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L’eburnea chioma di Tex Winter, seduto in panchina accanto a coach Phil Jackson, è un topos ricorrente della grande epopea dei Chicago Bulls, iconica quasi quanto l’eleganza plastica di Michael Jordan o Scottie Pippen lanciati a canestro, le livree sgargianti di Dennis Rodman e, ovviamente, quell’Attacco Triangolo che ha segnato un’epoca di basket NBA, tra gli anni novanta e il nuovo millennio.

Phil Jackson è passato alla storia come “Grande Capo Triangolo” (copyright di un piccato Jeff Van Gundy, all’epoca appena insediatosi sulla panchina dei Knicks, ma definita dal Jackson “priva di un Head-Coach”) sebbene il Triple-Post Offense sia farina del sacco di Morice Fredrick Winter, che sull’argomento scrisse anche l’omonimo libro, edito nel 1962 e tutt’ora testo principe per chi voglia approfondire l’argomento.

Winter approdò sulla sponda meridionale del lago Michigan grazie a Jerry Krause; i due si erano conosciuti e apprezzati ai tempi di Kansas State, e così, quando “Briciole” divenne GM dei Chicago Bulls, lo strappò al ritiro, nella speranza di farne il mentore di Stan Albeck prima, e di Doug Collins poi; viceversa, entrambi gli allenatori relegarono ai margini Winter e il suo playbook, ritenendolo indigesto per il giovane Mike Jordan.

Krause non era dello stesso avviso, e impose a coach Collins un assistente, già respinto con perdite qualche anno prima, quando si presentò al colloquio con Albeck munito di sandali e cappello panama: Phil Jackson, all’epoca più celebre come rappresentante della controcultura, che come maestro della lavagnetta. La speranza di Jerry era che l’ex centro dei Knicks e Tex Winter potessero formare un sodalizio da insediare in panchina una volta conclusa l’esperienza deludente del pur zelante Doug Collins, e in effetti, andò proprio come Krause aveva preconizzato.

 

 

Phil Jackson si innamorò istantaneamente delle idee di Tex, così affini ai principi tecnici sperimentati da Phil nel corso della sua lunga militanza con i New York Knicks, quando giocava per l’adorato coach Red Holzman, e prima ancora, a North Dakota per l’altrettanto leggendario Bill Fitch, due allenatori tatticamente sagaci, votati al collettivo e al movimento di palla. Seduto sulle panchine di CBA e a Portorico, Jackson aveva cercato invano un sistema di gioco che gli consentisse di riabbracciare quella togetherness, e si immerse con entusiasmo in ogni anfratto del Triangolo.

Giubilato Collins nell’estate del 1989, Krause consegnò la squadra a Phil, che non perse tempo e delegò l’attacco a Tex Winter, avviando un sodalizio tecnico durato quasi vent’anni e 9 titoli, sopravvissuto ai rapporti sempre più logori tra Jackson e la dirigenza dei Chicago Bulls (Winter invece rimase al Berto Center anche nel 1999 per dare una mano al giovane coach Tim Floyd) e alle mille peripezie vissute con i Los Angeles Lakers, dalle storie tese tra Kobe & Shaq, ai rapporti complicati intrattenuti con la famiglia Buss.

L’accoppiata Jackson-Winter è stata un matrimonio cestistico così riuscito da rendere difficile marcare un confine tra i meriti dell’uno e dell’altro. C’è stato chi, per sminuire l’abrasivo Jackson, ha tentato di trasformare Winter nell’eminenza grigia dietro l’ex hippie del Montana; in realtà, la carriera di Tex come capoallenatore è stata buona (57% di W) ma si è svolta prevalentemente a livello NCAA, fatta eccezione per un biennio a Houston (propiziato da Pete Newell) nel corso del quale si inimicò l’All-Star Elvin Hayes, segnando irrimediabilmente il proprio destino.

A ben vedere, la solfa è rimasta la stessa anche al giorno d’oggi, con gli Houston Rockets capitanati da una superstar che, per raggranellare cifre, ha bisogno di giocare un basket concettualmente distante dalle idee di Mike D’Antoni, e se Brian Windhorst scrive il vero quando parla di un LeBron James che ignora gli schemi chiamati da coach Walton (History repeating...) è facile comprendere quali siano, oggi come allora, le difficoltà insite nel lavoro di un allenatore NBA.

Allenare in una Player’s League dipende anche (se non soprattutto) dalla capacità di gestire l’ego dei giocatori e la pressione dei media, convincendo gli uni a comprare il sistema, e gli altri a dar tempo al tempo. Al netto del culto per gli indiani Lakota, nessuno può discutere il magistero di Jackson in questi due settori, così come nessun addetto ai lavori avrebbe mai disconosciuto la bravura di Tex quando si trattava d’insegnare pallacanestro.

 

 

Non che i due lavorassero da separati in casa: Phil era a sua volta un animale da palestra, e Tex sapeva farsi ascoltare dai propri giocatori, soprattutto quando Jax non riusciva ad entrare nella loro testa. Se l’ottimo rapporto dello Zen Master con Michael Jordan (e Shaq) spingeva Tex a recitare il ruolo di “poliziotto cattivo”, le frizioni tra Phil e Kobe invertirono il paradigma, costruendo un fortissimo cameratismo tra Winter e Bryant.

L’unione dei talenti di Jackson e Tex (senza dimenticare il maestro della difesa Johnny Bach) creò un’alchimia magica grazie alla quale Chicago ha inanellato trionfi, conquistati attraverso una pallacanestro memorabile, non solo per l’estetica del gioco (veloce, aggressivo e cerebrale) quanto per la qualità nell’esecuzione e per l’abilità tattica con la quale i Bulls sapevano spogliare ogni attacco avversario.

Winter non ha mai nascosto che per raggiungere certi obiettivi occorrano cestisti d’altissimo profilo, tuttavia la carriera di Michael Jordan ha conosciuto una svolta grazie al Triangolo, e prima dell’arrivo di “quelli di Chicago”, i Los Angeles Lakers, pur grondando talento, erano una compagine largamente disfunzionale, priva  di una struttura che dettasse le regole della convivenza tra Shaquille O’Neal, Glen Rice e Kobe Bryant.

Proprio il figlio di Jellybean rappresenta l’atleta winteriano ideale; entrambi diretti (al punto da risultare insultanti), perfezionisti e incapaci di smancerie, trascorsero ore e ore insieme a lavorare sui fondamentali, oppure in sala video, dissezionando ogni gesto di ogni gara, senza saltare neppure un istante di gioco, perché (come Tex spiegò al giovane Kobe) la partita è una sola, che tu sia in panchina o in campo.

 

 

Lungi dall’essere un esteta dedito a vagheggiare l’attacco perfetto, Tex Winter ha sempre cercato di coniugare pratica e teoria, lavorando sui principi tecnici appresi da coach Sam Barry ai tempi di USC, impadronendosene e perfezionandoli in quello che Horace Grant definì “il modo giusto di giocare a basket”: l’Attacco Triangolo, emblema di Kansas State prima, e di Bulls e Lakers poi.

Non è sempre stato tutto rose e fiori, perché, come detto, anche in tempi non sospetti capitava d’imbattersi in una superstar (e Elvin Hayes, coi suoi 21,0 punti e 12,5 rimbalzi di media in 16 anni di militanza NBA, si qualifica come tale) dai fondamentali traballanti, che preferiva il proprio collaudatissimo giro-e-tiro a soluzioni da read-and-react che richiedono un’impostazione fundamentally sound.

Scottato dall’esperienza negativa tra i Pro, Winter si rifugiò per dodici anni nel porto sicuro di una NCAA (Northwestern e Long Beach State) che all’epoca si occupava ancora dello sviluppo tecnico e magari umano dei giovani reclutati, tornando in NBA solo nel 1985, sotto l’ala protettrice di Jerry Krause, al quale lo legava un rapporto d’altri tempi, fondato sull’incondizionata fiducia e stima reciproca.

Nonostante i successi del Triple Post Offense, ci sono stati ben pochi tentativi di emulazione; ricordiamo Jim Cleamons in quel di Dallas, e più di recente Brian Shaw a Denver e Kurt Rambis nelle Twin Cities; tutte operazioni finite male, vuoi per il personale inadatto (annoveriamo in questa lista anche i Knicks di Derek Fisher), vuoi per l’intrinseca difficoltà di spiegare un approccio diverso a gente che (non del tutto a torto) si sente “cestisticamente arrivata”.

 

Già, perché il Triangolo non è uno schema, bensì un sistema –come la Princeton Offense  e, in fondo, come tutti gli impianti derivati da Motion Offense e Flex, coi loro blocchi e tagli. Questo significa che i 5 giocatori in campo non sono chiamati ad eseguire un’azione predeterminata, ma solo a mantenere le spaziature ideali attraverso movimenti codificati, effettuati leggendo la difesa e i compagni. Facile a dirsi, ma molto più difficile a farsi, specialmente in un contesto (quello NBA) nel quale il tempo per allenare seriamente è davvero poco.

L’elevato grado di entropia rende la Triple-Post Offense complicata da difendere, ma ovviamente comporta anche una certa fatica da parte di chi deve imparare a destreggiarsi con certe finezze. Il vantaggio però, val bene qualche mal di testa iniziale, perché il Triangolo consente d’aggirare la difesa senza sbatterci contro, alla ricerca del punto di minor resistenza e quindi del canestro più facile.

L’eccezionale duttilità di questo sistema (che prende il nome da un suo schieramento-tipo: un ideale triangolo sul lato) è magnificata dalle vittorie mietute sia con una guardia tiratrice come MJ, sia con un centro dominante come Shaquille O’Neal (senza dimenticare la versione più “democratica” costituita dai Bulls 1993-94), fino ai titoli del 2009 e 2010, quando l’età aveva già imposto a Tex Winter un ruolo più defilato.

 

 

La malleabilità del Triangolo è sottovalutata anche da chi lo ritiene un sistema inadatto all’NBA attuale; il Triple-Post Offense è una cornice di principi sempre validi (almeno finché tirare, passare e palleggiare saranno importanti) la cui interpretazione dipende dai giocatori schierati sul parquet, e a ben vedere, lo splendido attacco dei Golden State Warriors incorpora principi winteriani (oltre al portato di Alvin Gentry).

Il problema sta tutto nella delicata fase dell’apprendimento di questo sistema: Steve Kerr ha trasferito certe nozioni con incredibile facilità, ma Luke Walton sta faticando non poco a riprodurne i principi a Los Angeles, dove il personale a disposizione non è probabilmente maturo per giocare un basket così evoluto, ad ennesima conferma di come le idee di un allenatore si spingano solo fino ad un certo punto.

Senza Jackson a fare da tramite, Winter sarebbe diventato probabilmente un relitto del passato, uno di quei vecchi saggi molto rispettati, ma ascoltati il giusto (e con giusto intendiamo “fin dove non interferisce con le statistiche”). In una NBA che iniziava a prendere la china attuale, secondo la quale un coach credibile è meglio di uno bravo, Tex ha prosperato grazie alla protezione dell’allenatore “credibile” per definizione.

 

Nativo di Wellington (Texas, ma questo l’avevate capito), classe ’22, Winter ha vissuto gran parte dell’era pionieristica del basket statunitense, ed è sempre rimasto coi piedi per terra, per nulla incantato dagli eccessi dell’era jordaniana, dai titoli e dallo star-power imperante che ne è seguito e che ha fatto dei campioni dello sport autentici maître à penser che dettano la linea sui diritti civili come sull’abbigliamento.

Resta celebre l’atavico appetito di questo figlio della Grande Depressione, che, infischiandosene serenamente d’aver dinnanzi i media nazionali e internazionali, spazzolava il buffet allestito in sala stampa come se fosse questione di vita o di morte. Soprattutto, chi l’ha conosciuto reca impresso il ricordo dell’assoluta indifferenza per lo status dei giocatori, che si trattasse di dare le sue famose pagelle ad ogni singola azione della squadra, o di correggere la tecnica individuale in allenamento (come quando provò, rischiando la pelle, a prendere sfondamento da Shaq per costringerlo a lavorare meglio sui cambi di direzione).

Quel che contava per Tex era l’esecuzione, non certo i numeri a effetto o le cifre; sapeva di dover condividere il parquet con la realtà dello star-system, ma allo stesso tempo, è bello ricordarcelo seduto al suo posto in panchina, mentre scruta corrucciato i giocatori in azione, alla ricerca di un taglio effettuato coi tempi giusti, un arresto e tiro di pura tecnica, o magari di un tagliafuori portato con convinzione: quei dettagli semplici, insomma, che racchiudono la vera bellezza di questo sport.

 

 

Post By Francesco Arrighi (219 Posts)

Seguo la NBA dal lontano 1997, quando rimasi stregato dalla narrazione di Tranquillo & Buffa, e poi dall'ASB di Limardi e Gotta. Una volta mi chiesero: "Ma come fai a saperne così tante?" Un amico rispose per me: "Se le inventa". @francescoarrigh

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