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Si vocifera che Adam Silver voglia cambiare il formato dei playoff NBA e noi di 7for7 ci siamo svegliati dal letargo appositamente per avanzare la nostra proposta. Si tratta anche di un’ottima soluzione per chi crede che i Warriors abbiano “rotto” l’NBA firmando Cousins: se la competizione sul basket giocato non ci esalta, perché non mettere in campo l’ignoranza? Abbiamo scelto per voi – e per noi, dato che in attesa della nuova stagione ci annoiavamo – i sedici episodi più memorabili dell’annata appena trascorsa, nel senso meno nobile del termine. Li abbiamo sistemati in un tabellone a eliminazione diretta e ve li raccontiamo uno per uno, fino ad arrivare alla finale e quindi a un vincitore, che però lasciamo decretare a voi. Combattete la calura estiva e diteci la vostra nei commenti. Let’s go!

 

PRIMO TURNO: GLI ELIMINATI

 

ALL STAR FERGIE

L’All Star Game di quest’anno è stato uno dei più appassionanti nella memoria recente, col cambio di formato che finalmente stimola i giocatori a impegnarsi, mettendo in scena una bella battaglia tra il Team Steph e il Team LeBron. Anche il resto del fine settimana non è stato da buttare, d’altronde la cornice di Los Angeles è una garanzia quando si tratta di spettacolo. Detto questo, volevamo farcelo mancare il momento trash? Certo che no. L’onore dell’inno nazionale tocca a Fergie, la cantante dei The Black Eyed Peas è un po’ stagionata ma comunque sa il fatto suo. La sua interpretazione di The Star-Spangled Banner vorrebbe essere una cosa un po’ moderna, un po’ jazz, un po’ da crooner. Appunto: vorrebbe. Noi agevoliamo il video, poi giudicate voi. Notare anche il pregevole lavoro della regia che spazia tra i gorgheggi della Fergie e le reazioni dei giocatori per metà divertite e per metà imbarazzate. Il baronetto Charles Barkley dirà in seguito: “Dopo l’esibizione di Fergie ho sentito il bisogno di fumare una sigaretta”. Siccome non abbiamo voglia di riascoltarla troppo a lungo, Fergie si ferma al primo turno.

Purtroppo Miss Fergie per noi è un NO, ma apprezziamo comunque l’impegno

 

SCARY TERRY vs DREW BLEDSOE

Se frequentate Scienza delle Comunicazioni e per la tesi di laurea vorreste scrivere di come costruire una personalità di culto in pochi mesi, il consiglio è di rivolgersi a Terry Rozier come relatore. Le prestazioni in campo aiutano, certo, e Rozier è stato prontissimo a subentrare a Kyrie Irving a stagione in corso, ma la differenza l’ha fatta la sua faccia tosta. Scary Terry non ha paura di niente e nessuno, anzi, è lui a terrorizzare gli altri, ed ecco il soprannome nuovo di zecca (se non sapete da cosa è tratto siete delle cattive persone, ma io nel dubbio vi metto il link lo stesso) insieme a magliette e scarpe personalizzate. Inseriamo nell’equazione Eric Bledsoe, un’altra testa calda, che ha forzato la mano ai Phoenix Suns col celebre tweet “I don’t want to be here” e ora gioca a Milwaukee senza tuttavia fare sfracelli. La serie tra Celtics e Bucks, al primo turno di playoff, regala momenti emozionanti ma non è roba per palati fini, alla fine si arriva a gara 7 col fattore campo a farla da padrone. I due si punzecchiano per tutte le sette partite, ed è più divertente seguire loro che le disavventure del povero Giannis impegnato in un 1vs5. Comincia Rozier, che ai microfoni dei giornalisti appella l’avversario “Drew” Bledsoe – quarterback dei New England Patriots pre-Brady. Sembra un lapsus, ma Terry se la ride sotto i baffi. Eric risponde quando gli chiedono della difficoltà nel marcare Rozier. “Chi? Non so chi ***** sia”. La diatriba continua col pubblico del Garden che ci mette il carico intonando cori per “Drew” Bledsoe e lo stesso quarterback che si presenta in prima fila per il delirio generale. Alla fine, siccome la storia la fanno i vincitori e Rozier fa bella mostra della sua sfacciataggine andando in giro con la maglietta numero 11 dei Patriots anni ’90. Una vicenda a lieto fine, insomma, quindi troppo poco ignorante per superare il primo turno.

Con questo scambio di maglie è ufficialmente nata una nuova amicizia

 

IL TROLL PIU’ GRANDE DEL MONDO

Da dove cominciare per raccontare le prodezze internettiane dell’auto-proclamatosi Troel Embiid? Il suo account Twitter è probabilmente la cosa più meritevole di attenzione che potete trovare sui social network e, per quanto il suo stile possa non piacere a tutti, Embiid è uno che walk the walk: l’atteggiamento in campo fa il paio con quello irriverente che mostra fuori. In estate è tra i primi a lanciare la moda, un po’ grama in verità, del bullizzare giocatori dilettanti – o ancora meglio bambini – sui campetti di mezza America. Poi ingaggia battaglie con Hassan Whiteside fin dalla preseason, con LaVar Ball (qui c’è da capirlo), con Karl- Anthony Towns (che ha l’ardire di rispondergli a tono e finisce respinto con perdite). In mezzo c’è il reclutamento di LeBron, non andato a buon fine ma per alcuni mesi è stato un lavoro a tempo pieno, e il suo magnum opus: friendzonare Rihanna in diretta tv. Appena convocato per il suo primo All Star Game, gli chiedono: “Nella tua stagione da rookie, quando ci provasti con Rihanna lei rispose che ti avrebbe considerato solo quando saresti diventato un All Star. E adesso?” Risposta: “Credo che lei abbia perso l’occasione, è tempo di passare alla prossima.” Da parte di tutti i soldati caduti nella friendzone: Joelone, sei tutti noi. Avremmo voluto portarti fino in finale, ma il sorteggio purtroppo ti ha messo contro China Klay. Eliminato.

Certi treni, cara Rihanna, passano una volta sola

 

ONE-TWO PUNCH

Una storia talmente succulenta che ha del surreale. I Bulls versione 2018 sono un bel gruppo di tamarri allo sbaraglio, con Kris Dunn a guidare la banda in attesa del rientro di Zach LaVine (che si sospetta non abbia un QI degno del Mensa). Il più maturo di tutti pare il rookie Lauri Markkanen, che infatti disputa una bella stagione. I big men non mancano al roster di Chicago, ma coach Hoiberg inizia l’annata con le rotazioni accorciate perché Bobby Portis e Nikola Mirotic si sono presi a cazzotti in allenamento. Portis, manco a dirlo, è uscito vincitore ma si becca una sospensione, Mirotic invece fa un viaggetto al pronto soccorso. La cosa ironica è che Portis rientra in campo prima dello spagnolo, che si sente la vittima della faccenda e non la prende bene. Ma quando finalmente anche Mirotic torna sul parquet accade il miracolo sportivo. I due fanno faville e segnano da tutte le parti del campo (Mirotic ha da mettersi in mostra per forzare una trade e strappare un contratto lucrativo, ma non sottilizziamo), tanto che Chicago mette in pericolo i suoi progetti di tanking con un filotto di vittorie non programmate. Poi Mirotic si trasferisce a New Orleans e Portis rimane il last man standing sul ring. Il finale è una doccia fredda, c’è tanto potenziale di ignoranza inespresso. Eliminati anche loro al primo turno.

Amici per la pelle questi due… o quasi

 

KILLED BY A CROSSOVER 

Internet è un’invenzione fenomentale. Lo è un po’ meno se finisci per terra su crossover di James Harden e vorresti soltanto dimenticare che sia successo. Il povero Wesley Johnson è semplicemente caduto, in modo un po’ goffo in effetti, davanti ad un incrocio in palleggio da parte dell’MVP della NBA ed è subito stato un diluvio di irridenti meme destinati a perseguitarlo in saecula saeculorum. Tra i tanti scegliamo questo, un po’ perchè attualmente a Fortnite sembra giochi tutto il mondo (tranne noi) e un po’ perchè speriamo che Wesley possa riprendersi da questa umiliazione con un rapido respawn. Come ulteriore dimostrazione di bontà lo eliminiamo al primo turno, anche perchè Clarkson merita sicuramente di fare strada nel nostro tabellone.

Killshot

 

ALL’IMPROVVISO UNO SCONOSCIUTO

La iena Stefano Corti ci ha insegnato che, contrariamente a quanto si possa pensare, non è poi impossibile infiltrarsi tra gli eventi sportivi nostrani. Con tutte le misure di antiterrorismo che esistono oltreoceano pensavamo che negli USA questo fosse molto più difficile, ma a quanto pare non è così. Nel prepartita della gara Pelicans-Rockets, un tifoso camuffato con una felpa con cappuccio è riuscito a piazzarsi in campo per effettuare alcuni esercizi di riscaldamento assieme ai giocatori della formazione di casa. Vista la (non) forma fisica del suddetto tifoso, il nostro dubbio è che possa essere stato scambiato dai compagni per Jameer Nelson (all’ultimo rilevamento registrato attorno ai 100kg), infatti qualcuno gli ha pure passato un pallone per tirare. Di certo c’è che la prossima volta che sarete in fila agli interminabili controlli di sicurezza necessari per accedere ad una qualsiasi arena NBA, ricordarvi di questa storia non vi farà sentire particolarmente tranquilli. Per evitarvi ulteriori ansie noi eliminiamo Nels… ehm, l’intraprendente tifoso al primo turno.

La meccanica di tiro è un po’ da rivedere, ma la buona volontà c’è tutta

 

THE KARDASHIANS STRIKE BACK

Il ciclone Kardashian non ha travolto solo il mondo dello showbiz americano, ma anche la NBA. A quanto pare infatti a Kloe, Kourtney, Kim e Kendall piacciono i giocatori di basket. Purtroppo però le amazzoni in questione hanno un dono opposto rispetto a quello del leggendario Re Mida e qualunque cosa tocchino viene distrutta tipo uragano Katrina (che peraltro poteva essere un nome buono per un’altra eventuale sorella). Kris Humpries, Tristan Thompson, Chandler Parsons, Lamar Odom e Rashad McCants: chi più chi meno tutti questi giocatori hanno avuto un crollo verticale nelle prestazioni e nei guadagni dopo aver cominciato a frequentare una delle terribili sorelle. Aggiungiamoci pure James Harden, che ha descritto il suo unico anno di relazione con Khloe come “il peggiore della sua vita”. Insomma, una vera e propria maledizione, che però si ferma al primo turno perchè abbiamo paura che andando più avanti potrebbe contaminare anche il futuro di Play.it USA.

Altro che malocchio, qui c’è da chiamare direttamente un esorcista

 

WORST POSTER EVER

Vedere grandi atleti librarsi in alto nell’aria e inchiodare con violenza il pallone nel canestro resta una delle cose più entusiasmanti a cui si possa assistere su un campo da basket. Sull’altro lato della medaglia ci sono però impressi i volti di tutti i malcapitati difensori che cercano invano di opporsi a questi gesti barbari (cit.), venendo ricambiati da quelli che abitualmente sono denominati “poster”. Ecco, nessun volto spicca maggiormente su questa immaginaria parete di istantanee di quello del povero Alex Len. L’ex centro dei Suns non è nuovo a questo genere di umiliazioni: Gordon Hayward, Jordan Clarkson, Brandon Ingram, Dwayne Wade, Nene, Steven Adams e Zach LaVine sono i nomi di quelli che negli ultimi anni gli hanno firmato schiacciate più o meno tonanti sulla testa. C’è però un limite a tutto, perchè prendere una slam dunk in faccia da un due volte vincitore della gara delle schiacciate è una cosa ma prenderla da Ryan Anderson è un’altra. Anderson che ha probabilmente profuso in questa giocata tutte le energie stagionali, visto che nei playoff è stato utile alla causa dei Rockets più o meno come la loro mascotte, motivo per cui non merita di passare al secondo turno.

La faccia di Trevor Ariza è meglio di qualsiasi nostro ulteriore commento

 

SECONDO TURNO: GLI ELIMINATI

 

GLEN “ESCOBAR” DAVIS

Vi ricordate di Glen “Big Baby” Davis? Quello che fu decisivo (sic) in qualche partita ai playoff nei Celtics dei Big Three, ma poi piangeva quando Garnett lo sgridava. Quello che seguì Doc Rivers ai Clippers ma poi finì fuori squadra perché dopo ogni off season si presentava al training camp lievitato come un pandoro. Oggi cerca la redenzione (sic numero due) nella BIG 3, una via di mezzo tra un dopolavoro ferroviario e un campionato di pallacanestro, ma qualche mese fa è tornato agli onori della cronaca quando la polizia del Maryland l’ha arrestato per possesso e spaccio di droga. Non tanto per i 126 grammi di marijuana che si portava dietro, quanto per la valigetta con 92.000 dollari in contanti lasciata nella camera d’albergo come nei più beceri film di spionaggio, insieme per giunta al libro mastro, da bravo contabile. La sua reazione è da vero gangster. Mentre aspetta l’udienza, Davis posta un video in cui mangia pollo fritto, con le mazzette di contanti in bella vista, e biascica un metanarrativo “non credete a tutto quello che vedete su internet” che sfonda la quarta parete e ci porta a domandarci: plata o plomo? Un onesto piazzamento al secondo turno per Big Baby, ma contro JR Smith non si poteva fare di meglio.

Big Baby crediamo prenda un kg al mese e la base di partenza era già piuttosto altina

 

UNA POLTRONA PER DUE

Nel momento del bisogno un uomo sa che avrà sempre un luogo in cui ritirarsi, una stanza dove stare solo coi propri pensieri mentre la fredda ceramica accoglie, senza fiatare, tutto quello che abbiamo dentro e che sentiamo la necessità di tirare fuori. Immaginate di salire le scale, smartphone o giornaletto in mano, aprire la porta del bagno e scoprire che qualcuno ha violato il vostro santuario, vi ha smurato il trono e se l’è portato via. È quello che è accaduto lo scorso dicembre a Charlie Villanueva, visto in NBA con le maglie di Raptors, Bucks, Pistons e Mavericks: i ladri gli sono entrati in casa e gli hanno rubato il gabinetto. Qualche giorno dopo, Charlie si lamenta su Twitter che la polizia non abbia ancora rintracciato i responsabili, ma soprattutto che non vi sia ancora nessuna notizia del gabinetto trafugato. Charlie non si dà pace e lancia l’hashtag #findmytoilet. Da allora è passato molto tempo e purtroppo non abbiamo nessun aggiornamento sulla rapina. Se qualcuno avesse visto qualcosa, vi prego, avvisate Charlie. Mettetevi nei suoi panni – o toglieteveli, in questo caso – e cercate di capire la gravità della situazione. Per rispetto nei suoi confronti, l’avventura di Villanueva nei nostri playoff ignoranti si ferma qui.

Chissà se la polizia di Dallas avrà risolto il mistero (sempre che sia arrivata)

 

CHINA KLAY

I tour oltreoceano sono un must per quasi tutti i giocatori NBA di un certo livello. Servono per incontrare i fan ma soprattutto, diciamocelo, fanno parte integrante delle strategie di promozione commerciale che gli sponsor utilizzano per riuscire a vendere più scarpe/magliette/altro. Ecco, non so quante scarpe in più abbia fatto vendere al brand cinese ANTA per il quale Klay si proponeva di diventare “quello che Jordan è stato per la Nike” (sic), ma di sicuro il suo viaggio nel paese del Dragone ha fatto notizia. Prima per essersi quasi soffocato fumando un sigaro, poi per un tragicomico balletto in discoteca e infine per essersi schiantato contro il ferro per due volte consecutive, l’ultima delle quali rotolando poi a terra, nel tentativo di eseguire una schiacciata in 360°. Magari in Cina hanno delle strategie di marketing avanzatissime che non comprendiamo, purtroppo per lui qui a 7for7 gli sforzi di China Klay sono stati sufficienti soltanto per il passaggio del primo turno ma non di più. Ma Klay promette di tornare nella prossima stagione più forte che mai e a quanto pare è già partito con il Tour 2018… a suon di airball.

Una sola domanda ci viene in mente: ma perchè?

 

DAL VANGELO SECONDO LAVAR

LaVar Ball è troppo prolifico per scegliere una sola castroneria da inserire nel nostro bracket, quindi abbiamo fatto un compendio delle migliori (non tutte perché ci mancava lo spazio) dichiarazioni con cui il papà di Lonzo ci ha deliziato nel corso di questa stagione.

  • “Lakers to the Playoffs his first year.” I Lakers faranno i playoff nel primo anno di Lonzo
  • “Rookie of the Year? It’s Already a Done Deal.” Rookie dell’anno? È già cosa fatta
  • “He’s Better Than Steph Curry.” Lonzo è meglio di Steph Curry
  • “We’re Not Competing with Nike…We’re a Step Above Them.” Con il marchio BBB non vogliamo competere con la Nike, noi siamo un passo avanti
  • “Lonzo’s fittin’ to step over Magic (Johnson) to be the best guard ever.” Lonzo supererà Magic come miglior guardia di tutti i tempi
  • “Lonzo will make LeBron James a better player.” Lonzo renderà LeBron un giocatore migliore
  • “I would kill Michael Jordan One-on-One.” Avrei demolito Michael Jordan in un confronto uno-contro-uno

Purtroppo questo decalogo non è stato sufficiente nemmeno per arrivare alla nostra finale di Conference, ma siamo certi che LaVar abbia ulteriori frecce in faretra per il futuro.

Realtà e fantasia per LaVar sono solo ad un battito di ciglia di distanza

 

FINALI DI CONFERENCE: GLI ELIMINATI

 

PROFESSIONE PALEONTOLOGO

Illetterati che dissertano di vaccini e immunologia nemmeno fossero Luciano Onder. Analfabeti funzionali che sciorinano teorie socio-economiche sentendosi dei novelli Adam Smith. Al giorno d’oggi ogni singolo essere vivente dotato di pollice opponibile si sente in diritto di esprirmere la sua opinione su qualsivoglia argomento, spesso (sempre) esponendosi al rischio di blastate da far inorgoglire il nostro vate Enrico Mentana. Ma nemmeno il rischio di esporsi al pubblico ludibrio spaventa questi sentenziatori seriali, tra cui possiamo annoverare il geniale Jordan Clarkson. Secondo la guardia dei Cavaliers i dinosauri sarebbero stati gli animali da compagnia di esseri umani giganti, alti quindi all’incirca una quindicina di metri e pesanti una trentina di tonnellate. Forse non voleva essere da meno rispetto al suo predecessore e terrapiattista Kyrie Irving, ma purtroppo per lui la sua cavalcata in questi playoff si arresta in finale di conference. Nota a margine: la frase “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo”, erroneamente attribuita a Voltaire ma in realtà farina del sacco della sua biografa Evelyn Beatrice Hall, andrebbe probabilmente un attimino rivista alla luce della nascita dei social network…

Ok che siamo (purtroppo) nell’epoca degli “espertoni”, ma ogni tanto stare zitti no?

 

IL WOJ-ZIONARIO DEI SINONIMI E DEI CONTRARI

La trade tra Dallas e Atlanta per Doncic? Nah. La mamma dello stesso Doncic? Nemmeno. DeAndre Ayton scelto con la prima assoluta? Non ci siamo. Lonnie Walker e il cappellino appeso in cima ai capelli à la Marge Simpson? Meritevole, ma no. L’oscar della Draft Night 2018 va ad Adrian Wojnarowski, Woj per gli amici, che catalizza l’attenzione dell’intera serata come un boss. Questi i fatti: Woj, noto esperto del mercato NBA, fa parte del team di commento della ESPN. Per evitare fughe di notizie che spezzerebbero la suspense del draft, la Lega ha vietato ai giornalisti di pubblicare indiscrezioni sulle scelte delle varie franchigie. Woj però ha un atteggiamento ossessivo compulsivo nei confronti delle news e serve ben altro per fermarlo: basta sfruttare l’ampio vocabolario in suo possesso per svelare in anticipo qualsiasi decisione aggirando le regole imposte da Adam Silver. Durante il draft Woj twitta quindi come una mitraglietta e ogni frase è da incorniciare. Queste le migliori.

  • “Utah Jazz have no plans to pass on Grayson Allen with the 21st pick.” Gli Utah Jazz non hanno intenzione di lasciarsi scappare Grayson Allen
  • “Chicago is zeroing in on Wendell Carter with the seventh overall pick, league sources tell ESPN.” Chicago sta stringendo su Wendell Carter
  • “Cleveland prefers Collin Sexton with the No. 8 pick.” Cleveland preferisce Collin Sexton
  • “Denver has cleared the way to choose Michael Porter Jr. with the 14h pick.” Denver ha rotto gli indugi per scegliere Michael Porter Jr
  • “The Lakers are unlikely to resist Mo Wagner with the 25th pick.” Difficile chei Lakers resistano alla tentazione di scegliere Mo Wagner
  • “The Spurs are fixated on Lonnie Walker with the 18th pick, source tells ESPN.” Gli Spurs si sono impuntati su Lonnie Walker
  • “Sixers are targeting Villanova’s Mikal Bridges with No. 10.” I Sixers hanno preso di mira Mikal Bridges
  • “Boston is tantalized by Robert Williams with the 27th pick.” Boston è stuzzicata da Robert Williams [questa fa vincere a Scarabeo, NdR]
  • “The Sixers are enamored with Landry Shamut at the 26th pick.” I Sixers sono attratti da Landry Shamut

Sono rimasti solo i più forti. Ci piange il cuore ad eliminare Woj, ma è bene che il trofeo si decida sul parquet.

Quando cominciano a creare merchandising su di te significa che sei definitivamente arrivato

 

LA FINALE

 

CLINT CAPELA, CAVALLO DI TROIA

Si è parlato tanto di quanto avvenuto nel post-partita tra Rockets e Clippers, ma non se ne parlerà mai abbastanza da rendere giustizia a tutte le sfumature della vicenda, degna di apparire in un poema omerico. In un raro esperimento metaletterario, è la realtà che si fa epica sotto i nostri occhi attraverso il filtro della finzione. Il 15 gennaio i Rockets fanno visita ai Clippers, nel primo ritorno di Chris Paul allo Staples Center da avversario. Come Ulisse, che approda nella sua Itaca dopo lunghi anni di navigazione, l’accoglienza è ostile. L’amore della sua Penelope, contenuta nel muscoloso telaio di Blake Griffin, si è spento: Blake lo rifugge e anzi fa baruffa con chiunque gli passi intorno, geloso dei nuovi amici di Chris Paul – specialmente di Trevor Ariza, rapido e iracondo come Achille – con cui si accapiglia fino alla doppia espulsione. Nel frattempo i Proci, nella figura dei fastidiosissimi Patrick Beverley e Austin Rivers, inveiscono col trash talking apostrofando i rivali a suon di ἄγροικος e di βωμολόχος per tutti i 48 minuti. Quando Griffin se la prende anche con l’anziano Re Agamennone/D’Antoni travolgendolo a bordo campo, Paul non riesce più a trattenersi. Incapace di sfogare la rabbia verso Blake, per l’amore che ancora lo lega alla sua Penelope, architetta invece una spedizione punitiva nei confronti dei Proci con l’obiettivo di tirare un cazzotto in faccia ad Austin Rivers (realizzando, in sostanza, il sogno bagnato di mezza NBA).

Achille Ariza ha già la spada in mano, pronto all’azione, mentre Harden è il fido Patroclo che invita tutti a più miti consigli ma finisce per unirsi alla truppa, purtroppo inascoltato. C’è anche Gerald Green, homo novus deciso a sacrificarsi per la causa: è quel guerriero di cui non perdiamo tempo nemmeno a descrivere il background, tanto muore nel primo canto. L’abilità tattica di Paul Ulisse è senza pari, così come le sue conoscenze belliche. Conduce i suoi attraverso un passaggio segreto tra i corridoi dello Staples (una roba da Game of Thrones, o da Game of Zones) per cogliere i Clippers di sorpresa nel loro spogliatoio, mentre a Clint Capela spetta il ruolo più importante: il diversivo, l’esca, il cavallo di Troia. È un peccato che “The Decoy” non abbia preso piede come suo soprannome. Carico di inconsapevolezza e di buone intenzioni, Capela bussa alla porta dello spogliatoio dei rivali per distrarli mentre i compagni Achei percorrono la scorciatoia. Pare però che i losangelini, più furbi dei troiani, gli abbiano chiuso la porta in faccia e la sortita si sia risolta in una zuffa che non ha scosso i mari dell’Attica. Gli animi si calmano quando qualcuno chiama la polizia. Apollo Shaq e Venere Charles Barkely, intanto, osservano dall’Olimpo e se la ridono. “Polizia, aiuto, sono Blake Griffin.” commenta Barkley. “Sono uno dei giocatori più forti della NBA, due metri e dieci per centoventi chili, e Chris Paul mi vuole prendere a calci.” La realtà dei fatti si rivelerà leggermente differente e gli dei, incarnati da Adam Silver in veste di Zeus, puniranno i Rockets per la loro hybris con qualche giornata di sospensione. Ma noi continuiamo a preferire la prima versione. D’altronde, come scrisse Omero in un suo tweet, la realtà e sopravvalutata.

Creare un videogioco sulla vicenda: fatto.

 

WHO SHOT J.R.?

Il mio socio qui sopra si è lanciato in una dettagliatissima rivisitazione in chiave omerica della guerra tra Clippers-Rockets. Non disponendo di cotanta cultura classica io preferisco limitarmi ai fatti e i fatti qui dicono solo una cosa: JR Smith ha più magliette che cervello. Se non sapete di cosa stiamo parlando meritate di essere espulsi dal fan club di 7for7 (che esiste ed è potentissimo, una specie di P2 dell’editoria italiana), quindi non scendo nei dettagli. Mi limito a ricordare che pure Tyronn Lue si era dimenticato di avere un timeout e ha lasciato libero JR di correre indisturbato verso centrocampo, mentre il povero LeBron attendeva sul perimetro ignorato come un testimone di Geova al citofono la domenica mattina. Ma d’altra parte, a quattro secondi dalla fine non vorrai mica passare la palla ad uno che fino a quel momento aveva realizzato solo una cinquantina di punti contro la miglior squadra del nostro secolo, giusto?

In ogni caso, J.R. Smith non ha vinto il titolo NBA ma potrebbe vincere questo ambito torneo. Oppure potrebbero farlo Capela e i suoi compagni Achei. Abbiamo preferito non arrogarci il diritto di scegliere l’episodio più “ignorante” dell’annata 2017/18 e lasciare la decisione a voi lettori. Quindi, fate la vostra scelta nei commenti in fondo al post e poi tornate pure tranquilli a godervi le ferie sotto l’ombrellone, perchè 7for7 e le vaccate made in NBA torneranno presto ad allietare le vostre giornate con una nuova ed entusiasmante stagione.

Abbiamo dovuto fare una selezione di meme, perchè sull’argomento è nato sufficiente materiale da riempire un’enciclopedia

 

 

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6 thoughts on “7for7 Episodio speciale: i playoff ignoranti della NBA 2017/18

  1. Beh, sì.. quella di JR per contesto e per gravità è senz’altro meritevole del titolo..

  2. JR, anche se China Klay e il furto di cesso meritavano di più

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