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I Los Angeles Lakers dopo più di cinque anni e penose stagioni quasi sempre sotto il 33% di vittorie molto probabilmente torneranno ai playoff. Il motivo è chiaro a tutti e qui in California lo si attendeva dall’opening day del 2017, quando LeBron James si apprestava a giocare da figliol prodigo la sua ultima stagione a Cleveland a meno di un clamoroso nuovo anello. Ciò non è avvenuto e la calda scorsa estate ha lasciato col fiato in gola ogni tifoso che attendeva trepidante le scelte di The King. Quel che successo lo sappiamo tutti.

The Chosen One ha rinunciato alla player option coi Cavaliers – già pesantemente compromessi dagli accordi con George Hill (19 milioni), Tristan Thompson (17,5), JR Smith (14,7), Jordan Clarkson (12,5) e Kyle Korver (7,6) – ed alla corte di Phila per formare un perfetto Big Three con Embiid e Simmons, come pure a quella di Houston pronta a liberare Capela e Ariza per arrivare a lui.

Si prevedeva soprattutto una massiccia rivoluzione che avrebbe colpito a cascata molte squadre a seguito della sua decisione. Ciò non è avvenuto: sono “bastati” 154 milioni in quattro anni per traslocare il fenomeno di Akron nella West Coast e la coppia Magic Johnson/Rob Pelinka è riuscita a sacrificare solo Julius Randle tra i giovani prospetti liberandosi invece dei contrattoni di Brooke Lopez e Luol Deng.

L.A. è un posto favoloso e ricco di appeal per sviluppare i propri business ma dubitiamo che la scelta di James sia avvenuta solo per questo, o per “incominciare” a 33 anni una carriera da chioccia per giovani profili e concluderla avendo visto quest’ultimi divenire dei campioni, senza ottenere però nulla in cambio a livello sportivo.

Ci riferiamo ovviamente alla possibilità di concludere l’egemonia dei Warriors nella Pacific Division, nella Western Conference e nell’intera Lega, formando in un posto così glorioso e vincente un “Big Two” o ancor meglio un “Big 3” col quale spodestarli dal trono.

La prossima free agency o una meglio non specificata trade (Ball-Ingram-Kuzma?) potrebbe convincere qualche “pezzo da novanta” già individuato a raggiungere la California per dare uno spessore decisivo e vincente alla più famosa franchigia a stelle e strisce della NBA.

Parliamo di Kawhi Leonard (anche se ha ammesso di non essere mai stato tifoso giallo viola) e Paul George dei quali è superfluo parlare così come di ciò che è successo in Estate con l’avvento in Canada del primo e la prosecuzione in Oklahoma del secondo.

LBJ è entrato in punta di piedi ai servigi di Luke Walton trascinando con la sua personalità, unita però ad una insospettata umiltà i suoi compagni, coinvolgendoli – a parte la spaziale prestazione a Miami dove ha vinto da solo – in molti schemi d’attacco: da tiri dall’arco, assist in penetrazione (sono quinti) giocate in post alto con pick & roll ed isolation per consentire gli uno contro uno alle numerose ali presenti a roster come Kuzma e Ingram. Ha inoltre già festeggiato il sorpasso a Chamberlain nella classifica dei top scorer all time puntando ora Michael Jordan.

D’altronde parlando a livello tecnico i Lakers di oggi sono tutto tranne che una squadra assemblata per vincere un titolo o costruita con i canoni standard di una franchigia NBA. L’altezza dei giocatori sul parquet è nettamente superiore alla media altrui così come gli “amanti” del possesso palla eccedono rispetto ai tiratori motivo per cui i dogmi classici di coloro che hanno dominato gli ultimi lustri (Spurs e Warriors) in quel dello Staple Centre non esistono proprio.

I registi sono un genio e sregolatezza di quasi due metri come Lonzo Ball già “triplo doppista” nella sua stagione d’esordio più propenso al passaggio ad effetto che alla gestione ordinaria da playmaker e Rajon Rondo, ora ai box per un paio di settimane, maniaco dell’assist in qualunque situazione della partita ma mai un fattore a livello di score, percentuali dal campo e tentativi al tiro. Per non parlare di Stephenson da sempre frenetico ed eclettico ma anch’egli innamorato della sfera.

Il quintetto di “alti e lunghi” permette al team di attuare un gioco d’attacco old style nel quale il fenomenale ragazzone dell’Ohio – in crisi solo sui liberi – trascina tutti i talentuosi offensive players al suo fianco che approfittano dei continui raddoppi su di lui per avere “praterie” e sfruttare l’abilità a colpire col jumper o finger roll (Ingram e Kuzma) oppure a liberare le “bombe” e colpire dall’arco.

La velocità e le marcature asfissianti lontano al canestro non sono dunque il punto forte di una squadra molto fisica e massiccia nel pitturato, dalle leve veloci (sono quarti per stoppate e quinti per steals) ma che concede tanto in difesa sia a rimbalzo (poco più in su di metà classifica) che nei raddoppi proprio a causa dei mismatch nei quali si ritrovano i vari McGee, lo stesso BI#14 e l’ultimo acquisto Tyson Chandler, veterano sempre utile ad aggiungere esperienza e furbizia sotto al ferro con già quasi 8 rimbalzi a partita, come dimostra la strenua resistenza negli ultimi istanti contro gli Hawks che ha portato ad una importantissima vittoria.

Per tutti questi motivi i Lakers a marchio LBJ sono una divertente macchina da punti con quasi 117 a partita a ridosso di Warriors e Bucks, molto avanti in classifica, con un’ottima media vicina al 50% e con ben 4 giocatori in doppia cifra nonostante i quasi 30 di James. Allo stesso motivo sono però terzultimi per punti subiti: un classico esempio ne è la sconfitta pesante subita ad Orlando dove i losangelini sono stati sottomessi in ogni fase!

Ovviamente dalle parti di Figueroa Street avrebbero messo la firma per avere queste cifre, un record positivo e tornare a divertirsi come ai bei tempi di Kobe, soprattutto alla luce di una Western Conference che a quasi un quarto di stagione sembra leggermente più umana che in passato.

Persino i campioni in carica cominciano a scricchiolare dando segni di cedimento a livello caratteriale con le prime donne che si pestano un po’ troppo i piedi, dimostrando per la prima volta di essere vulnerabili. Nonostante l’ottimo inizio di alcune sorprese non dovrebbe essere un’impresa arrivare sopra a squadre come Grizzlies e Kings ma conviene mantenere gli occhi aperti verso Nuggets e Clippers, ultimamente in ascesa.

Arrivare ai playoff è il primo passo per aumentare il valore di qualche giovane talento offensivo da scambiare in Estate con un campione strizzando anche l’occhio alla free agency, in particolare nell’Ontario. Fermo restando che affrontare LeBron in postseason non è mai augurabile a nessuno!

Post By Lucio Di Loreto (37 Posts)

"Malato" di sport a stelle e strisce dagli anni 80! Folgorato dai Bills di Thurman Thomas e Jim Kelly, dal Run TMC e Kevin Johnson, dai lanci di Fernando Valenzuela e dal "fulmine finlandese". Sfegatato Yankees, Packers, Ravens, Spurs e della tradizione canadese dell'hockey.

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One thought on “Il marchio di LeBron è già sui nuovi Lakers

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