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Solamente pochi mesi fa i Boston Celtics facevano la loro comparsa nelle Conference Finals contro dei sorprendenti Miami Heat, e, a discapito della sconfitta finale per 4-2, giocarono quella che probabilmente è stata la serie più combattuta e divertente degli scorsi playoff per quanto riguarda la Eastern Conference.

Ora invece, a meno di 5 mesi di distanza e senza aver perso nessuna colonna cruciale di quella squadra, la squadra di Brad Stevens fatica a stare a galla, andando ad occupare il sesto posto della sua Conference con un record di 17-17 (pur avendo registrato una partenza degna di nota con un iniziale 8-3).

Quali sono i possibili motivi, o meglio, i maggiori responsabili di questa vera e propria débâcle che ha portato dopo solo poco più di trenta partite i Celtics da contender di prima fila ad underdog ad assoluta delusione del campionato ora in azione?

Le circostanze poco favorevoli

Sicuramente la fortuna non è stata una alleata in questa prima metà di stagione per i Celtics. La Dea Bendata non ha risparmiato i giocatori del Massachusetts da pesanti assenze causa infortunio ad inizio stagione (Kemba Walker ha saltato le prime 11 partite per recuperare da una operazione di pulizia al ginocchio) e a stagione in corso (Marcus Smart è fuori per uno strappo al polpaccio, e attualmente ancora ai box). Il Coronavirus stesso non ha aiutato la squadra di Boston, privandola per cinque partite della sua stella indiscussa Jason Tatum. Insomma, per un motivo o per un altro, la squadra di Stevens non è mai stata quest’anno al pieno delle sue forze.

Ma la domanda rimane: quando anche saranno al completo sono davvero in grado di competere con roster più completi e competitivi come quello dei Sixers o dei Nets?

La risposta, purtroppo per i tifosi biancoverdi, temo sia un no chiaro e tondo. E credo sia abbastanza ridicolo pensare che la spiegazione di un crollo così rapido e verticale di una squadra da titolo si possa ridurre a semplici circostanze sfavorevoli. Come se poi gli unici con infortuni e casi di virus fossero gli uomini di Stevens…

I giocatori

Jason Tatum sta viaggiando ad una media di 25.6 punti, 4.5 assist, 7 rimbalzi e 1.3 rubate. Jaylen Brown invece registra di media 25.4 punti, 4 assist, 5.5 rimbalzi e 1.2 rubate a partita. Un buon apporto, soprattutto in quanto solidità difensiva, viene garantito anche da Grant Williams e Semi Ojeleye. Molto dosato è al contrario l’uso del rookie Aaron Nesmith.

A loro si aggiungono comunque i buoni apporti delle guardie: Kemba Walker, che dal ritorno in campo segna 17 punti a partita accompagnati con 4 assist e 3 rimbalzi, e Marcus Smart, con 13 punti e 6 rimbalzi. In calando invece sono le prestazioni del rookie rivelazione Payton Pritchard che dopo un inizio di stagione sorprendendo si sta fissando attorno ad una media di 7 punti a partita e 2 assist. Quasi inesistente è il veterano Jeff Teague.

I centri hanno subito un enorme aiuto dalla aggiunta dell’espertissimo Tristan Thompson (8 punti e 8 rimbalzi in 23 minuti di media) ma soprattutto dall’esplosione, seppur con minutaggio limitato, del ventitreenne Robert Williams (6 punti, 5 rimbalzi e 1.5 stoppate in 15 minuti) con un apporto che va ben oltre le statistiche per quanto riguarda il lavoro di protezione del pitturato. Sempre solidamente mediocri sono invece le prestazioni del tedesco Daniel Theis, con 8 punti e 5 rimbalzi a partita. Insomma, sembra una squadra molto prestante e solida guidata dalle sue due stelle e da sprazzi di bel gioco dei gregari.

Eppure, pur avendo cambiato solo tre uomini rispetto all’anno scorso, difensivamente la squadra è passata da essere quarta nel defensive rating con 107 ad essere sedicesima con 116. Immagine di questa involuzione sono le prestazioni difensive pessime delle ultime partite: in 9 delle ultime 10 hanno permesso ad un loro avversario di superare quota 30 punti.

Questo peggioramento è visibile anche in ambito offensivo: anche qui vi è un netto calo rispetto all’anno scorso in offensive rating. Da 113.3 (quarto nella Lega) a 112 (quattordicesimo nella Lega). E la perdita di efficacia nella metà campo avversaria è simboleggiata dai 22 assist a partita, terzo peggior dato della Lega.

Quello dei Celtics di Stevens è un gioco senza idee, ormai incentrato semplicemente su giocate delle singole stelle lasciate in isolamento o in post basso. E se Tatum e Brown non sono in giornata? Allora i Celtics sono in blackout totale…

Sicuramente la pessima forma di Walker, che ha le chiavi dell’attacco tra le mani, non aiuta Boston, però il gioco del basket si gioca in cinque, fino a prova contraria.

Il gioco attuale di Boston è stato riassunto perfettamente dall’ex-giocatore dei Celtics stessi Kendrick Perkins: “Ho visto Tatum continuare per partite intere a lamentarsi con gli arbitri e prendere brutti tiri dopo brutti tiri. Ho visto Brown non scattare indietro per difendere. Ho visto Thompson cercare di fare un crossover tra le gambe sulla lunetta invece che cercare altri compagni liberi o affidarsi al più efficace post basso. Ho visto Theis tirare triple nei primi secondi dell’azione. Il problema è che lì nessuno si sente responsabile”.

Brad Stevens

Quando una squadra gioca male, la colpa è dell’allenatore. Quando una squadra non ha idee, la colpa è dell’allenatore. Quando una squadra con due All-Star e una point-guard da terza squadra All-Pro (Kemba Walker) ha perso 8 partite su 34 contro squadre con record sotto lo .500 (quando l’intero anno scorso ne ha perse solo 9), la colpa è dell’allenatore.

Quando una squadra entra in campo svogliata ed egoista, quando i giocatori preferiscono per qualunque ragione un isolamento ad un assist, la colpa è dell’allenatore. E credo che si potrebbe fare un elenco infinito di motivi per cui Stevens potrebbe essere il responsabile principe.

Ne approfondisco semplicemente due, per amore di concisione.

In primis, non ama il cambiamento. In questo ultimo periodo, Theis sta giocando un basket orripilante, accompagnato da un ben poco brillante Thompson. Al contrario, Robert Williams si sta dimostrando il vero centro numero 1 di quella squadra, in grado di fare la differenza in attacco ma soprattutto in difesa. Eppure, Stevens si ostina a limitargli il minutaggio e a farlo uscire sempre dalla panchina abbastanza incomprensibilmente.

In secundis, come può un coach avere un atteggiamento di smorta rassegnazione quale quello che Stevens ormai tiene in panchina. Non un timeout chiamato con rabbia, non un’urlata di richiamo ai suoi giocatori. Solo semplici rotazioni di pupille sconsolate e timidi sbuffi.

Una squadra che manca di un leader morale vero e proprio, con Smart ai box, è mancante di motivazione anche dalla panchina. Non deve sorprendere allora una preoccupante striscia di pessime prestazioni dove i Celtics sono sembrati tutto meno che una squadra che viaggia sulla stessa linea d’onda…

E se il General Manager Ainge dice che la squadra manca di nerbo e di voglia, evidentemente è un attacco velato al coach, il cui primo compito è quello di fare in modo che i giocatori diano tutto in campo. Possiamo ufficialmente definire Stevens on the hot seat.

Danny Ainge

Dulcis in fundo, eccoci arrivati al GM. Pur essendosi dimostrato un più che ottimo GM, con le pescate dei vari Smart, Tatum e Brown nei recentissimi anni, Ainge non è riuscito a fare un lavoro abbastanza buono nella scelta di quali free-agents lasciar andare e quali trattenere. Se si pensa solo agli ultimi anni: via gratuitamente o in scambi poco comprensibili dal Massachusetts sono andati Jae Crowder, Isaiah Thomas, Gordon Hayward, Kyrie Irving, Terry Rozier e Al Horford. Guarda caso gli ultimi tre sarebbero andati a coprire le due posizioni di difficoltà dei Celtics attuali: guardia e centro.

Poco condivisibile, inoltre, l’uso della tredicesima scelta assoluta di quest’anno per Nesmith, ala piccola specialista da tre che ha assaggiato il campo solo nei timeout se non per rarissimi sprazzi di partita, e la scelta di affidare le chiavi dell’attacco al rookie Pritchard. Ainge sapeva che Walker sarebbe stato fuori per almeno un mese e ha puntato su una giovane e acerba guardia. In una contender.

Ammiro tanto il coraggio e la dedizione del povero Payton Pritchard, ma direi che se Boston vuole lottare per il titolo ha bisogno di un gestore della palla di livello superiore rispetto al prodotto della Oregon University.

Insomma, la situazione in casa Celtics è abbastanza preoccupante. È difficile individuare un solo responsabile in tutto questo ma credo che come al solito il capro espiatorio sarà coach Stevens, che a mio parere ha anche la fetta più grande della colpa.

Detto questo, i Celtics rimangono comunque la squadra di Tatum, Brown, Walker, Smart, Thompson, Williams e compagnia bella, e quindi mi aspetto sicuramente una reazione che assicurerà alla squadra del Massachusetts il loro ormai solito posto nel palcoscenico dei playoff.

Ma attenti a dare tutto per scontato…

Post By Filippo di Chio (17 Posts)

19 anni, folgorato fin da bambino dal mondo americano dei giganti NBA e dei mostri NFL, tifoso scatenato dei Miami Heat e - vien male a dirlo - dei Cincinnati Bengals. Molto desideroso di assomigliare ad un Giannis, basterebbe anche un Herro, ma condannato da madre natura ad essere un Muggsy Bogues, per di più scarso.

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5 thoughts on “Tutti i problemi dei Boston Celtics

  1. Analisi perfetta. Aggiungo però che il gioco di Stevens è sempre passato da un ala forte (vedi Gordon Hayward e Al Horford) che in questo momento non c’è. Quindi dividerei le colpe 60% Ainge 40% Stevens. Poi gli infortuni e il covid han fatto il resto.

  2. Bisogna comunque tenere conto che il quintetto ideale sarebbe Kemba, Smart, Brown, Tatum, Thompson (Williams secondo me) quindi il 4 sarebbe comunque coperto da un All-Star. Poi sicuramente è colpa di Ainge il passaggio da Tatum a Ojeleye…
    E comunque Stevens ci mette del suo, e anche tanto. Ultimamente ho visto la coppia 4 e 5 più terrificante che Boston potesse mettere: Theis e Thompson… Già non funzionano da soli, figuriamoci insieme!

  3. Sono anni che sbagliano la campagna acquisti e pescano male al draft.
    Brown e Tatum sono buoni e a volte ottimi giocatori ma non stelle che si caricano la squadra sulle spalle, cosa che invece fa Smart, pur essendo gramissimo come attaccante. Spesso sembra che si stiano guardando allo specchio mentre giocano… certo, molto eleganti ma la grinta dove sta?
    Walker è la versione simpatica di Irving che a sua volta è la versione alta di Isaia Thomas… tre guardie a metà che non vinceranno mai una mazza da sole, salvo qualche partite di regular.
    E questi sono i titolari, figurarsi il resto. Hayward sano sarebbe stato un ottimo cambio, quindi subito via.
    Serve un centro forte (genere Ayton), l’hanno capito persino i Warriors…Piuttosto di niente avrebbero potuto prendere Ibaka. C’era Rondo a spasso per lucidare la panchina: troppo brutto?
    Sono 5 anni che si dice i Celtics siano una contender. E’ ora di ammettere essere una panzana.

  4. I cavalli buoni si vedono al traguardo. I fantini lavorano su questo. Stevens ai playoff c’è andato perfino con la squadra con titolari azzoppati. Non è una contender, vero: è una squadra che lotta e può vincere con chiunque.
    Dimenticavo, anche i fondati commenti si vedono al traguardo. Altrimenti finiscono affondati.

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