se non bastasse ha provato a giustificarsi dicendo che “Philadelphia ha giocato il suo basket offensivo e la palla non mi è arrivata”.

Possiamo tradurla, come amava dire Michael Jordan, che “ha aspettato che la gara arrivasse a lui” ma non è mai giunta dalle sue parti. Eppure l’intera sua parabola NBA ci racconta di una filosofia diversa.

L’Harden dei tempi migliori era l’unico gestore della situazione, sempre palla in mano, aggressivo e costante. Se ora “aspetta” la partita è un giocatore meno efficace e di sicuro più scontato.

I Sixers hanno mosso mari e monti per acquisirlo e ora forse già rimpiangono di averlo fatto. La tifoseria locale è tra le più dure dell’intera NBA e le critiche non sono mancate. Sono tutte concentrate su un unico aspetto, il suo storico tallone d’Achille, ovvero la mancanza cronica di impegno.

Harden è fatto così, o lo si ama o lo si odia. Non dà mai l’impressione di sudare in campo e di lottare fino all’ultimo. E’ uno spirito tipicamente californiano (il ragazzo è di Los Angeles) che prende la vita un po’ come viene, senza sbattersi troppo.

Ai Nets nell’ultimo periodo era talmente svogliato che dava palesemente l’idea di non voler giocare, di non voler tirare, né correre, né fare alcunché. E’ un’indole che ha sempre avuto e che nei periodi di maggiore difficoltà accentua fino all’esagerazione.

Non è mai stato un topo da palestra e ormai fatica a nascondere la pancetta. E’ fuori forma e sembra stanco ma, ripeto, non è soltanto un fatto fisico. C’è qualcosa dentro di lui che ci parla di un’insoddisfazione profonda.

Si è tolto tanti bei sfizi sul piano personale, compreso il più pesante di tutti, il titolo di MVP nel 2018. L’anello o anche solo andarci davvero vicino è ancora utopia. E’ un discorso che vale anche per Chris Paul ma con una prospettiva di fatto opposta.

Paul a Phoenix sta vivendo un’inaspettata seconda giovinezza e i Suns si sono giocati delle belle Finals contro i Bucks dove ha dimostrato di essere probabilmente il miglior trentaseienne di sempre.

Per “The Beard” era il 2012, i suoi Thunder furono spazzati via 4-1 dai rampanti Miami Heat di LeBron James. Fu la sua terza stagione e l’ultima con OKC.

Se torno con la mente ai quei Thunder non posso non accoppiare in un certo senso il destino suo con quello di Russell Westbrook. Ho sempre pensato a loro due come a due grandissimi del gioco ma con difetti enormi, almeno uno per parte. Difetti che sono stati il muro che li ha separati dalla cerchia più ristretta dei veri campioni.

Per Westbrook lo scarso IQ offensivo, che in lui si è spesso palesato con lo sbattere contro il muro difensivo avversario andando a cento all’ora. Per Harden l’abbiamo già detto, il suo “muro” è la voglia.

E quindi che ce ne facciamo di “The Beard”? Joel Embiid è stato sorprendentemente impietoso. “Tutti si aspettavano l’Harden dei Rockets ma non ormai non lo è più”. Parole nette alle quali si risponde senza mezze misure.

O caccia fuori l’orgoglio o semplicemente si cerca una nuova squadra. “Sarò ancora a Philadelphia” rassicura ma non sembra che il management dei Sixers sia disposto a dargli il massimo al rinnovo. Può averne al massimo 270 milioni ma tutte le opzioni sono sul tavolo, compreso scambiarlo.

Negli ultimi playoff ha segnato 18.6 punti di media, il minimo dalla già citata stagione 2012 quando però usciva dalla panchina. Philly si è tolta il peso Ben Simmons e se ne è trovata un altro, forse anche più difficile da gestire.

Ha costruito una carriera e ha ridefinito un modo di giocare, soprattutto col suo step-back da tre in punta. Ha anche segnato un’epoca di stile se pensiamo a questa sua barba che ormai mina il primato di Mago Merlino. A parte di scherzi, è davvero un giocatore che è entrato nella storia e che ha lasciato un segno, non a caso è anche stato scelto tra i top 75 dalla NBA.

Per tutti questi motivi fa davvero male vederlo così svogliato, appesantito e insoddisfatto. Embiid lo ha accolto a braccia aperte e in prima battuta ne è rimasto addirittura entusiasta. L’umore è cambiato velocemente perché Philadelphia non aveva una sfida impossibile contro Miami ma se l’è giocata malissimo.

Io sono moderatamente fiducioso. Forse ha perso un passo ma può ancora fare la differenza. Deve solo trovare le motivazioni giuste, non proprio un piccolo dettaglio ma stiamo pur sempre parlando di un input psicologico.

Il giocatore c’è ancora e se davvero le parole di Embiid sono state dette ad arte per dargli la scossa l’anno prossimo, saranno del resto alla prima stagione completa come coppia, potremo vedere dei Sixers competitivi fino in fondo.

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