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La NBA di questi anni si muove in fretta, forse troppo.

Dai college arriva una enorme quantità di talento grezzo e ogni anno non fa altro che aumentare. Diventa dunque difficile rimanere fermi con gli occhi su quei giocatori che da anni sono sulla copertina dei giornali.

I giovani stanno prendendo il controllo mediatico della lega, si pensi alla manifesta bravura delle neo-stelle come Jokic, Adebayo, Tatum, Zion, Doncic, lo stesso due volte MVP Antetokounmpo, Embiid, Young, Mitchell e molti altri ancora.

L’unico problema di tutto questo naturalissimo processo è che si inizia a dare per scontata quella famosa “vecchia guardia” che da anni gioca a livelli impressionanti. E ho usato l’espressione “dare per scontato”, ma spesso si potrebbe parlare di mancanza di rispetto, sia da parte della tifoseria sia da parte della stampa e delle testate giornalistiche.

Un insabbiamento inspiegabile ma senza soluzione di continuità che a parer mio ha portato la parola grandezza ad una notevole e agghiacciante traslazione di significato. Esempio principe sia una caption di un post di Kyle Kuzma, che cita apertamente LeBron James dichiarandosi un aeroplano sottovalutato… ora, con tutto il bene che si può volere al signor Kuzma, direi che l’assurdità è abbastanza lampante.

La cosa che preoccupa è che nessuno nota quanto stoni una frase del genere dichiarata da un giocatore di quel calibro, ma anzi si perde tempo nel sottolineare il ruolo di influencer di LeBron. Siamo sicuri sia questo il problema? O forse è proprio il significato della tanto sventolata greatness che ha perso il suo antico valore?

Perché la grandezza di un giocatore deve essere definita dal numero di statuine con incisa sopra la sigla MVP? Forse Antetokounmpo è più grande di Chris Paul? Mi sento umilmente di dissentire.

La cosa impressionante, però, è che tutta questa ruota mediatica che schiaccia i veterani e porta in alto, pur non senza ragione, la nuova generazione di talenti, non si fa problemi neanche ad andare oltre, e infangare giocatori come LeBron e Curry, che di titoli e statuine ne hanno vinte un bel po’ ciascuno.

Ma ora, senza divagare oltre, parliamo più specificamente di quello che una volta era chiamato the human torch e ora sembra visibile solo in lontananza nello specchietto retrovisore di quelli che sono troppo persi ad ammirare il “basket dei giovani”.

Per non perdermi in discorsi anticonformistici che mi porterebbero a scrivere un testo di dimensioni bibliche, inizio la presentazione del personaggio Steph Curry, mi auguro noto a tutti, con un po’ di daterelli della sua carriera.

  • 3 campionati NBA (2015; 2017; 2018)
  • 2 MVP (2015; 2016, quando fu l’unico nella storia NBA a vincere con voto unanime)
  • Secondo in triple segnate nella storia NBA, dietro solo a Ray Allen

Potrei continuare ancora, ma ciò che mi importava far passare era questa domanda: come facciamo a “fare spallucce” davanti ad un giocatore così?

Passiamo ora a questa stagione, perché se dopo questo discorso il suo rendimento fosse pessimo non avrebbe senso tutto questo gran polverone. Dunque, andiamo a vedere da vicino la NBA 2020-2021 di Steph Curry.

Prima di tutto, i Golden State Warriors sono 28-29, attualmente noni a Ovest quindi qualificati ai play-in grazie al nuovo format. Questo dopo aver perso per infortunio Klay Thompson a inizio stagione e l’ottimo rookie James Wiseman poche settimane fa.

Non è tutto però, perché con Curry gli Warriors sono 27-22 e senza di lui in campo sono 1-7, e questo dato credo sottolinei in maniera evidente quanto sia valuable per le sorti e per il rendimento della sua squadra.

In questa stagione Steph sta registrando di media 31 punti, 5.6 rimbalzi, 5.9 assist e 1.2 stoppate. Inoltre per poco non è nel club dei 50-40-90, infatti tira con il 49% dal campo, col 42.7% da tre e con il 92.2% dalla linea del tiro libero.

In punti fatti a partita è dietro solo a Bradley Beal, che per intenderci ne segna 31.1. È primo per triple segnate con ben 250 su 586 tentativi. È primo in punti totali segnati (1521 in 49 partite giocate), seguito da vicino da Lillard, Beal, Doncic, Jokic e LaVine.

È nella top-15 di tutta la NBA in 3-pt field goal percentage ed effective field goal percentage, statistica in cui registra il 61,4%. Come se non bastasse, è ottavo in field goals made, ben 500, e anche in true shooting percentage, in cui invece è sul valore di 66.3%.

Guardando solo questi dati si direbbe una stagione ben oltre il discreto, direi veramente buona se si conta che nell’anno del suo secondo MVP, quello unanime, segnava 23.4 punti di media tirando con una percentuale leggermente minore dal campo.

Come se non bastasse, nelle ultime dieci partite, Steph ha deciso di mettersi in proprio, evidentemente stufo di aspettare che gli altri membri del roster crescessero. Ha preso la palla in mano e ha deciso di iniziare a tirare.

Da dovunque, letteralmente, e in ogni maniera possibile, che fosse con la mano sinistra dopo essere stato travolto dal difensore, oppure sbilanciato, con un lay-up o con una tripla profonda dipinta dal suo celeberrimo e inimitabile quick release.

In queste dieci partite le sue medie sono schizzate alle stelle: 39.1 punti con 6.8 triple segnate di media a partita, 6.4 rimbalzi e 4.5 assist, tirando con il 55% dal campo, con il 48% da tre e il 90% nel tiro libero. Questo ne alza l’effective field goal percentage a 69.4% e il true shooting percentage a 73.9%.

In tutte queste dieci partite ha segnato almeno 30 punti, e non perché gli avversari fossero incapaci difensivamente o fossero di bassa classifica… ha infatti giocato in questo lasso di tempo con Miami, Atlanta, Milwaukee, Denver e Boston tra le altre.

In tre di queste dieci partite ha segnato 10 o più triple, facendo salire il suo totale in carriera a ben 20 partite di questo genere: in questo l’inseguitore più vicino è Klay Thompson con 5 partite in tutta la carriera, numero già raggiunto da Curry solo in questa stagione.

Nella sola ultima settimana, Steph ha segnato da solo 36 triple, una sola in meno dell’intera squadra dei Mavericks, e più di ben 10 squadre intere della NBA, come i Blazers, gli Hawks e i Nuggets. Sono statistiche veramente incredibili.

Si può dare un premio valutando due settimane e mezzo di basket? Ovviamente no. Sarebbe ingiusto verso Jokic, Embiid o chi vincerà l’MVP quest’anno, vero? Vero?

Non lo so, la vera risposta è che non lo so. La chiave rimane sempre l’interpretazione di quella parolina chiave, cioè valuable, che i giornalisti che votano per i premi non svelano come fossero gli arcana imperii tacitiani.

Valuable nel senso che gioca meglio, o che segna di più, forse. Oppure, che è fondamentale per la sua squadra perché la tiene a galla, le porta grano nel fienile in forma di vittorie. Qualunque interpretazione le si voglia dare, la verità rimane una: non c’è nessun prerequisito necessario per vincere l’MVP che Curry non rispetti.

Vincerà l’MVP? No, purtroppo no.

Jokic lo merita, e se non lui Embiid. Ma se io fossi uno di quei giornalisti che può far contare la sua voce nella votazione, la mia scelta non sarebbe facile, sarebbe tormentata e sarebbe (e lo dico senza paura) tra Jokic e Curry, con all’orizzonte Embiid e Lillard, mentre Harden si è allontanato nell’oblio a causa dell’ultimo infortunio.

Ora mi rivolgo a voi, gentilissimi giornalisti e grandissimi esperti della pallacanestro americana, che sul sito ufficiale della lega pubblicate settimanalmente la classifica dei maggiori candidati ai premi di fine anno. Mi riuscireste a spiegare, se avete tempo o se anche solo avete davvero delle buone cause, per quale maledetto motivo Curry è al numero 9 (NOVE, lo scrivo a lettere in modo che non sia confondibile con altri numeri)?

Perché un uomo con quei numeri, a 33 anni, deve essere dietro a Kawhi Leonard, giocatore che ammiro molto ma che non è lontanamente valuable per la sua squadra quanto lo è Curry?

Chiudo questa invettiva con un dato che spero convincerà i dubbiosi riguardo a Steph Curry: se Curry sbagliasse TUTTE le prossime 500 triple e poi si ritirasse, avrebbe una percentuale in carriera dalla linea da tre maggiore di Ray Allen, che pure ne ha messe circa 200 in più rispetto a lui. Se invece sbagliasse le prossime 600, avrebbe in carriera una percentuale da tre maggiore di un certo Reggie Miller.

Come un giocatore con questo palmarès, che a 33 anni sta portando sul suo groppone a suono di prestazioni colossali il peso di tutta la squadra e che la sta trascinando ai play-in, che sembravano un sogno dopo l’infortunio di Thompson, sia così ignorato non solo dai tifosi ma anche dalla stessa critica giornalistica sportiva rimane e rimarrà sempre uno dei più grandi misteri per me.

Non posso far altro che dire la mia e vivere serenamente sapendo di aver visto il giusto, pur nel mio piccolo mondo: Steph è il miglior tiratore che la NBA abbia mai avuto.

C’è tanto chiacchiericcio sui famosi “talenti generazionali”. Zion, Doncic, Young e chi più ne ha più ne metta. Sembra quasi che ogni giornalista o persona che capisca qualcosa di basket abbia il diritto e il dovere di pronunciare il suo giocatore preferito come “giocatore generazionale” tanto che ormai la NBA è fatta quasi solo da quelli…

Tutto questo ha fatto svanire il vero significato di quella espressione, e se Zion, Doncic, Young e tutti gli altri sono questi fatidici “talenti generazionali”, Steph non lo è.

Ve lo dico con certezza, non lo è. Perché uno come lui non nasce certamente ogni generazione, ma esce se ci va proprio bene ogni secolo. Lui è un talento, punto. Un talento infinito, senza paragoni e senza limiti di tempo.

E come ero sicuro prima nel dirvi che non avrebbe vinto lui l’MVP quest’anno, con altrettanta sicurezza vi dico che quest’uomo merita l’Olimpo del basket, in compagnia di pochissimi altri. Ve lo ripeto, Steph Curry è il miglior tiratore che la storia NBA abbia mai avuto, e che probabilmente avrà.

Quindi, per piacere, finché siamo in tempo, finché abbiamo questo enorme regalo di poterlo veder giocare ad intervalli di due giorni, finché possiamo cliccare su YouTube e vedere le azioni sensazionali che fa ogni maledetta sera, facciamolo. Non perdiamoci in discorsi futili, avremo tempo da vendere per ammirare Tatum e Bam, Zion e Ja Morant. Il tempo con Steph stringe.

Allora vi imploro: assumete un atteggiamento quasi di foga. Assorbite, guardate più che potete, perché uno così non passerà un’altra volta. Fate un passo indietro, dimenticatevi dei colori della canottiera che avete addosso, e ammirate.

Non date nulla per scontato, perché tutto ciò che perdete ora non vi sarà regalato nuovamente da nessun altro. Imparate ad apprezzare la grandezza finché vi si spalanca davanti agli occhi, altrimenti rimarrete col rimpianto di non essere riusciti a testimoniare dal vivo in diretta uno dei più grandi della storia.

Se cercate di spiegare come fa, ve lo dico in anticipo, non fatelo: solo lui ci riesce. Avete la fortuna di essere spettatori di uno dei più grandi spettacoli dopo il Big Bang, quello di Wardell Stephen Curry II.

Sit back and appreciate greatness

Post By Filippo di Chio (27 Posts)

19 anni, folgorato fin da bambino dal mondo americano dei giganti NBA e dei mostri NFL, tifoso scatenato dei Miami Heat e - vien male a dirlo - dei Cincinnati Bengals. Molto desideroso di assomigliare ad un Giannis, basterebbe anche un Herro, ma condannato da madre natura ad essere un Muggsy Bogues, per di più scarso.

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4 thoughts on “Appreciate greatness: Steph Curry

    • Con quanto fatto anche contro Embid ieri sera penso non ci sia più alcun dubbio e come hanno intonato i fans presenti a Philadelphia, facciamolo anche noi da lontano..MVP…MVP…MVP

  1. complimenti per l’articolo.
    quoto, soprattutto la parte relativa all’essere “così ignorato non solo dai tifosi ma anche dalla stessa critica giornalistica sportiva rimane e rimarrà sempre uno dei più grandi misteri per me”. non me ne sono mai capacitato, la mia risposta è che in questi anni ha fatto piangere cosi tanti tifosi delle altre squadre che preferiscono ignorarlo. anche oggi, dopo l’ennesima prestazione mostruosa delle ultime 2 settimane, nessuno ne parla sul topic generalista del forum NBA….

    PS: non sono d’accordo su 2 cose.
    1) “‘l’ottimo rookie wiseman”. ottimo anche no, anzi, non è un caso che steph sia “esploso” in contumacia wiseman (e oubre). wiseman oggi è un progetto di 1-2 anni.
    2) “steph è il miglior tiratore che la storia NBA abbia mai avuto” ormai è riduttivo. non è SOLO il miglior tiratore della storia NBA, è il miglior attaccante. l’nsieme di tiro, ball-handling, capacità di segnare con entrambe le mani, capacità di finire al ferro, capacità di creare il proprio tiro, unlimited range, % ai liberi (non puoi mandarlo in lunetta, tira con oltre il 90%), capacità di passaggio di nuovo con entrambe le mani, off-ball movement non si è mai visto prima.

  2. I media USA non lo pompano perchè non è paraculo come certi pagliacci suoi colleghi. Pound-for-pound è nettamente il miglior giocatore della lega. Le statistiche però sono figlie del loro tempo. Un Chamberlain oggi non avrebbe i numeri che ha avuto, nè Curry avrebbe i suoi se non giocasse oggi.

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