Se c’è una sfida sulla carta meno equilibrata tra le otto in programma per stabilire chi arriverà alle semifinali di conference è quella tra i pluricampioni di Golden State e i cugini californiani dei Clippers.

La squadra con Steve Kerr al timone di comando ha probabilmente vissuto l’annata più difficile tra infortuni, litigi e un leggero e fisiologico appagamento che hanno caratterizzato una buona parte della stagione mentre la franchigia di Los Angeles è arrivata con netto anticipo ai playoff smentendo proiezioni e quote degli analisti che prevedevano 14 vittorie in meno di quelle ottenute (48), dopo aver in pratica disputato due tornei con due squadre diverse.

La prima è stata anche in testa alla classifica ad inizio anno e la seconda, rivoluzionata dalle trade in midseason che lasciano buone opportunità di rafforzamento per il futuro, è riuscita sorprendentemente a mantenersi ai vertici portando a casa un obiettivo che sembrava perduto dopo simili sconvolgimenti.

Nonostante tutto i Warriors hanno conquistato l’ennesimo primo posto ad Ovest (57/25) e relativo fattore campo fino alle eventuali Finals. Ciò a nostro avviso rappresenta una mostruosa dimostrazione di superiorità verso tutte le rivali e la consapevolezza e convinzione (se qualcuno lo avesse dimenticato) che i ragazzi della baia oltre ad essere i più forti a livello tecnico lo sono ancora a livello emotivo e mentale.

Analizzare le chiavi tattiche per evitare uno sweep previsto da tutti è abbastanza facile viste le qualità tecniche più limitate (ovviamente) di una squadra rispetto all’altra. Quel che ci ritorna in mente è la sfida iniziale tra le due franchigie che da un lato segnò l’ennesima prova di buon basket da parte dei Clippers, fisicità sotto al ferro e una panchina profonda come nessuno poteva immaginare, dall’altro le difficoltà enormi dei campioni, in rodaggio atletico, privi del miglior regista al mondo, in attesa di sapere se Cousins sarebbe rientrato e in quale condizione e con un paio di galli nel pollaio a fare la voce grossa e ad insultarsi sul parquet.

Come preventivato un po’ da tutti l’unica medicina utile a sbollire rabbia, sfiducia e depressione sportiva è vincere, e i gialli dell’Oracle Arena non sanno far altro.

A mesi di distanza da quella partita gli uomini di Kerr sono esplosi grazie ad una serie di fattori che li pongono oggi e ancora una volta come i netti favoriti per arrivare a giocarsi l’anello e vincerlo di nuovo mentre il team di Doc Rivers, nonostante come detto abbia cambiato vestito più volte, ha mantenuto le stesse peculiarità di gioco.

Boogie non può ostentare ancora la storica supremazia fisica dei tempi di New Orleans ma il suo inserimento è stato a nostro avviso decisivo, sia a livello psicologico che tecnico. Green ora non è più solo come leader motivazionale, il ferro ha un vero rim protector e le realizzazioni da mid range e il gioco in post si arricchiscono di un manone caldo ed educato, dignitoso anche fuori dall’arco. Inoltre Cousins dà al quintetto base una valenza da Big Five visto l’alone da superstar e l’esagerata personalità che traspare da ogni suo atteggiamento.

A parte l’affaire Durant/Green è anche giusto sottolineare come negli altri precedenti stagionali i Warriors (rinforzati di recente con Bogut) abbiano messo in chiaro la supremazia vincendo tutte le altre sfide.

Il ritmo alto e costante è quello a cui tutti devono attingere per mettere in difficoltà Curry e compagni, così come il gioco in transizione che tanto piace ai Clippers. Puntare a rallentare la contesa sarebbe un suicidio vista la classe di Steph, Durant e Thompson; asfissiare nella fase difensiva Golden State e renderla pigra è l’unica arma a disposizione per chiunque per tentare di fare partita patta, cercando così di sfruttare a proprio favore gli errati posizionamenti che sovente si verrebbero a creare. Il tutto dando per scontato di perdere il minor numero di palloni possibili per non esporsi al contropiede letale che ha reso celebre Golden State, la cui fase offensiva è praticamente ingestibile!

La panchina di L.A. dovrà generare questo tipo di “aggressività veloce” più a lungo possibile dando a Lou Williams le chiavi di creare dal nulla situazioni di qualità e ad Harrell il compito di limitare i danni dai giochi in post dei rivali sfruttando la sua stazza ma anche la rapidità difensiva. Lui e Zubac proteggono molto bene il pitturato ma rispetto agli avversari di ruolo difettano di un tiro poco credibile e potrebbero per questo essere “battezzati” dal coach avversario.

In avanti Gallinari sarà il vero deus ex machina di Doc Rivers, che già prima dell’addio di Harris ne aveva decantato le lodi come regista offensivo, capace di produrre da qualunque lato contesti interessanti, sia in conclusione, circolazione palla e assistenza. I rookie Shamet e Gilgeous-Alexander, insieme a Beverley, verranno seguiti con la lente di ingrandimento per vedere come supereranno l’impatto playoff dopo un’ eccellente regular season, col primo esploso dopo la trade con Phila e il secondo, lontano dal prototipo classico della point guard vista la lunghezza e ampiezza alare, a rischio implosione contro scattisti come Thompson e Curry.

Quest’ultimo, la cui caviglia mette un po’ di apprensione, ha fatto capire per l’ennesima volta come stanno le cose e quanto sia, oltre che un grandioso campione, anche il vero leader dello spogliatoio. Può stare o no simpatico  ma il suo ritorno in campo è coinciso con il recupero in classifica, un miglioramento offensivo con le solite paurose statistiche di squadra e un’armonia di gruppo (vera o presunta) ritrovata. Inoltre i suoi 27.3 per game sono il secondo miglior risultato di una straordinaria carriera e la sua stagione, messa leggermente in ombra dall’asfissiante one man show di Houston, sarebbe degna di un’altra candidatura a MVP.

Evitare il 4-0 darebbe al campionato dei Clippers ancor più valore, passare il turno sarebbe miracoloso.

Come detto giocare quattro quarti limitando con pressing asfissiante i piccoli Warriors è impresa ardua anche perché gli eventuali raddoppi libererebbero Durant, gia immarcabile di suo; allo stesso tempo allargare le maglie darebbe a Cousins la possibilità di sprigionare il suo talento in post e dal mid range.

In attacco le transizioni potrebbero cozzare contro la forza fisica dello stesso Boogie e Green e un ritmo eccessivo sarebbe a rischio palle perse e contropiedi avversari. La second unit tanto rinomata di Rivers diverrebbe ininfluente se il quintetto base di Golden State iniziasse i match ad alto tasso realizzativo.

Infine l’esperienza di chi domina da anni ogni tipo di confronto, sia di regular season che ad eliminazione diretta, è spropositata rispetto a chi si affaccia sul palcoscenico più importante per la prima volta o a distanza di tempo.

 

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