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Micheal Jordan WOAT (Worst Owner of All Time).

Queste le parole che erano sulla bocca di tutti, anche la mia, dopo che Jordan, presidente degli Charlotte Hornets, ha offerto nella passata offseason un quadriennale da 120 milioni a Gordon Hayward, giocatore che sembrava ormai nella parte ripida della curva discendente della sua carriera.

Alla numero 3 al draft Jordan decide, poi, di investire il futuro della sua squadra su LaMelo Ball che, pur essendo uno dei migliori prospetti degli ultimi anni, solleva qualche sopracciglio per quanto riguarda l’atteggiamento e la vana boria che si teme erediti dal padre.

Lebron e Brady evidentemente non ci avevano abbastanza insegnato nell’ultimo anno che a scommettere contro i migliori di tutti i tempi si perde, sempre e comunque.

Dopo 28 partite, i ragazzi di Borrego sono 13-15, record che permette loro di occupare il settimo posto nella Eastern Conference una sola vittoria dietro al quarto posto dei Celtics.

LA SQUADRA

Gli Charlotte Hornets non hanno, a dir la verità, delle statistiche che balzano all’occhio. Offensivamente parlando, hanno un offensive rating di 111,6 (diciottesimi nella Lega). La differenza è fatta però dalla consistenza con cui sono realizzate le triple (37,9%, ottavo dato del campionato), ma soprattutto dall’enorme apporto fornito da rimbalzi offensivi (11,1 a partita, quarti nella Lega) e dagli assist (poco sopra i 27 a partita, secondi solo dietro ai Memphis Grizzlies).

Per quanto riguarda la difesa, il difensive rating è ancora una volta il diciottesimo della NBA (112), portando così il Net Rating a -0,4, diciottesimo della Lega, tanto per cambiare.

Per il resto, è sicuramente importante sottolineare come Charlotte commetta pochi falli a partita (18 di media) e come questo comporti che gli avversari vadano in lunetta di media 15 volte a partita, quinto miglior dato della NBA. È anche interessante notare come la difesa degli Hornets conceda molti pochi tiri dal mid-range o short-range (47 a partita, quarti nella Lega), sintomo di una elevata densità nel pitturato.

Eppure, sull’altra faccia della stessa medaglia, in North Carolina sembra mancare la difesa del tiro dall’arco, tanto che la squadra di Borrego concede perfino 40 tiri da tre a partita (secondo peggior dato della Lega), con una percentuale realizzativa del 36,7%.

Oltre alle mere statistiche che, come abbiamo visto, non evidenziano nulla di straordinario, credo sia fondamentale sottolineare una cosa a cui pochi sembrano prestare attenzione.

Il più vecchio del roster è Gordon Hayward (30 anni), seguito da lontano dai due centri veterani Zeller e Biyombo (28 anni) e Rozier (26 anni). Inoltre 7 giocatori su 14 hanno una esperienza di 3 o meno anni nella Lega.

Come si sa, l’inesperienza tende ad avere più lati negativi che positivi in un campionato che si sta sempre più configurando come un insieme di squadre formate da stelle più satelliti che girano loro attorno. Nel caso degli Hornets però tutto questo sembra un discorso alquanto lontano.

Il motivo è semplice: quando giocano, divertono chi li guarda e si divertono. Pochi isolamenti, pochi post bassi, molto movimento di palla (come dimostra il numero di assist a partita prima citato). Ma oltre a questo, un enorme numero di giocate che le statistiche non citano: passaggi no-look, alley-oops come fossero la normalità, assist dietro la schiena.

Insomma, anche nelle partite più tirate e combattute, i ragazzi di Borrego non sembrano temere giocate che per molti potrebbero essere semplicemente superficiali ma che in un sistema con giocatori giovani e spavaldi si trasformano semplicemente in spettacolo e, ancor più importante, in punti sul tabellone.

I GIOCATORI

Gli Hornets hanno una star? La risposta sembra ovvia, e sembra naturalmente indirizzata verso Hayward.

Io credo, però, che Charlotte sia l’eccezione alla nuova consuetudine di questa NBA, cioè una squadra senza una vera e propria stella. Questo semplicemente perché i 22 punti, 3 assist, 5 rimbalzi e 1 rubata a partita a cui sta viaggiando Hayward non vengono in un contesto dove lui è la chiave di tutto, ma in cui lui fa parte di un puzzle che finora sembra incastrarsi quasi alla perfezione.

Fa parte di un gioco che non gli chiede di trascinare da solo la squadra ma lo lascia libero di far splendere il suo talento libero dall’assillante responsabilità del tiro decisivo. E, sinceramente, questo Hayward è forse migliore di quello che solo pochi anni fa abbiamo ammirato a Utah.

Accanto a lui sono state finalmente poste armi molto pericolose. Il primo da citare è ovviamente LaMelo Ball. Sì, la conosciamo tutti la storia del padre LaVar e di quanto lui stesso fosse un po’ sopravvalutato e per questo soggetto ad ancora più critiche se incappava in umanissimi errori.

Ma perché ora non ci sediamo per un secondo e ammiriamo questo diciannovenne che, nonostante l’enorme pressione con cui è entrato nella Lega, sta semplicemente incantando il mondo NBA? Perché ancora troppo spesso persone sono restie a fornire ad un giocatore del genere un valore che sia degno di ciò che sta facendo vedere in campo?

LaMelo gioca semplicemente ad un altro sport rispetto a molte altre guardie della Lega, vede il campo come pochi altri e più va avanti più prende fiducia nel suo tiro, che era stato individuato come suo punto debole. Il risultato è costituito dai 15 punti, 6 assist e 6 rimbalzi di media nonché record della storia NBA per il più giovane a segnare una tripla doppia. Tira col 50% da due e il 36% da tre, sta iniziando a prendersi sempre più responsabilità e più tiri importanti, e questo lo ha portato alla titolarità pressoché fissa.

Ma non si ferma qui la rosa, ovviamente. “Scary” Terry Rozier sta avendo una stagione egregia, con 21 punti, 4 assist e 3 rimbalzi di media. La cosa più impressionante è, però, vedere le sue potenzialità quando si accende e gioca due o tre partite on fire.

Nelle ultime tre partite, per esempio, giocate contro Minnesota, San Antonio e Memphis, ha timbrato di media 36 punti, 5,7 rimbalzi, 3,3 assist con il 56% al tiro, il 53% da tre e il 100% dalla lunetta. Se si pensa che è stato scambiato per un Kemba Walker che ora come ora è l’anello debole dei Celtics…

Oltre a questi tre giocatori, ci sono importanti apporti anche da gregari di livello. Nel reparto guardie, Devonte’ Graham contribuisce con 14 punti e 6 assist e ultimamente sta tornando a discreti livelli anche Malik Monk con 11 punti a partita.

Accanto a Hayward, tra i forwards, ottimi sono gli apporti di PJ Washington (11 punti, 6 rimbalzi, 3 assist e 1,5 stoppate a partita) e Miles Bridges (9 punti, 5 rimbalzi e 2 assist di media).

I centri potrebbero essere individuati come il ruolo in cui manca quella scintilla di talento sconsiderato e gioventù che permetterebbe il definitivo salto di qualità. Sono comunque presenti due giocatori veterani come Cody Zeller e Bismack Biyombo che, insieme, contribuiscono a 16 punti, 14 rimbalzi e 2,5 stoppate.

Non numeri astronomici, ma che conferiscono comunque solidità a una squadra che negli altri reparti ha giocatori che possono far scattare un interruttore ed esplodere all’improvviso.

IL FUTURO DELLA FRANCHIGIA

Il record sotto il .500 non racconta tutta la storia, dato che comunque è stata una squadra in grado di prendere lo scalpo di Nets, Hawks, Heat, Bucks, Pacers tra le altre.

Sicuramente, però, la strada è ancora lunga e bisognerà attendere due o tre anni perché si arrivi ad una piena maturazione del giovane talento a disposizione di Borrego.

Sinceramente quest’anno fatico a vederli nei playoff, perché temo (per loro) una rinascita degli Heat e degli Hawks. Ma sicuramente per il futuro a medio-lungo termine la strada è quella giusta.

Chissà se invece, prendendo una scorciatoia made in Hayward, Ball, Rozier & Co., questi sorprendenti calabroni non riportino la Buzz City sul palcoscenico massimo della NBA: la postseason

Post By Filippo di Chio (28 Posts)

20 anni, folgorato fin da bambino dal mondo americano dei giganti NBA e dei mostri NFL, tifoso scatenato dei Miami Heat e - vien male a dirlo - dei Cincinnati Bengals. Molto desideroso di assomigliare ad un Giannis, basterebbe anche un Herro, ma condannato da madre natura ad essere un Muggsy Bogues, per di più scarso.

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