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Eccoci alla seconda parte dell’articolo che avete (spero) potuto leggere ieri. Stavolta andremo ad analizzare le squadre che, ad oggi, hanno maggiormente deluso rispetto alle aspettative di inizio stagione. Tra i bocciati c’è una grande predominanza di formazioni della Eastern Conference, che l’anno scorso sembravano aver recuperato un po’ del gap che storicamente (quantomeno negli ultimi anni) le separavano dalle sorelle dell’Ovest… e invece no.

 

Dallas Mavericks – Record attuale 13/15 – 10° nella Western Conference

Inutile girarci intorno: i Dallas Mavericks sono al momento la più grande delusione della stagione NBA. Dopo la brillante annata 2019/20, chiusa con il ritorno ai playoff dopo tre stagioni di assenza e dopo aver messo in mostra gli incredibili progressi del nuovo, grande fenomeno del basket mondiale, dalla franchigia del Texas ci si aspettava di più. Molto di più.

Non è tanto/solo il record attualmente perdente a deprimere i fan biancoblu (tra cui il sottoscritto), ma è il modo in cui molte delle sconfitte sono arrivate. Anzitutto la difesa: dopo una partenza che aveva fatto ben sperare, in particolare dal momento dell’inserimento in quintetto di Willie Cauley Stein, i Mavs sono incappati in una serie di tragiche caporetto in cui i punti subiti hanno superato ripetutamente quota 120. E dire che in estate le scelte della dirigenza (in particolare l’arrivo di Josh Richardson, ma anche la scelta di Green al primo giro) erano andate proprio nella direzione di migliorare il personale in quella metà campo…

Ma anche l’attacco, che nella stagione aveva fatto registrare un’efficienza mai toccata prima nella storia della NBA, quest’anno sembra essere molto meno fluido. Non può essere tutto imputato alla partenza del pur importante Seth Curry o alle assenze di giocatori colpiti dal Covid-19 come Kleber, Finney Smith o Powell. Per quanto la mia opinione possa essere impopolare, personalmente ritengo che buona parte dei demeriti vada ascritta proprio a Luka Doncic. Il problema non è certo nella sua produzione statistica: mettere assieme 29.1 punti, 8.6 rimbalzi e 9.4 assist è impresa per pochissimi, ma personalmente trovo che in queste prime settimane di NBA il gioco del fenomeno sloveno si sia involuto sotto più di un aspetto.

Troppe volte Doncic si ostina a tenere la palla in mano fino al ventesimo secondo dell’azione alla ricerca di una soluzione personale o di uno scarico immaginifico per un tiro a fil di sirena, troppo spesso si intestardisce ad attaccare al ferro le difese schierate alla ricerca del fallo (e lamentandosi con gli arbitri quando non lo ottiene) o accontentandosi di un tiro in step-back oltre la linea dei tre punti (distanza da cui converte poco più del 33% delle sue conclusioni). Insomma, Luka sembra essersi trasformato in una macchina da statistiche/highlights, perdendo però per strada quella qualità che a mio modo di vedere caratterizza i veri leader: migliorare i compagni.

Con un Porzingis che (con tutto il rispetto) invece che a un unicorno al momento assomiglia più a una versione sotto steroidi di Andrea Bargnani, palesando una tangibile paura a giocare nel pitturato e rimanendo inchiodato oltre la linea dei tre punti, e un resto del roster a cui palesemente manca ancora qualche tassello per poter ambire a risultati importanti, i Mavs hanno bisogno che sia la loro superstar a dettare la via per risalire la china. Possibilmente evitando polemiche con il coaching staff o dichiarazioni accusatorie a mezzo stampa, ma concentrandosi nel coinvolgere i compagni e impegnandosi di più nella metà campo difensiva.

 

Boston Celtics – Record attuale 14/14 – 5° nella Eastern Conference

Questi Celtics rappresentano un rebus piuttosto complesso da risolvere. Da una parte c’è un roster che sì, ha sicuramente qualche lacuna (in particolare sotto canestro, dove Theis e Thompson fanno un po’ scopa tra loro e non c’è una vera opzione nello spot di 4) ma vanta due dei migliori giovani dell’intera NBA in Tatum e Brown e ha pur sempre tra le fila un pluri-all star come Kemba Walker. Certo, l’infortunio di Marcus Smart è stata un colpo durissimo (e le sette sconfitte nelle ultime dieci gare sono lì a dimostrarlo), ma anche prima si intravedevano diverse crepe nel sistema di coach Stevens, uno dei migliori allenatori della NBA che però al momento non sembra aver trovato il bandolo della matassa da districare.

Senza voler per forza puntare il dito (vabbè un po’ sì), non si può ignorare il crollo delle prestazioni del suddetto Walker, che a inizio stagione aveva dichiarato di non essersi mai sentito così bene ma che al momento tira con un agghiacciante 36% dal campo, che scende ulteriormente al 33% se consideriamo le ultime dieci partite. I numeri di Tatum e Brown sembrano invece esenti da ogni sospetto (quasi 52 punti, 13 rimbalzi e 8 assist in coppia), ma quando li vedo mi sembra sempre che giochino un po’ “a turno” invece che assieme, con la conseguenza che il pallone in generale circola poco (i Celtics sono penultimi per percentuale di assist) e male (diciannovesimi per percentuale di palle perse).

Dopo diversi anni in cui Boston veniva indicata da tutti con la franchigia con il maggiore potenziale futuro, l’impressione è che ora stia mancando il passo decisivo in direzione dell’argenteria. Nel recente passato, quando la dirigenza ha avuto la possibilità di investire parte del capitale di scelte accumulato nel corso degli anni, si è sempre tirata indietro preferendo investire nella crescita per linee interne. Vedremo se questo cambierà nel prossimo futuro, perchè così come sono temo non si vada da nessuna parte.

 

Atlanta Hawks – Record attuale 12/16 – 10° nella Eastern Conference

Analizzando i voti degli esperti (o supposti tale) al termine dell’ultima sessione di mercato, i giudizi migliori andavano quasi tutti ad appannaggio della franchigia della Georgia. Bogdan Bogdanovic, Danilo Gallinari, Rajon Rondo e Chris Dunn. Questi quattro nomi, uniti a quelli della stella Trae Young, del suo personale “Robin” John Collins, del sempre solido Clint Capela e del fromboliere Kevin Huerter, le operazioni in free agency avrebbero dovuto rendere il roster di Atlanta quantomeno in grado di raggiungere un comodo approdo ai plalyoff.

Niente di più distante dalla realtà, anche perchè l’apporto alla causa dei novelli Fab4 fino ad ora è stato pressochè pari a zero. Tra chi si è rotto (Bogdanovic e Dunn), chi è rientrato male (Gallinari) e chi è clamorosamente fuori forma (Rondo), le operazioni di mercato degli Hawks sembrano oggi molto meno sagaci rispetto a un paio di mesi fa. A questo si aggiungono i malumori interni di Trae Young, culminati con una specie di “sciopero del tiro” durato un paio di partite all’inizio di gennaio, e di John Collins, recentemente indicato dalla franchigia come “sul mercato”.

L’unica nota veramente lieta al momento è rappresentata dalla crescita di De’Andre Hunter, asceso al ruolo di seconda/terza opzione della squadra e decisamente sul punto di diventare un giocatore molto, molto interessante. Il problema è che servono risultati in fretta, perchè con le suddette operazioni di mercato il monte salari di questa e della prossima stagione è decisamente altino, dopodichè bisognerà pensare al rinnovo di Young. Da capire cosa gli Hawks riusciranno a ottenere in cambio di Collins, giocatore molto appetibile e di ottime prospettive potrebbe fare gola a diverse squadre (pronto, Mavericks?).

Miami Heat – Record attuale 11/17 – 11° nella Eastern Conference

L’anno scorso i Miami Heat aveva sorpreso più o meno tutti, arrivando all’atto finale della stagione nonostante il personale a disposizione di coach Spoelstra fosse stato giudicato inferiore a quello di contender ben più accreditate. Ma la leadership di Jimmy Butler, un Dragic mai così decisivo e le esplosioni di Bam Adebayo e del sorprendente duo Hierro-Robinson avevano condotto i ragazzi della Florida in una entusiasmante cavalcata terminata solo con un’onorevole sconfitta contro sua maestà LeBron James.

In questa stagione ci si aspettava quantomeno che Miami fosse in grado di confermarsi tra le prime 3-4 squadre della Eastern Conference, invece è accaduto l’esatto contrario. Forse ancora sfiancati dalle fatiche della stagione precedente e impossibilitati al pieno recupero per la post-season accorciata, i ragazzi di Spoelstra sono partiti male e stanno proseguendo peggio. Nemmeno il ritorno di Butler dallo stop del Covid è servito a curare i malanni degli Heat, con la franchigia della Florida al momento assestata su un desolante record di 11 vittorie e 16 sconfitte che rende piuttosto complicato, anche se non impossibile, ipotizzare una resurrezione in tempi brevi.

Difficile capire cosa si sia “rotto” in quell’equilibrio perfetto che per qualche settimana di agosto/settembre 2020 sembrava aver reso gli Heat la squadra del destino. Nella Eastern Conference è comunque sempre possibile imbastire una rimonta, ma di certo serve che cambi qualcosa. Possibilmente in fretta.

 

Orlando Magic – Record attuale 11/18 – 12° nella Eastern Conference

Ho avuto diversi dubbi sulla squadra a cui assegnare quest’ultimo posto tra le delusioni di questa prima parte di stagione. Soltanto per restare a Est, altrettanto meritevoli sarebbero stati sia i Pistons e gli Wizards (non i Cavs, perchè mi sembra sempre di sparare sulla croce rossa e quantomeno qualche sporadico lampo lo hanno fatto intravedere). Sulla scelta ha pesato il fatto che sia Detroit che Washington siano reduci da un’annata senza postseason, traguardo che invece i Magic avevano raggiunto (ok, sempre per il rotto della cuffia e sempre sconfitti al primo turno in modo abbastanza netto) sia nell’ultima che nella precedente stagione.

L’aggravante è data inoltre dal fatto che il monte salari dei Magic vede a libri oltre 136 milioni di contratti per quest’anno e circa 124 per la prossima, impegnati in accordi-capestro allungati a giocatori della media (bassa) borghesia NBA come Gordon, Fulz o Ross. Certo, la perdita di Jonathan Isaac per la rottura del crociato è stata un colpo durissimo, perchè l’ex Florida State sembrava finalmente sulla strada giusta per “mettere a terra” una buona parte del suo strepitoso potenziale, ma stiamo pur sempre parlando di un giocatore da meno di 12 punti e 7 rimbalzi di media nel 2019/20.

Nikola Vucevic è sempre la solita macchina da punti e rimbalzi (23.7 e 11.4 ad allacciata di scarpe), ma anche lui vien via caruccio e non sembra certo avere le stigmate del leader in grado di trascinare i Magic fuori da una mediocrità a cui sembrano fin troppo abituati. Tanto per tirare le fila del tutto, a mio onesto modo di vedere la franchigia della Florida è una tra quelle con meno possibilità di cambiare radicalmente il proprio futuro in tempi brevi. Ma, d’altra parte, io mica sono un esperto…

 

The next five that just missed the cut:  Detroit Pistons, Washington Wizards, Toronto Raptors, New Orleans Pelicans, Minnesota Timberwolves.

Post By Giorgio Barbareschi (95 Posts)

Ex pallavolista ma con una passione ventennale per il basket NBA e gli sport americani in generale. Tifoso dei Mavericks, di Duke e dei '49ers, si ispira a Tranquillo e Buffa ma spera vivamente che loro non lo scoprano mai.

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2 thoughts on “5 delusioni di questa prima parte di stagione NBA

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