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La stagione in corso dopo molti anni nella Motor City si può definire ricca di aspettative con la prospettiva di un accesso ai playoff.

Addirittura fino a qualche giornata fa in casa Pistons si sognavano le vette dell’Est dopo aver sconfitto i Warriors, con Stephen Curry al rientro, in maniera autoritaria e dopo un record di 7-1, compresa la vittoria a Toronto, che poteva significare appaiare Milwaukee al secondo posto generale.

Improvvisamente però affrontare la miglior difesa e il miglior attacco NBA (Oklahoma e gli stessi Bucks) ha riportato drammaticamente con i piedi per terra i ragazzi di coach Dwane Casey, unico e fondamentale nuovo tassello di una ricostruzione con la quale il Gm Jeff Bower vorrebbe riportare la franchigia di Motown ai gloriosi fasti del passato, quelli di Isiah Thomas prima e di Chauncey Billups dopo. Sono stati due match che hanno dimostrato come la strada da fare sia molto lunga e come gli schemi d’attacco richiedano un’applicazione maggiore con un playbook più vario.

Detroit è andata letteralmente a sbattere contro il muro Thunder di Nerlens Noel e Steve Adams; allo stesso modo si è visto come in squadra non ci siano difensori abili ad arrestare le transizioni di tutti i funamboli a roster nei cerbiatti verdi, capaci di presentarsi nel box score in doppia cifra con sei elementi.

Forse scossi, Reggie Jackson & company hanno “allungato” la serie negativa perdendo anche contro Philadelphia due volte (anche senza Embiid) e in casa contro New Orleans. Il tutto in una stagione caratterizzata sin dall’inizio da una serie di strappi sia positivi che negativi che corrispondono ad una classifica comunque sopra il 50% con un buon margine di sicurezza verso le posizioni limitrofe alla ottava.

Un rischio calcolato già ad inizio 2018 quando con una super trade si era tolta profondità per acquisire un’altra super star di peso sotto canestro da poter affiancare ad Andre Drummond: Blake Griffin.

E’ dal 2007 che non si sorride più da queste parti: infatti dai tempi di Flip Saunders allenatore, Joe Dumars executive e Rasheed Wallace leader e rock star dello spogliatoio la parola contender non è più di casa nel Michigan. Da allora penose stagioni (ben 10) a soffrire e divincolarsi nelle posizioni apatiche dell’Est riuscendo ad arrivare in postseason solo in due occasioni e con l’ultima piazza disponibile.

Più che un rischio dunque quella di gennaio era un’esigenza. Avery Bradley, Boban Marjanovic, Tobias Harris e due prime scelte in cambio sono sembrati un’esagerazione alla luce anche del finale di stagione sotto al 50% e al nono posto ma che ora, con un precampionato fatto tutti assieme e col lavoro del nuovo allenatore, comincia a dare risultati soddisfacenti.

Drummond e Griffin (assente solo nell’ultimo match in Pennsylvania) dominano le statistiche sui punti e rimbalzi di ogni incontro disputato dalla propria squadra garantendo probabilmente un attacco e una difesa monocorde ma di sicuro più efficiente rispetto al passato dove l’originale idea di affiancare al centro e uomo franchigia ai lati del perimetro Bradley, Galloway e Kennard si è rivelato un flop.

Proprio la paura di perdere AD#0, una sfilza di risultati deprimenti e una Little Caesars deserta hanno spinto la dirigenza l’inverno scorso a tentare il grande colpo. Oggi, con una Eastern Conference non più feudo di LeBron, la scelta può ritenersi azzeccata e la franchigia della Central Division può accodarsi subito dietro ai favoriti Raptors, 76Ers e Celtics tentando qualche sgambetto nella prossima Primavera.

Certo vedere ad esempio il supporting cast dei Pelicans sovrastante nella recente sconfitta casalinga fa riflettere. Senza un Davis prima infortunato e poi rientrante ma dinoccolato, il dominio di Griffin e Drummond è stato netto sia per punti che a protezione del proprio canestro (35 pts il primo e 23+19 il secondo) ma anche qui, come contro i Bucks, un attacco rapido e di top scorer formato da Jrue Holiday e Julius Randle ha fatto collassare la difesa di Casey.

Come nel recente passato nonostante il maggior numero di tentativi al tiro rispetto agli avversari, è stata la maggiore precisione altrui – unita ad una stentata difesa sulle penetrazioni – a caratterizzare il risultato negativo. Retroguardia crollata dopo una dignitosa partenza: quasi 115 punti subiti negli ultimi cinque incontri sui 110 di media che la collocano oggi a metà classifica.

Ripetiamo, rischi calcolati da Bower e dal coach: non si vincono partite importanti e titoli NBA coi tuoi due migliori giocatori che prendono 50 tentativi dal campo; quello a cui si può ambire però, in una conference “mozzata” in tre strati (team da titolo-outsider-squadre minori), è un probabile e scontato ritorno ai playoff.

Difatti, a seguito del grande scambio, l’estate è passata in sordina cercando di allungare il roster senza spendere molto accentrando sul duo ogni speranza e prospettiva. Le operazioni sono state minori e di contorno: il GM ha acquisito in free agency il mai esploso Glenn Robinson III e i veterani Pachulia e Calderon che insieme ai due giovani prodotti del draft Khyri Thomas e Bruce Brown partecipano in maniera marginale allo score offensivo.

Si ricomincia solo oggi a leggere qualche gossip di mercato con l’interessamento a Damyean Dotson, shooting guard finita tempo fa fuori dalla rotazione di David Fizdale, ma che oggi ai Knicks sta segnando 18 punti di media nelle ultime partite disputate.

Un altro motivo della quiete di mercato in pre season era rappresentata dal poter contare a pieno regime su Reggie Jackson che lo scorso anno aveva mancato metà stagione per l’infortunio alla caviglia.

L’idea era quella di utilizzare come cardini offensivi Griffin nei possessi e il prospetto di Boston College nel contropiede e nel ritmo. E’ lui infatti che sta aggiungendo freschezza al quintetto: giocatore da sempre in doppia cifra, esperto attaccante ricco di brio al nono anno e play titolare, il natio di Pordenone rappresenta col duo di pesi massimi un big 3 in salsa minore anche se, rispetto a tutti gli anni trascorsi in NBA, è in calo sulle percentuali al tiro.

Blake Griffin oggi appare immarcabile dal punto di vista atletico, per cui specialmente qui a Detroit dove rappresenta un primo violino, viene sovente utilizzato in situazioni di isolamento per giocare uno contro uno, scaricare sul perimetro o alzare i lob verso Drummond. In difesa invece non disdegna di opporre la sua stazza alle penetrazioni avversarie dimostrandosi spesso, nella patria che fu di Dennis Rodman e Bill Laimbeer, un bad boy anch’egli, come ha testimoniato Jimmy Butler.

La squadra viene “abbassata” nel quintetto da un coach maestro sia nel ridurre i tentativi altrui da fuori (sono quarti), anche alla luce di un rim protector come Drummond, sia nell’effettuarli (tra i primi 10); partono infatti spesso in panchina Galloway e Stanley Johnson, in un quintetto con tre guardie e due pesi massimi completato da Reggie Bullock e Glenn Robinson III.

Come detto all’inizio l’affidabilità e la costanza non è di casa finora in Michigan con strisce vincenti e perdenti ad alternasi che non permettono sogni di gloria e che vanno prese con le molle per evitare sorpassi da squadre sulla carta inferiori (Hornets, Magic, Heat e Nets). La voglia di rivalsa unita ad un cast esperto e di qualità con un coach tra i migliori nel panorama NBA non dovrebbe però precludere il ritorno in postseason; molto difficile sarà però avvicinare le tre favorite alle quali va ormai di diritto aggiunta Milwaukee.

Post By Lucio Di Loreto (248 Posts)

"Malato" di sport a stelle e strisce dagli anni 80! Folgorato dai Bills di Thurman Thomas e Jim Kelly, dal Run TMC e Kevin Johnson, dai lanci di Fernando Valenzuela e dal "fulmine finlandese". Sfegatato Yankees, Packers, Ravens, Spurs e della tradizione canadese dell'hockey.

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2 thoughts on “La stagione della verità per i Detroit Pistons

  1. Apprezzo molto l’articolo riguardo il mio team preferito, trovo tutto giusto però bisogna fare un paio di considerazioni su due giocatori chiave ovvero Jackson e Drummond.
    Il primo non se,mbra essersi mai ripreso dall’infortunio, staziona spesso fuori area come se fosse una guardia da catch and shoot, ma le percentuali sono pessime.
    Drummond non è un rim protector, difende male, aiuta male, un pessimo difensore.
    Di bad boys in squadra ce ne sono pochi, quelli che lo sarebbero dopo un po lasciano perdere e nel frattempo Dinwiddie, di cui avremmo avuto enorme bisogno, è esploso a Brooklin, per non parlare di un Middleton eccellente tiratore anche partito per altri lidi

  2. hai ragione Flavio non lo dire a me che sono cresciuto a pane e “vinnie-microonda”…un abbraccio e grazie del commento

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