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Mille sono i motivi per cui l’inizio di stagione dei Soli del deserto dell’Arizona è passato totalmente in sordina: vuoi l’abitudine a vederli giocare ad alto livello, vuoi l’exploit di Golden State e Chicago che ha attirato lo sguardo di tutti…

Vuoi, e credo sia la primaria ragione, il fatto che i pregiudizi sono sempre velocissimi ad appiccicarsi alle nostre menti. Reduci da una brutta e dolorosa sconfitta alle Finals, dove erano pure stati al comando 2-0, i Suns hanno infatti registrato un sonoro 1-3 nelle prime quattro partite della nuova stagione, di cui due contro Portland e Sacramento (tutt’altro che irresistibili). In queste quattro partite il tabellone è arrivato a registrare 114.75 punti di media per gli avversari e solo 106 per la squadra di coach Williams.

Da lì in poi, dopo l’incubo iniziale, la storia è cambiata completamente. 102.2 sono i punti concessi alle avversarie, 112.7 sono i punti segnati. Ah, nelle ultime 26 partite sono 24-2.

Ma quali sono i principali punti di forza di quella che sembra al momento una macchina da pallacanestro quasi perfetta.

Metà campo difensiva

La difesa dei Suns è sempre rimasta in penombra, oscurata dall’estro offensivo dei vari Paul, Ayton, Booker. Ma se vi dicessi che è la seconda difesa di tutta la lega? Già, dietro solo ai diretti rivali di Golden State. Sta registrando un defensive rating di 103.4, secondo ai 101.6 dei gialloblu. Un equilibrio difensivo che è ancor più testimoniato dalla assenza, in tutto il roster di 15 giocatori, di un giocatore che abbia un defensive rating inferiore ai 106.

Il giocatore che, a statistiche, è il peggiore difensore è Ayton, che poche settimane fa in una intervista post-partita si dichiarava scocciato dal non essere inserito nella lista dei papabili Defensive Player Of the Year. E questo non per ridicolizzare la proposta della ex-prima scelta assoluta, ma per far comprendere che si tratta di un meccanismo oliato talmente alla perfezione da potersi permettere un possibile futuro DPOY come peggior difensore (ripeto, peggiore solo nelle statistiche).

Va però data una nota di merito più specifica, perché credo che tra i vari grandi nomi che girano in questa squadra (dai Paul, a Booker ma anche Crowder, che si è ormai guadagnato la fama di eccellente difensore) io mi sento di dare la palma del primo premio a Mikal Bridges.

L’ex-Villanova, pur non registrando statistiche stratosferiche (sono 12 punti, 4 rimbalzi e 1 assist a partita), ha dimostrato quest’anno di poter marcare uomo a uomo l’uomo più letale della lega, che fa di nome Steph e cognome Curry. Ha limitato il miglior tiratore di sempre allo 0% dal campo in 12 minuti di marcatura individuale. Ha costretto alle stesse percentuali anche James Harden e Anthony Edwards. Ha concesso un po’ di più invece a Jason Tatum (25% dal campo), De’Aaron Fox (3 su 16 dal campo), LeBron James (30% dal campo), Lillard (48% dal campo ma 4 palle perse in 20 minuti).

E’ un atleta che si prende, partita dopo partita, la responsabilità di marcare l’avversario più forte e lo fa con una tale efficienza e continuità da diventare davvero la ciliegina sulla torta per una squadra che ormai può fare della sua difesa un motivo di vanto e attribuirle una buona parte del successo dell’ultimo anno e mezzo.

La difesa dei Suns, signore e signori, è uno spettacolo in movimento.

Metà campo offensiva

La metà campo offensiva della squadra del deserto rimane, secondo me, difficile da pareggiare nella NBA odierna. Una NBA che, paradossalmente ma neanche troppo, sta sempre più andando verso la ricerca di isolamento, one-on-one di stelle contro stelle… un gioco arido, sempre meno di squadra, che è perfettamente riassunta dalla filosofia offensiva dei Celtics.

Ecco, Williams sembra avere un’idea di basket molto differente.

Circolazione di palla rapida, tagli, blocchi, extra-pass. Un meccanismo oliato e rifinito alla perfezione. E la dimostrazione, ancora una volta, è come tutti gli uomini di Monty Williams partecipino coralmente al successo di una squadra che ha un offensive rating di 111, ottavo nella lega.

Ben otto giocatori sono in doppia cifra di media a partita. Oltre ai soliti noti, la panchina sta dando una spinta decisiva in più, in modo tale che il rendimento della squadra non cala più di tanto nei momenti di riposo delle stelle, e questo ha come vantaggio il fatto che Paul, Ayton, Booker possono permettersi di non esagerare col minutaggio.

Protagonisti dalla panchina sono JaVale McGee (11 punti e 7 rimbalzi in 16 minuti a partita, e un impatto impressionante per quanto riguarda la difesa del ferro), Cameron Payne (10 punti, 3 rimbalzi e 3 assist a partita con il gravoso ruolo di vice-Paul), e infine Cameron Johnson. Quest’ultimo sta avendo, a mio modo di vedere una stagione stratosferica dimostrando un miglioramento netto in entrambe le metà del campo. Sta registrando 10.5 punti, 4 rimbalzi e 1 assist tirando con ben il 41% dall’arco.

Crowder e Ayton, nel quintetto di partenza, non fanno altro che cementare la solidità offensiva di questa squadra. L’ex-Heat, pur con medie minori rispetto agli anni scorsi (9 punti, 5 rimbalzi, 1 assist e 1 rubata a partita), è davvero un ingranaggio fondamentale, perché preferisce sempre la scelta altruista, l’extra-pass, il pane quotidiano su cui campa e grazie a cui trionfa Phoenix.

Il secondo è sempre più decisivo e ingombrante nel pitturato avversario, ed è arrivato a mettere a referto 17 punti e 11 rimbalzi a partita con il 62% dal campo. L’importanza che Ayton ha per questo sistema non si limita a punti e rimbalzi, ma anche alla sua abilita di orchestrare con Paul e Booker pick-and-roll o più semplici hand-offs, creando così molto più spazio per due delle mani più morbide della lega. Ma anche le sue abilità di passatore sono molto sottovalutate.

Abilità nel clutch

Negli ultimi minuti della partita, quando questa è in bilico… ecco il momento in cui Phoenix prende le redini del gioco e si trasforma in un animale feroce di puro agonismo. Sono 13-1 in partite che sono arrivate a giocarsi nel clutch (cioè quando, allo scoccare dei 5 minuti dalla sirena finale, le due squadre sono separate da 5 o meno punti). E, neanche a dirlo, i due giocatori più clutch sono Paul e Booker.

La point-god, che sembra solo migliorare di anno in anno in quanto a intelligenza di gioco e scelta di tiro, sta viaggiando a 14 punti, 10 assist, 4 rimbalzi e 2 rubate a partita (a 36 anni). Eppure, in qualche modo, nei momenti decisivi della partita riesce a trasformarsi ulteriormente.

Tira con il 60% da due (anche se solo il 34% da tre), e registra un offensive rating di 133 e un defensive rating di 79. Ripeto, 79, tenendo conto che il migliore in tutta la NBA nel defensive rating per match è Draymond Green con 98.

Booker invece è sempre più stella, e come movenze e mentalità assomiglia sempre più al suo mentore Kobe Bryant. Sono 23 punti, 5 rimbalzi e 5 assist a partita con il 42% da tre e il 47% da due. Ah, quando gioca Booker, i Suns non perdono da Ottobre. Anche per il giovane gioiello di casa Phoenix è evidente la crescita esponenziale nel clutch, dove tira con il 73% dal campo e addirittura il 60% da tre, giocando con un defensive rating di 86 e un offensive rating di 138.

Oltre alle due stelle, enorme il contributo di Ayton con l’88% dal campo (che gli vale un offensive rating di 148!) e ancora di Cam Johnson e Crowder, rispettivamente con il 40 e 53 % dalla lunga distanza.

Insomma, i Suns sono eccellenti in attacco e difesa, grazie ad un amalgama di stelle, giovani promesse, veterani, seconde scelte. Ognuno fa la sua parte, ognuno mette il suo piccolo ingranaggio, e il risultato è che Phoenix è diventata una macchina perfetta, che per di più riesce a diventare predatore feroce negli ultimi minuti. In una stagione NBA così incerta tra COVID, equilibri e disequilibri, è certo che nessuna squadra desidererebbe incontrarli nei Playoff.

Post By Filippo di Chio (32 Posts)

20 anni, folgorato fin da bambino dal mondo americano dei giganti NBA e dei mostri NFL, tifoso scatenato dei Miami Heat e - vien male a dirlo - dei Cincinnati Bengals. Molto desideroso di assomigliare ad un Giannis, basterebbe anche un Herro, ma condannato da madre natura ad essere un Muggsy Bogues, per di più scarso.

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