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Forse non sarebbe andata così, o forse non sarebbe dovuta finire così.

Infortuni, sfortune, piedi troppo lunghi di qualche centimetro, tutte cose che impediscono a dei Nets eroici di passare a una finale di Conference.

La corazzata è affondata (per quest’anno), il Big-Three è stato abbattuto.

Milwaukee arrivava lanciata da un impressionante sweep rifilato agli Heat di coach Spoelstra, Brooklyn se l’era cavata con un 4-1 abbastanza monotono contro una Boston la cui unica nota acuta è stato il cinquantello di Tatum.

Sembrava un vero e proprio scontro tra titani: Durant, Irving e Harden da una parte, contro Giannis, Middleton e un Holiday che era stato letteralmente devastante contro la difesa di Miami. I primi per offensive rating contro i sesti in offensive rating, nonché decimi in defensive rating.

Doveva anche essere la serie che avrebbe dovuto dare cruciali risposte a entrambe le squadre. Sulla sponda Nets, erano sicuramente da dissolvere i dubbi su Nash come head coach, ma soprattutto era arrivata la giusta occasione per dimostrare che quando si hanno quei tre giocatori in squadra c’è ben poco da fare, anche per un Defensive Player of The Year e bi-MVP in carica.

In Wisconsin, invece, doveva essere la serie da dentro-fuori per un allenatore come Budenholzer che non aveva mai convinto. Era una serie da all-in anche per Giannis, che giocava da anni a livelli stratosferici salvo poi sgonfiarsi improvvisamente quando la palla pesava di più e le difese non gli aprivano le autostrade a canestro: la semplice domanda era “è una superstar o no?”.

Tutto questo, o per lo meno la parte relativa ai cugini dei Knicks, è svanito dopo solamente un minuto di Gara-1: Harden, infortunato, esce dal campo con un problema al tendine del ginocchio. Serie finita? Neanche per sogno.

Durant e Irving si caricano la squadra sulle spalle, aiutati da prestazioni sopra la media di un Griffin che in alcune uscite di questa serie è sembrato ricordarsi alla lontana di ciò che era prima della parentesi a Detroit. E così, senza neanche lasciare il tempo a Milwaukee di rendersi conto dell’enorme opportunità che avevano, i Nets sono sopra addirittura 2-0 (avendo, tra l’altro, tenuto l’attacco formidabile dei Bucks a soli 86 punti in gara 2)

Si torna in Wisconsin, i riflettori sono puntati solo ed esclusivamente su Giannis, che sembra aver già firmato la confessione -nuovamente- di non essere in grado di reggere la pressione da Playoff. Perdere anche solo una delle due gare al Fiserv Forum significherebbe tornare a Brooklyn con la stagione sull’orlo del precipizio.

Gara-3, una gara playoff che non si vedeva da un pezzo. Fisicità, percentuali al tiro bassissime (19% Brooklyn e 25% Milwaukee da tre), un duello simil-western due contro due tra Antetokounmpo e Middleton da una parte e Durant con Irving dall’altra. Alla fine la spuntano i due cerbiatti che mettono a referto rispettivamente 33 punti e 14 rimbalzi il primo, 35 punti e 15 rimbalzi il secondo. Ah, Milwaukee vince 86-83 (in pratica, il 79% dei punti dei Bucks li hanno fatti loro due).

Arriva gara 4… ed ecco che la Dea Bendata decide di accanirsi contro Nash e la sua banda. La partita, come d’altronde ci si aspettava, è giocata sul filo del rasoio. Un PJ Tucker estremamente preciso dall’angolo respinge ogni tentativo di Brooklyn di prendere il largo, ma ecco che anche Irving cade a terra, infortunato gravemente alla caviglia dopo essere caduto sul piede di Antetokounmpo sotto il ferro.

Nel giro di una settimana i Nets hanno perso due dei tre fenomeni. Inutile dire l’esito della partita… 2-2 e si ritorna al Barclays Center.

Gara 5, serie già chiusa. Così almeno pensano in molti, anche probabilmente Nash che prova la mossa disperata buttando nella mischia un Harden che a malapena riesce a seguire il ritmo partita (e lo scoreboard non da Harden lo dimostra: 5 punti, 6 rimbalzi, 8 assist). Un signore però aveva deciso che quella sera sarebbe andata diversamente.

Quel signore porta il nome, e il fardello, di Kevin Wayne Durant. Quel signore è appena tornato da un devastante infortunio al tendine d’Achille che lo ha tenuto lontano dal parquet per poco più di un anno, e ha giocato 48 minuti sui 48 della partita (cosa mai vista nei tempi recenti), ha giocato da solo contro tutta Milwaukee (basti dire che gli altri scorers di Brooklyn in doppia cifra sono stati Griffin e Uncle Jeff Green, con 27 sorprendenti punti).

KD ha segnato 49 punti, ha raccolto 17 rimbalzi, ha smistato 10 assist, ha compiuto 2 stoppate e rubato 3 palloni. Era su un altro pianeta, e coach Budenholzer evidentemente con lui dato che ha lasciato che KD si mangiasse vivo PJ Tucker e non ha mai accennato anche solo a provare a mettere in difficoltà il numero 7 nero-bianco con raddoppi o anche solo facendolo marcare dal Defensive Player of The Year in carica… 114-108 Nets, 3-2 per KD.

Si torna in Wisconsin, questa volta la magia a KD non basta. Nonostante i 34 punti, i Bucks non hanno certo intenzione di uscire sconfitti da un uomo (KD) e mezzo (Harden) al Fiserv Forum. A prendere la situazione sotto controllo sono, tanto per cambiare, Middleton e Giannis. Il primo mette a referto una partita pazzesca, che recita 38 punti, 10 rimbalzi, 5 rimbalzi e 5 rubate (primo nella storia della NBA con una partita da oltre 30-10-5-5). Il greco fa da ottimo “gregario” con 30 punti e 17 rimbalzi. 3-3, gara 7 a Brooklyn.

Barclays Center pieno fino all’orlo, una partita sempre in bilico in cui nessuno sembra riuscire a dare l’allungo decisivo. Sembrano averne di più gli uomini in verde, ma KD, tornato in forma gara-5, ricuce ogni possibile strappo. Negli ultimi minuti di partita Jrue Holiday mette due triple fondamentali, salvano parzialmente una serie giocata a livelli infimi.

Bucks avanti di 2, 8 secondi dalla fine, palla a Durant che attacca PJ Tucker. Ferma il palleggio, turn around degno dei migliori ballerini del teatro Bol’šoj, tiro con la mano di Tucker a mezzo centimetro dagli occhi, solo rete. Era da tre, meritava fosse da tre. Ma a volte il 53 di piede ti fa questi scherzi. Mezzo centimetro, questa è la distanza che ha separato i Nets dalle finali di Conference. Si va agli overtime.

La battaglia continua, le percentuali al tiro calano improvvisamente. 6-2. Questo è il risultato degli ultimi 5 minuti di gioco. 4 punti nel primo minuto, 4 nell’ultimo. E ancora la Dea Bendata ha voluto tirare uno sgambetto ai Nets, visto quanto beffardamente è entrato l’ultimo tiro, quello decisivo, di Giannis dopo aver superato la difesa di Durant ed essere rimbalzata quelle due o tre volte sull’orlo arancione di ferro.

115-111. I Bucks sono nelle finali di Conference. KD, non i Nets, non hanno fatto l’impresa. Perché sì, anche in gara 7 KD ha giocato tutti i minuti disponibili, 53. E ha registrato, per gradire, 48 punti, 9 rimbalzi e 6 assist. Ma niente di tutto ciò è bastato.

Si può dire merito dei Bucks, merito della fortuna, merito del 53 di piede di KD. Rimane il fatto che una enorme fetta della vittoria va data a Middleton e Giannis. Khris ha registrato di media 24.3 punti, 9 rimbalzi e 4 assist. Il greco, dalla sua, 32 punti, 13 rimbalzi e 3.6 assist, nonché ha iniziato a legittimare quel titolo di superstar che tanto gli si addiceva nella stagione regolare quanto gli stava fin troppo stretta nei playoff.

E rimane il fatto che coach Bud ha fatto di tutto per perderla, perché un allenatore di tale esperienza non può e non deve permettersi di non provare a trovare contromisure ad un exploit come quello di KD. Ha lasciato per 54 minuti complessivi nella serie di possesso palla Nets PJ Tucker in marcatura su Durant, e questo ha segnato il 46% dei tiri presi andando 10 volte in lunetta per falli sul tiro. Tutti gli altri titolari hanno concesso, quando in marcatura sul fenomeno di Brooklyn, ben più del 55% dei field goal.

Giannis gli ha concesso solo il 33%, e in marcatura diretta è stato 6 minuti in tutta la serie. 6 minuti. Ha preferito a lui addirittura Jrue Holiday, che contro i Nets credo abbia giocato le sue più brutte partite da quando veste la maglia verde-bianca. Ha vinto, sì, ma con quanta fatica e a quale costo. Il front office del Wisconsin ha qualche riflessione da compiere.

Nel frattempo però ci sono dei sorprendenti Hawks nelle finali di Conference, anche se sulla carta per Giannis e compagni sembra tutto abbastanza in discesa per arrivare a giocarsi l’anello. Quando poi si tratta di vincerlo quell’anello, ecco lì le carte in tavola cambiano un po’.

Ai Nets non si può dire che un “arrivederci”, perché li rivedremo, eccome se li rivedremo. Gli infortuni hanno fatto la loro, ma il problema è che questa squadra era costruita male fin dalle fondamenta. Era una accozzaglia di giocatori non all’altezza, veterani cotti e stracotti e fenomeni stellari, e logicamente, appena una o due stelle si fermano, l’intero progetto crolla con loro.

C’è quindi da fare un serio lavoro di ricostruzione per attorniare quei tre di giocatori che siano all’altezza di poter essere definiti gregari, stando al contempo molto attenti ad una luxury tax che è sempre più una spada di Damocle sulle loro teste (ora come ora sarebbero 70 i milioni da pagare di multa per non aver rispettato il tetto salariale).

C’è anche da pensare se non sia il caso di sacrificare un giocatore come Joe Harris, che ha giocato una notevole stagione tirando con il 47.5% da tre (primo nella NBA) ma che quando sarebbe dovuto salire in cattedra ha iniziato a sparare a salve (24.2% da tre contro i Bucks, Giannis ha tirato con il 26%!!).

Per quanto riguarda Nash, credo che sarà salvato dal fatto che questa eliminazione sarà affidata solo agli infortuni e alla retorica del “se fossero…”. Rimane il fatto che non possono risuonare nelle orecchie le parole, forse troppo forti, di Stephen A. Smith che ha detto che l’eliminazione è frutto del karma.

Perché Irving ad inizio stagione ha rifiutato apertamente Nash arrivando a dire di non aver bisogno di un coach e scomparendo senza motivo per due settimane, Harden è stato protagonista della seconda telenovela più lunga dopo Il segreto ed è riuscito a presentarsi fuori forma, Griffin ha fatto finta di giocare a basket per due anni a Detroit salvo poi cercare di salire sul carro del vincitore e ricominciare improvvisamente a schiacciare. Insomma, troppi dubbi, troppi terremoti interni e un rookie coach non era certo la cosa più adatta a questa situazione.

Carenze di roster, carenze di coaching e infortuni possono tirare giù anche corazzate come quella che ha sede a Brooklyn. Cosa ci aspetterà riguardo a loro? Le finali l’anno prossimo, Fortuna permettendo.

Ultima nota d’onore, KD. KD. KD.

Nelle ultime tre partite ha giocato 142 dei 149 minuti disponibili segnando 43 punti, con 12 rimbalzi e 7 assist. Onore a Kevin Dwayne Durant perché è l’ultimo che si è arreso, e perché ha legittimamente ritratto con uno scalpello il suo volto sulla pietra del Monte Rushmore della NBA.

 

Post By Filippo di Chio (28 Posts)

20 anni, folgorato fin da bambino dal mondo americano dei giganti NBA e dei mostri NFL, tifoso scatenato dei Miami Heat e - vien male a dirlo - dei Cincinnati Bengals. Molto desideroso di assomigliare ad un Giannis, basterebbe anche un Herro, ma condannato da madre natura ad essere un Muggsy Bogues, per di più scarso.

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One thought on “I cerbiatti affondano la corazzata Nets

  1. L’infortunio che ha fregato i Nets è stato quello di Dinwiddie. Se c’è da scegliere tra lui e Irving l’australiano prepara la valige prima di subito.
    Poi la sfiga di Aldridge effettivamente rende scaramantici.
    Harden e Durant da soli, sani, una finale a est la garantiscono, si tratta solo di mettere loro una squadra intorno.

    Milwaukee finalmente vince una serie da sfavorita e ora va ad allenarsi in 4 o 5 partite per la finale. La fortuna non mente mai.

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