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Nel momento in cui scriviamo, l’unico avversario che è riuscito ad arrestare la propositiva e inaspettata verve stagionale dei San Antonio Spurs è il Covid-19, responsabile di uno stop agonistico non breve e un sostanzioso numero di giocatori importanti ai box per rispettare i protocolli: gente del calibro di Derrick White, Rudy Gay e le nuove leve Devin Vassell e Keldon Johnson.

Le tossine al rientro si sono viste ma non hanno impedito alla truppa di Gregg Popovich di giocare alla pari coi caldissimi Nets e dare una lezione ai più talentuosi (?) e popolari Pelicans, perdendo solo sulla sirena ad Oklahoma City, col roster però azzoppato pure di DeRozan.

La classifica è sublime rispetto alle aspettative iniziali, mentre franchigie rinomate faticano attorno al 50%, cifra invece ben salda e superata dai ragazzi di Alamo (18-13).

Il ball control e la velocità a cambiare difensivamente sono i mantra del boss dalla panca, coi quali assaltare quei playoff assolutamente fuori portata secondo le iniziali preview e dopo la debacle 2019/20, quando la stagione si era conclusa senza postseason per la prima volta dal 1997.

Con tali armi gli Speroni perdono pochissimi palloni e generano perciò maggiori conclusioni in attacco, mentre in difesa contestano più tiri, riportando finalmente dopo periodi di depressione il reparto in Top Ten per Def Rating (110.4), bypassando una statica protezione del pitturato, dovuta magari all’erosione fisica di Aldridge – adesso esclusivamente long range shooter da pick and pop – alla lentezza di Poeltl e all’insicurezza di Eubanks, ancora lontano dalle geometrie del coach.

Le migliorie fra ieri e oggi vanno ascritte alla sagacia tattica di Popovich, ormai Nume Tutelare a tutti gli effetti, alla maturità di Dejounte Murray, la crescita di Lonnie Walker e quelle sorprendenti delle rivelazioni Keldon Johnson e Devin Vessell, alla conferma di Mills e Gay come formidabili closer veterani e linfa vitale di una panchina mantenutasi elite, ed infine alla consacrazione di DeRozan a uomo franchigia.

L’ex Raptors, tout court, è l’uomo in più di questa positiva avventura, proprio quando l’offseason 2021 stava per avvicinarsi (sarà UFA) e sancire la fine di un’esperienza mai del tutto costruttiva. Invece, le sue performance da novello condottiero, stanno riportando indietro le lancette alla famosa trade con lo scontento Leonard, dando oggi l’impressione che anche in questo caso Pop e l’intero front office ci hanno visto lungo, trasformando un anarchico solista offensivo in un high quality profile di sistema!

Tecnicamente è sempre lui l’opzione primaria nei pick and roll, dove da ball handler porta palla per quasi 7 possessi a partita performando 1 punto per possesso sui 6.7 a gara, statistica valida per il 79° percentile al 48% di Efg, ma il motivo dello score leggermente in calo è dovuto a una nuova funzione corale all’interno del parquet, che lo esenta dalle enormi responsabilità del passato, grazie a un playbook che adesso impegna più uomini e non termina esclusivamente con le conclusioni sue o di Aldridge, ma anzi lo sfrutta maggiormente come  assistman (7.3 record di carriera)!

La leggendaria difesa perimetrale della casata inoltre lo aiuta, ma quel che si imputava da sempre a DeRozan, ovvero sia decisioni finali opinabili, sembra essere ora soltanto uno spiacevole ricordo, dato che nel clutchness performa ben 4 punti a partita, mentre la True Shooting Percentage supera un irreale 60%!

Con Gay miglior sesto uomo dinanzi a Clarkson prima della pausa forzata, e Mills tuttora vitale nelle entrate dalla panca, per merito loro favolosa con 39.7 punti di media all’1.9 in Net rating, resta esclusivamente Aldridge quale pedina di scambio fra i veterani in scadenza, anche se il suo calo soprattutto fisico e successivo ai problemi alla spalla potrebbero ridimensionargli hype e non far ricevere a Buford giuste contropartite, magari sotto forma di pick future.

Murray, second-team all-defensive nell’anno da sophomore e ancora vertice assoluto per DefRtg su 100 possessi (107), incalanato sin da subito dalle dottrine del Pop quale erede di Parker, trova oggi a soli 24 anni la saggezza da leader, dopo aver valicato la ruggine di un anno sabbatico seguente il terribile infortunio al crociato, dirigendo l’azione a mo’ di veterano affermato, alternando quindi a quella regia frizzantina che lo aveva fatto notare all’esordio, la pacatezza di chi sa scegliere il gioco giusto, limitando turnover e sacrificando la stazza rapida e longilinea in recuperi e rimbalzi difensivi, senza disdegnare transizioni a tutto spiano e un atletismo marcato con cui correre alacremente per far ripartire l’azione in velocità. Il tutto senza omettere i quasi 16 punti a partita, che ne fanno il secondary scorer più affidabile del plotone, malgrado la perseverante allergia dalla lunga!

E’ grazie alle scorribande sue e di Lonnie Walker se gli Spurs avvicendano lo storico schema pick and roll/mid range jumper, che qui ha fatto scuola e ancora centrale fonte di reddito a tabellino, con penetrazioni e fast break point (13.4) ad alto tasso realizzativo! Come in passato, con la coppia contemporaneamente in campo infatti, il possesso palla di San Antonio ottiene una sterzata pazzesca, e il PACE a 102.8 – a fronte del 99.9 di gruppo – lambisce il podio di Golden State.

Sono invece 21 e 20 le primavere di Johnson e Vassell, piacevolissime ed inattese pesche dell’allenatore, lui da sempre restio a “rischiare” rookie o semi debuttanti, per paura di bruciarli con quei diktat aziendali che hanno però generato dinastie indimenticabili! Forse sta invece proprio qui il mistero di un roster adesso mai così variegato, profondo e soprattutto ricco di speranza e futuro.

Quel che sta accadendo ora conferma il santone di origine serba quale decano e miglior stratega NBA, abile ad ottenere successi senza disporre di superstar e praticando ancora la sua pallacanestro old style, fatta di ball handling e mid range, nella quale le infinite bombe dall’arco e le percentuali al tiro infallibili che hanno fatto le recenti fortune nella Baia di San Francisco, sono qui pressochè ignote, e questo nonostante la difesa del pitturato non abbia interpreti affidabili!

Se la prima scelta spesa da Buford su Keldon Johnson si è rivelata azzeccata proprio perché significava annettere la classica small forward tanto cara in questi lidi, quella su Vassell potrebbe invece giustificare il tentativo di modernizzare gli standard attuali, annettendo un 3&D player sui generis: matricola dall’impatto immediato, aggressivo in marcatura e terrificante negli wide open catch and shoot dalla lunga, perentori al 40% su 100 possessi, dietro solamente lo specialista Mills.

Non è da tutti plasmare stelle fatte in casa, senza ricorrere a trade o esborsi di denaro, rendendo ragazzi talentuosi e ambiziosi comunque funzionali al sistema; è questo il segreto di una presenza costante degli Spurs nel basket che conta.

Ricominciare una striscia consecutiva di apparizioni alla postseason è l’obiettivo del presente; nel momento poi in cui ad ovest LeBron o gli Splash Bros si faranno da parte, siamo però sicuri che questo lato di Texas sarà in lizza per raccoglierne l’eredità.

Post By Lucio Di Loreto (240 Posts)

"Malato" di sport a stelle e strisce dagli anni 80! Folgorato dai Bills di Thurman Thomas e Jim Kelly, dal Run TMC e Kevin Johnson, dai lanci di Fernando Valenzuela e dal "fulmine finlandese". Sfegatato Yankees, Packers, Ravens, Spurs e della tradizione canadese dell'hockey.

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