Gli Utah Jazz sono la squadra con il miglior record della Western Conference. Sì esattamente, la stessa di Lebron, AD, Kawhi, Paul George, Jokic, eccetera eccetera. Anzi no, rifaccio: gli Utah Jazz sono la squadra con il migliore record della intera NBA.

Dopo che ci siamo addentrati di poco più di un mese nella regular season, la compagine di coach Quin Snyder ha un notevole record di 15-4, nonché una striscia attiva di 11 vittorie.

La partenza è stata abbastanza zoppicante: 4-4 con vittorie di livello solo contro i Clippers e i Blazers, e all’inverso sconfitte accettabili, contro Nets, Suns e – devo ammetterlo – anche Knicks, e al limite dell’agghiacciante, con i T’Wolves. Ecco, a questo punto della stagione, più precisamente intorno al 7 di gennaio, è scattato un qualcosa nella mentalità e nell’atteggiamento dei giocatori stessi. Il risultato sono le già citate 11 vittorie di fila.

Mi si perdoni la parte alquanto noiosa che seguirà ma credo sia doveroso citare gli avversari sconfitti: Bucks, Pistons, Cavs, Hawks, Nuggets, Pelicans, Pelicans, Warriors, Knicks, Mavs. Tutto sommato effettivamente non una striscia impossibile per una squadra che l’anno scorso si è qualificata ai playoffs.

Ma se si fa più attenzione ai dati di queste partite, si scopre un qualcosa di ben più preoccupante per le avversarie. Di queste dieci partite, solo una è stata vinta con uno scarto di meno di 10 punti (Nuggets, 109-105). Nel frattempo, su 120 minuti giocati nel quarto periodo, sono stati in svantaggio solo 57 secondi. 116,7 punti fatti di media a partita e 101,4 concessi, quindi una media di scarto a fine partita di poco più di 15 punti.

Utah complessivamente, dopo 18 partite, è quinta nella lega in Offensive Rating, con 114,9 punti per 100 possessi, e terza in Defensive Rating con 107 punti concessi per 100 possessi. Per la cronaca, sono l’unica squadra NBA che è nelle prime cinque di entrambe le statistiche. Un enorme contributo a questi dati è fornito da tre fondamentali del gioco: i rimbalzi, il tiro da tre punti e la difesa.

Per quanto riguarda i rimbalzi, i Jazz sono primi nella lega per rimbalzi presi, circa 49 a partita, di cui ben 11 sono offensivi (quinto dato totale). Ovviamente di primaria importanza in questo campo è Rudy Gobert, che, nonostante le fastidiosissime critiche di Shaq riguardo al suo corposo contratto da 102 milioni in 4 anni, si sta confermando uno dei più forti centri e difensori della lega.

Il francese sta registrando in media 13,4 punti a partita e 14 rimbalzi, aiutato consistentemente poi in questa statistica dal Derrick Favors, fresco di conferma contrattuale azzeccatissima, con i suoi 6 punti e 6 rimbalzi.

Nel tiro da tre punti, i Jazz sono tanto per cambiare primi per triple fatte a partita, e anzi sono nella direzione di stabilire il record della storia NBA con 16,6 canestri dalla distanza, tirati col 40%. Ben tre giocatori sono sopra il 40% da tre, Royce O’Neal, Conley e Ingles, con Mitchell e Clarkson, iscritti al club del 39%. Insomma, se 50 punti a partita di media sono prodotti dall’arco, sicuramente si parte con una partita un po’ più in discesa.

Ma il dato più stupefacente riguarda la difesa: i Jazz sono secondi come field-goal percentage concesso (44%), quarti come percentuale di tiri da tre segnati dall’avversario (31%), primi per tiri liberi concessi (solo 17 a partita), sesti per stoppate a partita (6 circa). Una vera e propria lock-down defence, anche se di questi tempi la prima parola non è molto gradita.

Colonna portante di questa difesa rimane quel famoso Gobert, che Shaq si divertiva tanto a certificare come overpaid, che su 100 possessi concede soli 99 punti (primissimo nella lega) e compie circa 5 stoppate.

Credo che in fondo il segreto dei Jazz sia essere squadra. È vincere anche senza Donovan Mitchell e il suo apporto di energia. È avere ben 5 giocatori in doppia cifra e uno, Mitchell, con 23 di media. Ma credo anche che sotto a tutto questo ci sia un enorme desiderio dell’americanissimo prove everyone wrong.

Si pensi al già citato caso che coinvolge le critiche durissime e di una ironia della peggior specie di Shaq verso Gobert, che ha pensato bene dopo aver vinto contro i Mavs registrando 29 punti, 20 rimbalzi, 3 rubate e 3 stoppate di andarci leggero twittando un eloquente f**k you predictions.

Ancora più agghiacciante è un’altra buffonata del magico duo Barkley-O’Neal, cioè la teoria secondo la quale Donovan Mitchell non abbia il potenziale per diventare superstar, il tutto spavaldamente rinfacciato al giocatore nella intervista dopo una partita in cui Spida aveva messo a referto 36 punti, 7 rimbalzi e 5 assist. La risposta di un sempre umilissimo Mitchell è stata una semplice scrollata di spalle, un sorriso tirato giusto perché sapeva di essere in mondovisione e uno stufato “OK”.

Sicuramente Mitchell non è adesso una superstar, ma il potenziale per diventarlo non glielo si può negare. A 24 anni l’anno scorso ha trascinato la squadra a suon di prestazioni da 30, 40 punti fino a una sfortunata gara 7 con i Nuggets in semifinale di Conference. Quest’anno è a 23 punti di media, 5 assist e 5 rimbalzi, e nel frattempo sta migliorando a vista d’occhio nelle sue abilità di playmaking, cosa che gli mancava totalmente al suo ingresso nella massima lega.

La chiave di tutta la squadra, però, è stata la capacità di resuscitare dai morti giocatori che si erano abbastanza persi nelle loro carriere: Conley e Clarkson. Conley, oltre ai 16 punti, 4 rimbalzi e 6 assist, sta tirando con il 42% da tre, ha un PER di 20,2 e ha il dodicesimo dato della lega in win shares (partite decise da lui, offensivamente o difensivamente) con 2,4.

Clarkson, dalla sua, sta giocando il basket migliore della sua carriera, e si sta candidando fortemente a essere 6th Man Of The Year. Viaggia a 18 punti a partita di media, massimo tra gli uscenti dalla panchina in tutta la lega, e tira con un solido 48% dal campo e 39% da tre. Ma non contano solo i dati, perché Clarkson, che è sempre stato celebre per un livello di anarchia cestistica alquanto elevato, sembra che nel sistema di Snyder stia riuscendo a tenere più in gabbia il suo istinto killer, a volte per gli altri e a volte per se stesso. Insomma, rifirmarlo sembra essere stata una delle mosse più azzeccate della nuova dirigenza firmata Ryan Smith.

Ora si arriva però alla grande domanda: tutto bellissimo, ma sono una contender?

Ovviamente la risposta che do ora io conta come quella del primo che passa, ma devo pur darla. E la mia spiacevole quanto cinica risposta è: per ora, no. Non sappiamo se davvero questa è l’identità dei Jazz, non sappiamo se riusciranno a tenere il gioco a livelli così elevati, non sappiamo se reggeranno come hanno fatto finora l’urto delle grandi franchigie.

Ah, e poi ci sono anche i Lakers e i Clippers. Ecco, credo che queste due, se confermano la loro intensità difensiva, siano una categoria superiore rispetto ai ragazzi di Snyder. Quando invece si inizia a parlare di Nuggets e Blazers, ecco che Utah inizia a stagliarsi come un effettivo pericolo. Poi chi lo sa, magari in tempo playoffs Mitchell decide di mettersi in proprio sfornando cinquantelli uno dietro l’altro, trasformano Utah nella mina vagante del campionato… fino ad allora rimane appunto il dubbio se durerà o meno questa loro condizione di grazia.

Per concludere, è doveroso fare un accenno a una incredibile iniziativa che il neo-proprietario Ryan Smith sta portando avanti dall’inizio della stagione: 5 for fight. A ogni vittoria dei Jazz, la dirigenza aiuterà un ragazzo in difficoltà per la povertà o l’appartenenza a minoranze discriminate pagandogli interamente i quattro anni di college. Siamo a 14.. anzi a 17 perché Mitchell, oltre a non cadere nelle trappole perfide dei commentatori tv, è andato dritto da Smith dicendogli: “il 3-0 di preseason si conta sia chiaro”.

Chissà quante saranno a fine stagione. Certo, Utah è la classica underdog che sta compiendo una stagione da rivelazione, con un gioco aggressivo in difesa e talentuoso in attacco, se poi a tutto questo si aggiunge l’iniziativa di stampo sociale e le ingiuste e immotivate critiche di Shaq e Barkley, il risultato dice inequivocabilmente che i Jazz stanno diventando sempre più la squadra più simpatica del campionato.

In fondo, chi non vorrebbe che questi sorprendenti Jazz non continuassero a vincere, partita dopo partita, per il basket e il divertimento che ci stanno offrendo entro il sistema di Snyder, per un senso di giustizia e rivincita contro gli attacchi che a Mitchell e Gobert hanno subito.

Ma anche per un senso di giustizia e serenità ancora più profondo nel sapere che persone come quelle, che hanno sudato tutta la vita per arrivare fino a quel punto, si voltino, guardino le loro radici e decidano di prendersi la responsabilità delle vite e dei futuri di molti ragazzi, facendoli dipendere interamente dalla propria fame di vincere e dalla propria etica sportiva.

In un modo o nell’altro, dentro o fuori dal campo, che belli questi Utah Jazz. E che la favola continui… LeBron permettendo.

One thought on “Utah Jazz: trust or bust?

  1. Da quando c’è Snyder i Jazz sono sempre una bella squadra, giusto mix tra stelle che si sbattono (Mitchell) e giocatori iconici (Ingles) – per il titolo manca una superstar, il buon basket non è più sufficiente. Come finirà ai playoff però non è dato sapere. Premesso: ritengo improbabile assai che Leonard si fermi prima della finale di conference (altrimenti l’anno prossimo saluta) e dalle parti di Lebbros non si passa (lo pretende la Lega: vedi espulsioni mancate e passi fischiati una volta su dieci), ma la regular season NBA resta, da una quindicina d’anni a questa parte, uno spettacolo più spesso ridicolo che significativo.

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