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In quel di Chicago, più precisamente in Madison Street, si erge una statua di un certo Michael Jordan, che se non è il più influente giocatore di basket di tutti i tempi, sicuramente è uno dei due migliori giocatori di questo sport.

Dietro a quella strada sorge lo United Center, che dal 2016 -anno dell’ultimo record non negativo dei Bulls- non sentiva odore di playoff. Ma la storia della desolazione in Illinois inizia in realtà un lustro prima, quando il 28 aprile 2012 si infortunò Derrick Rose.

Da lì in poi, in otto anni sono state 4 le comparse nella postseason, delle quali solo due oltre la prima serie e mai fino alle finali di Conference. La città che aveva cresciuto le ali sulla schiena marchiata 23 dell’uomo che saltava più in alto di tutti aveva ormai smesso di volare.

Dal 2016 il progetto di ricostruzione è stato piuttosto confuso, con cessione di potenziali giocatori franchigia, acquisizione di giocatori di talento discutibile a contratti esorbitanti (si veda Otto Porter Jr.) e scelte al draft di rookie che reggevano il ritmo NBA per meno di un anno prima di implodere.

L’estate scorsa, invece, la dirigenza della famiglia Reinsdorf ha deciso di tentare un cambiamento nella cultura nello spogliatoio e di portare al suo interno un coach vincente, almeno in regular season.

La scelta è caduta su Billy Donovan, fresco di rescissione consensuale di contratto con OKC dopo averla portata per 5 anni consecutivi ai playoff senza mai riuscire ad intraprendere una decisa corsa verso la finale. E, per intenderci, quei cinque anni erano l’unica esperienza di Donovan come head coach in NBA e non aveva mai terminato una di quelle 5 stagioni con record negativo.

Questa stagione i Bulls sono 22-29, attualmente decimi quindi qualificati ai play-in della neo espansa postseason. Sono due gare sopra la minaccia dei Toronto Raptors undicesimi e sole tre gare sotto l’ottavo posto, che ora risiede a New York sponda arancioblu.

Come indica anche la classifica, sono una squadra statisticamente mediocre (offensive rating quindicesimo con 111.6 e defensive rating diciottesimo con 112.5) che non ha un suo chiaro punto di forza se non nelle star che trascinano il resto del roster.

Il grande problema di questa squadra è la metà campo difensiva. Hanno una difesa perimetrale superiore alla media, concedendo agli avversari la realizzazione di solo il 34% dei tiri da tre tentati (sesto dato della lega), ma questo genera una pessima difesa del ferro che condanna i Bulls a subire 50.4 punti a partita nel pitturato, ponendoli al quartultimo posto della lega in questo dato.

Vi è, infatti, una mancanza di reattività da parte dei lunghi, ultimamente Nikola Vucevic, Thaddeus Young e Daniel Theis, nel seguire il proprio uomo di competenza nelle azioni di pick-and-roll. Insomma, è una squadra che alza la densità difensiva sui portatori di palla fuori dall’arco ma che spesso e volentieri si lascia penetrare dietro alle spalle lasciando facili schiacciate ai centri avversari.

Quando però i giocatori si accorgono di questa profonda lacuna tendono a peggiorare solo le cose facendo collassare in maniera esagerata la difesa sugli attaccanti che tagliano verso canestro e lasciando praterie ai tiratori per un sempre meno usato ma non meno letale mid-range jumper.

Emblematica di questa situazione di confusione difensiva è un’azione avvenuta nella sconfitta per 120 a 108 contro gli Atlanta Hawks di pochi giorni fa. Siamo a 4 minuti e 46 dalla fine del secondo quarto, Trae Young (non proprio l’ultima delle point-guard) penetra nella difesa, Capela scivola verso il ferro e attrae su di sé il suo diretto avversario Vucevic.

Per qualche incomprensibile ragione, LaVine non fa neanche uno sforzo per ritornare sulla sua marcatura dopo il taglia-fuori, Satoransky preferisce andare a coprire la linea da tre su Bogdanovic, e il risultato è che Young rimane fermo immobile con la palla in mano sulla lunetta per quattro secondi (4!!) prima di tirare senza nessuna pressione perché il difensore più vicino in qualunque direzione era a cinque metri.

Un’altra statistica che evidenzia le evidenti difficoltà di compiere azioni incisive in difesa è che pur essendo i Bulls la squadra che concede meno tiri non contestati della intera NBA, gli avversari registrano contro di loro un effective field-goal percentage del 74%, peggior dato difensivo della lega. Evidentemente l’uno contro uno in protezione del proprio canestro non è il piatto forte della casa, date anche gli infimi 6 palloni rubati a partita.

Prima però che pensiate che questo sia un articolo di demolizione dell’operato del povero Donovan, passiamo alla metà campo offensiva dove invece i Bulls stanno facendo vedere cose positive che giustificano la loro attuale qualifica ai play-in.

Motivo principale di questo successo è Zach LaVine, che ormai è legittimamente iscritto all’albo delle stelle della NBA. Arrivato per Jimmy Butler da Minnesota a Chicago, insieme a Kris Dunn e una prima scelta poi materializzatasi in Markkanen, LaVine quest’anno è stato selezionato per il suo primo All-Star.

Le cifre sono notevoli: per intenderci, Derrick Rose nella sua stagione 2010-2011 da MVP viaggiava a 25 punti col 44% dal campo, 7.7 assist e 4 rimbalzi, LaVine in questa sta registrando 27.5 punti col 51% dal campo e 42% da tre, 5 rimbalzi e 5.2 assist. Poi, certo, il primo ha portato i Bulls a contendere contro gli Heat del big three mentre il secondo deve ancora dimostrare il suo valore sul palco maggiore, però credo che laVine abbia margini enormi di miglioramento, cosa alquanto spaventosa per gli avversari.

Si parla comunque di un giocatore che ha 5.1 win-shares e da cui dipende davvero il destino di ogni partita della sua squadra. Nelle vittorie, infatti, lui ha un offensive rating di 119 e un defensive rating di 104, se invece Chicago esce sconfitta l’ex-Minnesota ha un offensive rating di 107.2 e un defensive rating di 120.

LaVine è sicuramente un fenomeno in grado di definire il destino della squadra di cui fa parte, e credo che quest’anno Chicago abbia reso evidente che lui sia il loro giocatore-franchigia grazie agli sforzi fatti dalla dirigenza per cercare di attorniarlo con altri giocatori di livello.

Non materializzatosi l’approdo di Lonzo Ball, è stato invece investito molto sul centro montenegrino trentenne Vucevic. Una mossa come quella che i Bucks hanno fatto per trattenete Antetokounmpo, un tentativo di dimostrare alla propria stella l’intenzione di vincere e da subito, essendo disposti a sacrificare varie prime scelte, quindi il futuro della franchigia.

Vucevic, che a Orlando stava giocando il miglior basket della sua carriera, non ha certo rallentato a Chicago, dove sta registrando 23 punti, 10.3 rimbalzi e 3.6 assist, peggiorato solo lievemente rispetto alle statistiche della metà precedente del campionato. Questo calo è però facilmente giustificabile con la riduzione dei minuti e la compresenza con lui in squadra di un’altra stella, che invece a Orlando era assente.

L’unica enorme pecca che ha comportato l’acquisizione di Vucevic è che non ha migliorato l’apporto difensivo ma anzi lo ha peggiorato nel ruolo del 5 facendolo passare da un defensive rating di 111 (Carter Jr.) ai 118 di Vucevic, fin troppo alto per un All-Star.

In attacco, però, il vantaggio che questo giocatore fornisce è evidente, con la sua capacità egregia di attaccare il ferro in post e di spaziare il campo con il suo tiro da tre (poco sopra il 40% in stagione).

Oltre alle due stelle indiscusse della squadra, molti sono i giocatori che sono partecipi di questa realtà in crescita continua ma che non sembra ancora in grado di fare quel decisivo salto di qualità per tornare a contendere per le finali.

Partiamo da un veteranissimo della NBA, che in questa stagione sta giocando a livelli eccezionali per quanto riguarda la costanza e la efficienza in campo: Thaddeus Young. Il prodotto di Georgia Tech, dopo 13 stagioni nella lega, sta registrando in soli 25 minuti ben 12.3 punti, 6.5 rimbalzi, 4.4 assist e 1.2 rubate e grazie a questa sua consistenza offensiva (rating di 115.4) è riuscito a rubare il posto nel quintetto titolare al ben più giovane Markkanen.

Rimane ancora la falla difensiva, perché concede 112 punti in 100 possessi di media, ma sfido chiunque a trovare a Chicago un giocatore che giochi un buon numero di minuti e che abbia un basso defensive rating

Insieme a lui, un altro protagonista di questa stagione è il rookie Patrick Williams. L’ex-Seminoles è stato elogiato da molti per la sua campagna attuale, in cui le statistiche recitano 9.7 punti, 4.7 assist e 1.3 assist con un ruolo sempre da titolare, sintomo anche della importanza apprezzabile che Donovan vuole dare alla crescita dei giovani prospetti.

A dir la verità, io non sono un fan di questo giocatore, tutt’altro, soprattutto perché il promesso 3&D non sta arrivando con consistenza tanto che il giovane ha il terzo peggiore defensive rating della squadra (oltre 114 punti subiti su 100 possessi). Avrei preferito sicuramente col senno di poi un Haliburton, o se avessero voluto pescare sempre un’ala piccola allora si sono dimostrati ottimi anche Pokusevski, Bey e McDaniels.

Certo, nessuno di questi ultimi tre ha avuto una stagione così positiva da far apparire la scelta di Williams un errore, però a parer mio neanche Williams si è fatto valere per dimostrarsi all’altezza della quarta scelta assoluta. Vedremo però che margini di miglioramento avrà, contando il fatto che ha il vantaggio di avere un coaching staff a cui sta a cuore il suo sviluppo come giocatore, a vedere dal minutaggio a lui concesso (28 minuti di media).

Accanto a LaVine, nel ruolo di point-guard quest’anno sono stati alternati Coby White e Tomas Satoransky. Il primo, scelto l’anno scorso dall’Università del North Carolina, non è stato in grado di replicare a una ottima stagione da rookie. Infatti, pur essendo migliorato nelle medie arrivando a 14.7 punti, 4.4 rimbalzi e 4.5 assist, è passato difensivamente da 108 punti subiti ogni 100 possessi da lui marcati a 112.

Questa involuzione difensiva è stata prontamente notata da Donovan che a metà stagione lo ha relegato ad un ruolo da sesto o a volte settimo uomo, preferendogli il più esperto Satoransky. L’ex-Wizards registra cifre più contenute in attacco con soli 8 punti contro i 14.7 seppur con 7 tiri tentati in meno rispetto a White. In più, però, fornisce un miglioramento per quanto riguarda le abilità di playmaking (5.4 assist in 23 minuti), il che si traduce in un ottimo 111 in offensive rating. Inoltre è più abile difensivamente, e ciò ha consentito ai Bulls di abbattere di quattro punti ogni 100 possessi la statistica difensiva del compagno di squadra.

Sempre nel reparto guardie, importante è stato l’apporto di Denzel Valentine e del più navigato Garrett Temple. Questi danno buoni minuti quando vi è la necessità di far respirare Zach LaVine e a volte anche Patrick Williams. In due contribuiscono di media a 15.3 punti, 7 rimbalzi, 7 assist e 1.5 rubate a partita.

Una sorpresa, invece, è stata quella di Markkanen. Dopo l’anno passato in cui ha faticato non poco, quest’anno sembrava essersi ripreso. Sta mantenendo una media di 16 punti, accompagnati da 5.7 rimbalzi e 1 assist.

Vicino alla trade line però il suo nome è stato uno dei più gettonati in un possibile scambio per Lonzo Ball con i Pelicans, sintomo che la dirigenza e lo staff tecnico non sono convinti dal giovane ventitreenne e non sono probabilmente disposti a pagarlo molto per trattenerlo quando questa estate gli scadrà il contratto.

Io credo che Markkanen sia dotato di un enorme talento, di una stazza che sicuramente lo aiuta (213 cm) e di una mano morbidissima per un ragazzo di quella altezza (tira da tre con il 38% e da due con il 60%), ma, come ormai sempre più giocatori in questa lega, sta pagando non poco le lacune difensive, soprattutto nell’incapacità di difendere giocatori più piccoli una volta che vi è stato un defensive switch. Vedremo se la sua rendita di queste ultime settimane riuscirà a far cambiare la mente alla proprietà.

Da ultima vorrei comunicare una mia personale unpopular opinion. Mi è piaciuto molto l’affondo che la dirigenza ha fatto per andare ad acquisire da Boston il lungo Daniel Theis. Hanno sacrificato i giovani centri Hutchinson (andato a Washington) e Kornet, che sta facendo bene a Boston seppur con minutaggio ristretto, e hanno preso un centro di esperienza che può però adattarsi anche come ala grande dando quindi minuti di riposo sia a Vucevic che a Young.

Da quando è a Chicago, il tedesco sta mettendo a tabellino in 20 minuti una media di 7.2 punti, 4.7 rimbalzi e 1.8 assist ma, al di là delle statistiche, è evidente che il suo contributo è eccezionale nelle situazioni di pick-and-roll in cui la sua maggiore esplosività rispetto agli altri lunghi gli permette di virare più veloce verso canestro e di appoggiare punti facili. Problema? Provate ad indovinare… la difesa.

Insomma, Chicago è un bel concentrato di talento giovane e cristallino ormai esploso, di giovani dotati ma ancora ad uno stadio precoce di sviluppo nel gioco della lega, di ottimi veterani e di giocatori in cerca di riscossa per guadagnare nuova visibilità entro il campionato.

Offensivamente credo che con l’acquisizione di Vucevic ci sia ben poco da aggiungere, se non forse una point-guard che fornisca un maggior livello di gioco rispetto al duo White-Satoransky. Il fondamentale, però, su cui Donovan dovrà lavorare e su cui la dirigenza deve concentrare le sue spese è uno: la difesa, ovviamente.

Se Chicago riuscisse a ottenere una lottery pick quest’anno nelle prime 4, in modo da non doverla girare ad Orlando perché protetta, sarebbe una gran cosa, ma è altamente improbabile. Si tratterà allora di cercare solidi giocatori nel draft e convincere buoni giocatori ad accasarsi in quello United Center che è ormai da sei anni che non vede una stagione con record positivo. Raggiungere il record positivo quest’anno sembra complesso, ma i playoff sono molto più di un sogno.

Post By Filippo di Chio (28 Posts)

20 anni, folgorato fin da bambino dal mondo americano dei giganti NBA e dei mostri NFL, tifoso scatenato dei Miami Heat e - vien male a dirlo - dei Cincinnati Bengals. Molto desideroso di assomigliare ad un Giannis, basterebbe anche un Herro, ma condannato da madre natura ad essere un Muggsy Bogues, per di più scarso.

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