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Quando si parla di Portland, oltre a non nominare mai per intero il nome fin troppo lungo della squadra, si tende a far convergere l’intero roster da 15 giocatori sotto il nome di Damian Lillard.

È chiamata così senza nessuna cattiveria, per carità, però che sia un fatto effettivo dimostra come i problemi di quella squadra siano evidenti fin dall’esterno. Il lato tragicomico del fallimento del progetto Blazers è che non è visibile di primo impatto. Niente di simile alle varie Minnesota, Detroit, Orlando che sono anni che cercano di risalire ma non fanno altro che affogare.

Il fallimento della squadra dell’Oregon è invece ben nascosta da un record che dal 2014 a oggi ha permesso loro di prenotare sempre e comunque un posto sul palcoscenico dei playoffs, ben tre volte addirittura come terzi nella Western Conference. Assomiglia un po’ alla celebre scena de I pirati dei caraibi in cui in un primo momento il pirata è visto come glorioso e impettito sul suo albero maestro salvo poi, allargatasi l’inquadratura, notare che è poggiato ad una piccola vela di una scialuppa che sta affondando.

Nella stagione corrente, i Blazers sono sesti a Ovest con un record di 22-16, tre vittorie sopra il nono posto, attualmente degli Warriors. Un record che appunto dipinge la campagna attuale della squadra di Terry Stotts “sanza infamia e sanza lodo”, per dirla dantescamente.

In quelle 22 vittorie, per di più, figurano anche scalpi importanti, come i Lakers e per ben due volte i Sixers, primi a Est. Eppure nelle 16 sconfitte figurano i Bulls, i T’Wolves, gli Wizards, i Rockets, squadre contro cui nessuna squadra con alte ambizioni dovrebbe permettersi di perdere. Una situazione veramente double-face che è perfettamente rispecchiata dalle statistiche:

– Sesti in offensive rating, con una media della bellezza di 116.4 punti ogni 100 possessi. Dall’altra parte, penultimo defensive rating, ben 116.9. Una difesa che semplicemente non funziona, in cui cinque giocatori su cinque in campo vengono attratti dalla palla come i gattini con la luce, tanto che spesso e volentieri si trova un attaccante avversario nel pitturato, marcato da 5 Blazers, con 4 compagni liberi oltre l’arco. Il difensore a loro più vicino è letteralmente a sette-otto metri. La cosa imbarazzante è che non sono semplici sviste o errori, perché è una situazione che si ripresenta sistematicamente ogni due o tre azioni. Guardare per credere l’ultima partita persa con Minnesota, ma va bene anche qualunque partita dal 22 dicembre a oggi.

-Percentuali sopra la media in attacco, con 16 triple a partita di media (secondo dato della lega dietro ai Jazz), ma una a dir poco carente azione difensiva, che concede il 37% da tre ma soprattutto il 55% da due.

-La capacità fondamentale di catturare rimbalzi offensivi, oltre 10 a partita, ma al contempo, paradossalmente, l’incapacità di proteggere i propri rimbalzi difensivi, concedendo agli avversari circa 11 rimbalzi offensivi.

Una squadra quindi che, come già detto e ridetto, è veramente complessa da decifrare. E a questo non si sottraggono neanche i giocatori, che continuano questa escalation che ci porterà a capire quanto azzeccato sia stato e sia il soprannome dato alla squadra da Bill Schonely nel lontano 1971.

Sulla classica “altra faccia della medaglia” (per intenderci, quella dove non siede Dame Time) la partecipazione dei giocatori è alquanto numerosa. Primo tra tutti, Jusuf Nurkic.

A bordo campo per l’ennesima volta, con una carriera dilaniata dagli infortuni e mai decollata a causa di questo, il lungo bosniaco ha condannato Portland a giocare con un centro solo, Kanter, e a far trovare nei momenti di riposo del turco delle alternative affrettate, come Nassir Little adattato da ala grande ad, appunto, centro.

A tratti, però, coach Strotts è stato costretto ad adottare soluzioni al limite dell’agghiacciante, primo fra tutti Rodney Hood che, da small forward qual è, magicamente compare per decine di minuti come unico difensore nel pitturato. Hood e Little, appena nominati, sono altri due giocatori che a causa di sfortune mediche (Nurkic, McCollum e Zach Collins su tutti) avrebbero potuto e dovuto sfruttare le opportunità per crearsi uno spazio consistente nelle rotazioni. Invece la loro produzione è stata a dir poco pessima, con 5 punti e 2 rimbalzi a partita il primo, 5 punti, 1 rimbalzo e 1 assist il secondo in poco meno di 25 minuti.

Un altro giocatore sul banco degli imputati è sicuramente Derrick Jones Jr., per il quale la proprietà dell’Oregon ha fatto follie in free agency e che è rimasto fedele alla tipologia di giocatore che era già a Miami: molto poco consistente. L’insistenza di Strotts a confermarlo nello starting 5 è a mio parere incomprensibile dato che anche in difesa, unica caratteristica per cui sarebbe stato ragionevole investire su di lui, sta dando contributo nullo. Insomma: 8 punti, 4 rimbalzi e 1 stoppata a partita in 26 minuti per un giocatore pagato 19 milioni di dollari in due anni… Lasciamo che parlino i numeri.

Sul bordo che unisce le due facce della medaglia, invece, possiamo riconoscere giocatori che, in mezzo alla burrasca, e in mezzo a cose orrende, hanno comunque dimostrato di sapersi accendere e di saper fornire minuti di qualità. Primo tra tutti, il giovanissimo Anfernee Simons che, ricevendo finalmente buon minutaggio dopo l’infortunio subito da McCollum, sta registrando 8 punti, 3 assist e 2 rimbalzi in soli 16 minuti con oltre il 40% da dietro l’arco e, seppur molto altalenante, sta giocando partite di livello molto superiore alle sue statistiche.

Difensivamente però, come d’altronde tutti eccetto Covington, è inesistente. Un altro nome che è doveroso fare è quello di Enes Kanter. Il lungo turco sta, come detto prima, ricevendo una ottima opportunità per mettersi in mostra e non sta deludendo. Il suo tabellino registra 12 punti e 11.8 rimbalzi a partita (di cui ben 4.2 offensivi, secondo solo dietro a Capela nella NBA) con il 59% dal campo e avendo registrato 21 doppie-doppie in 38 partite in stagione.

Detto questo, è un centro che sembra non essersi reso conto di essere 2 metri per 112 chili, tanto che in difesa è un uomo in meno per Portland. O ancora, Gary Trent Jr, a cui è toccato il compito di sostituire come titolare McCollum e che comunque segna 15 punti a partita, accompagnandoli con 2 rimbalzi e 1 assist. Ultimo uomo di questa categoria è Robert Covington.

Arrivato da Houston per una prima scelta pensando che potesse far fare il salto di qualità alla difesa. Il risultato è che, nel pessimo sistema difensivo di Strotts, il povero Covington è l’unico che difende, ma 1 contro 5 è impossibile anche per il più volenteroso dei giocatori. Oltre a 9 punti a partita, in lenta e costante crescita, e 7 rimbalzi, l’ex-Rockets sta mettendo a tabellino 1.6 rubate e 1.2 stoppate a partita, rispettivamente nono e sedicesimo dato della NBA.

Sul lato più chiaro della medaglia si siede, più per meriti pregressi che altro, CJ McCollum che, nelle 13 partite giocate quest’anno, ha tenuto una media di 26 punti, 4 rimbalzi, 5 assist e 1.3 rubate. Ma non è una novità che McCollum abbia una produzione del genere. Un altro nome imprescindibile è Carmelo Anthony, che da quando è a Portland sembra rinato.

Dopo un ottimo termine di stagione l’anno scorso, quest’anno, a 36 anni, viaggia a 15 punti, 4 rimbalzi e 3 assist e sarebbe front-runner per il titolo di 6th Man Of The Year se non fosse per un certo Jordan Clarkson che sembra avere già le mani sul trofeo. Soprattutto nelle ultime uscite, Melo sembra davvero essere tornato quello dei migliori tempi, e le statistiche medie fanno a lui assolutamente un torto per le ultime prestazioni fornite. Da ultimo, il solito Damian Dame Time Lillard. I suoi dati sono semplicemente incredibili: 30 punti, 4.4 rimbalzi, 7.9 assist e 1 rubata a partita.

Allora, invece che perderci nella adulazione di un giocatore che o si ama o si odia lui e insieme a lui il basket, chiediamoci la solita domanda: dovrebbe andarsene? Perché Dame non se ne va?

A me piace chiamarla lealtà, per rimanere attaccato al lato romantico di una NBA sempre meno di squadra e sempre più individuale, dove chi comanda sono i capricci dei giocatori e dove la maglia e l’appartenenza non hanno più alcun valore. Lo ha ripetuto spesso Lillard in varie interviste: non ha mai pensato di andarsene perché veste la maglia della squadra che ha creduto in lui dal giorno del Draft e che ha investito su di lui 198 milioni di dollari nei prossimi 4 anni.

E forse è per questo che si ama Lillard, oltre che per il suo gioco offensivo sublime… perché ci ricorda di una NBA perduta, e perché è l’unico esemplare di quella tipologia di uomini, prima che giocatori, che si affezionano alla squadra, allo staff, alla tifoseria e alla città prima che ad un anello di diamante al loro dito. E che anzi accettano la sfida di cercare di portare una squadra da small market fino al titolo. Onore a Damian Lillard.

Bisogna comunque dire che di ragioni per andarsene ne avrebbe eccome: a partire dal fatto che un giocatore del suo calibro gioca a Portland e probabilmente non arriverà mai neanche vicino a contendere per il titolo. Ma soprattutto perché la dirigenza, pur avendo investito fiumi di denaro su di lui, non si è ancora dimostrata matura abbastanza da mettere attorno a lui pezzi che possano portare veramente la squadra dell’Oregon ad ambire per quel titolo.

E certamente, investire 19 milioni in due anni su Derrick Jones Jr. non è una spesa che dimostra la presenza di una proprietà oculata nel senso sia economico sia sportivo. Però, ripeto, mi tengo, e ci teniamo, stretto questo Lillard romantico. Sicuramente se un giorno lui volesse andare a lottare davvero per un titolo nessuno potrebbe dargli del traditore. Ha già sofferto abbastanza in una situazione di completo naufragio occulto.

Ecco che allora possiamo tornare a Bill Schonely che nel 1971, in una partita contro i Lakers, chiamò i Blazers “Rip City” fuor dall’esaltazione per una tripla profonda messa dalla sua squadra del cuore. Mai nessun soprannome fu più azzeccato. Semplicemente, ora come ora, la squadra di Portland sembra una Rip City nel senso di to rip cioè dilaniata, squartata a metà tra due realtà, due facce che non si sa come facciano a convivere contemporaneamente in una medesima squadra.

Preghiamo per Dame perché non diventi R.I.P. City.

Post By Filippo di Chio (27 Posts)

19 anni, folgorato fin da bambino dal mondo americano dei giganti NBA e dei mostri NFL, tifoso scatenato dei Miami Heat e - vien male a dirlo - dei Cincinnati Bengals. Molto desideroso di assomigliare ad un Giannis, basterebbe anche un Herro, ma condannato da madre natura ad essere un Muggsy Bogues, per di più scarso.

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