42covv23_nat_promoSembrava che il 2014 di Andrew Wiggins fosse scritto; la stagione con i Jayhawks doveva essere una passerella utile solo per raffinarsi in vista di un ricco draft del quale sarebbe stato la stella assoluta, ma non è andato tutto secondo i piani.

Quando, a novembre, Duke e Kansas s’incrociarono, la partita venne seguita soprattutto a causa dei nomi di cartellone, Wiggins e Jabari Parker, l’ala mormone di South Chicago.

Le due stelle non tradirono le attese, ma, tra i due contendenti, emerse a sorpresa un giocatore allora poco noto, quel Joel Embiid, che nel giro di poche settimane sarebbe entrato nel radar dei media nazionali, facendo così vivere ai Jayhawks la singolare esperienza d’avere in squadra due candidati alla prima scelta.

La stagione di Kansas non è terminata nel migliore dei modi, con l’infortunio di Embiid e un’eliminazione per mano di Stanford che ha visto Wiggins tirare con 1-6 dal campo, per quattro miseri punti.

Sembrava che Andrew fosse finalmente riuscito a scrollarsi di dosso quell’incostanza che ne ha caratterizzato la permanenza a Kansas e che costituisce uno dei più grossi punti interrogativi sul suo conto, ma il finale di stagione ha riacceso il dubbio: il ragazzo dell’Ontario vale la prima scelta assoluta?

Ora, non si può giudicare nessun cestista da una singola gara, men che meno un diciannovenne, ma la prestazione minuscola di Wiggins ha solo rafforzato i dubbi che sono montati nel corso di una stagione ondivaga e poco incisiva; per tutto l’anno il canadese ha elargito abbondanti lampi del suo talento (non ultima, una folgorante gara contro West Virginia, chiusa con 41 punti, 8 rimbalzi e 4 stoppate), ma ha alternato buone gara e partite da non pervenuto.

Da un punto di vista del potenziale, si deve concludere che Wiggins ha tutto per dominare. Ha centimetri, velocità abbinata a grande rapidità nel primo passo, buoni istinti cestistici, capacità di andare in lunetta, una verticalità al limite dell’irreale e una mobilità laterale e apertura alare che lascia intravedere un futuro da defensive stopper e da contropiedista di livello superiore.

Tuttavia, ci si aspettava che, nel suo anno da one-and-done alla corte di Bill Self, Andrew crescesse e raffinasse il suo gioco, mentre ciò è avvenuto solo a tratti, convertendosi in prestazioni altalenanti.
Soprattutto, è emersa la sinistra tendenza a scomparire dalle partite, ed è questo che sta destando più d’una perplessità, al punto da metterne in discussione la posizione nel prossimo draft.

Come sempre, quando si avvicinano i workout e le squadre stabiliscono le strategie e l’ordine ideale delle scelte, gli staff tecnici iniziano a tendere a quel fenomeno che va sotto il nome di over-scouting.

A questo punto della stagione, il compito degli osservatori non è quasi mai quello di scovare talenti, ma di verificare che i giocatori visionati non abbiano lacune nascoste; questo spinge gli scout a vivisezionare ogni aspetto del gioco di ogni prospetto, ed è per questo che, se vi dovesse capitare di leggere uno scouting-report recente relativo a un brillante All American, sentireste così tante critiche da chiedervi se valga la pena chiamarlo al primo giro.

wigjIn questi giorni Wiggins è stato paragonato a Gerald Green, sia per la discontinuità, sia perché, come il giocatore dei Phoenix Suns, ha un tiro poco affidabile nell’arco di più partite, una relativa abilità nel palleggiare, e uno straripante atletismo.

È chiaro che si tratta di un paragone estremo, quasi una provocazione, ma è utile a rendere l’idea dell’aria che tira negli uffici dirigenziali NBA a poche settimane dal draft.

Mentre le lacune tecniche di Wiggins non preoccupano più di tanto –il vecchio adagio recita che i centimetri non si insegnano, il resto sì. Lo stesso vale lo stesso anche per l’atletismo– a destare perplessità in molti scout è l’atteggiamento mentale di Andrew, che non sembra avere la fame di vittorie e competizione che dovrebbe contraddistinguere un giocatore-franchigia.

Potrebbe trattarsi di un abbaglio dettato dall’over-scouting; in fin dei conti Pau Gasol venne a suo tempo etichettato come un giocatore destinato ad avere grossi problemi di ambientamento negli Stati Uniti perché aveva espresso stupore per l’altezza dei grattacieli di New York (e non ci sembra un commento poi tanto strano!), salvo vincere il trofeo di Rookie dell’Anno.

Chiaramente, nessuno staff tecnico NBA rende disponibili le proprie opinioni (non quelle autentiche, almeno) in questo momento dell’anno; è impossibile valutare la reale consistenza della preoccupazione destata dalla partita tra KU e Stanford nelle menti di Cavs, Bucks e 76ers, ma è innegabile che alcune perplessità esistano.

I numeri dicono che, in maglia Jayhawks, Wiggins ha segnato in singola cifra per sei volte, mentre in dieci gare ha preso non oltre nove tiri. Durante un allenamento d’inizio stagione è capitato che Bill Self gli urlasse “forza, vediamo se sei il miglior giocatore in campo!”.

Tutti partono dal presupposto che Andrew debba essere un realizzatore fin da subito, mentre in realtà, un diciannovenne ha tutto il tempo per costruirsi un jumper più continuo e per migliorare il palleggio (quello del ball-handling è un difetto comune a molti giocatori diventati altissimi già da ragazzini, proprio come Wiggins).

Rispetto ad un anno fa, Wiggins è cresciuto come tiratore da tre e il suo catch-and-shot è migliorato esponenzialmente, ma, come sottolinea la mappa di tiro fornita da shotanalytics.com, rimane un giocatore legato a quel che riesce a produrre al ferro, l’unica zona del campo dove segna con continuità (in NBA gli serviranno più muscoli per continuare a farlo).

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Anche con tutti questi dubbi, nel 2013 il nativo di Toronto (e fans dei Raptors) sarebbe stato la prima chiamata assoluta in modo virtualmente automatico, ma quest’anno ci sono tantissimi nomi appetitosi, quindi ogni dubbio sull’ala canadese rischia di costargli posizioni di scelta.

Dal canto suo, Wiggins ha dichiarato, in una rara intervista, di non essere poi molto preoccupato dalla posizione di scelta: “Mi colloco al numero uno, sopra a tutti gli altri. Sono fatto così, ho molta fiducia in me stesso. Sia io che Jabari e Joel” ha continuato “vogliamo essere scelti al numero uno. Ma se non dovesse succedere non sarà la fine del mondo, perché ci sono molti grandi giocatori, finiti con l’essere tra i migliori in assoluto, che non sono stati scelti con la uno, ma hanno avuto lo stesso grandi carriere“.

L’atteggiamento passivo, lungi dall’essere una preoccupazione marginale, assume una rilevanza tecnica nel momento in cui si pensa alla posizione che Wiggins andrà a occupare in NBA; un’ala (o una guardia) non può accontentarsi dei tiri che concede il sistema, deve lavorare per costruirsi opportunità di tiro, e deve farlo con tenacia e caparbietà, lottando su ogni possesso per ricevere e per farlo dai propri comfort-spots.

Chi non ha la mentalità giusta per continuare a cercare di ricevere, un possesso dopo l’altro, e per fare un uso aggressivo di quei tocchi, può diventare un eccellente giocatore, ma raramente sarà una stella. Non è una questione di volume di tiro, ma di pura e semplice resilienza.
Rimanere aggressivi è faticoso, e molti giocatori di talento non hanno la cattiveria mentale per competere in modo continuo per 82 partite.

Un ruolo importante sull’impatto di Wiggins lo avrà sicuramente anche il tipo di organizzazione nella quale Andrew finirà a giocare; mentre 76ers e Bucks sarebbero quasi costretti a chiedergli di assumere da subito un ruolo offensivo che Wiggins non è probabilmente in grado di sostenere, i Cavs potrebbero accontentarsi di schierarlo come difensore e contropiedista, affidando la responsabilità del pallone a Kyrie Irving e a Dion Waiters.

Cleveland potrebbe dargli minuti senza esporlo a critiche eccessive, consentendogli di maturare e crescere senza la pressione di essere fin da subito “Da Man”, come succederebbe quasi inevitabilmente sia ai 76ers che, soprattutto, ai Milwaukee Bucks (che però sono inclini a scegliere Jabari Parker).

Tra tutte queste critiche, è passata sotto silenzio la maturità di Wiggins; quattro anni orsono il Toronto Sun faceva notare che, cercandosi su internet, Andrew otteneva risultati come “grande speranza canadese” o “fenomeno dei canestri”, e aveva solo quindici anni.

Nonostante la pressione dettata dai media e dal trasferimento negli USA, Andrew è rimasto un ragazzo senza grilli per la testa, per nulla incline a divismi o a sceneggiate (e ne abbiamo viste tante, con gente che parlava di sé in terza persona o portava i propri talenti a destra e a manca).

È sopravvissuto senza sbandate a un’annata durante la quale gli studenti di Kansas gli hanno regalato un’anticipazione della vita da celebrità (si va dalle foto mentre studia ai post del tipo “gli ho consegnato una pizza” – e complimenti a KU per aver protetto così bene la privacy di un alunno…), mantenendo un atteggiamento sereno anche dinanzi a comportamenti che palesemente lo infastidiscono (e a chi non seccherebbe sapere che c’è gente che twitta qualsiasi cosa tu faccia o che ti fotografa mentre mangi in mensa?).

Merito anche della famiglia Wiggins, composta da suo padre, Mitchell, veterano NBA con sei stagioni all’attivo e una Finale con i Rockets, e di Marita Payne, un’olimpionica canadese (argento nella 4×100 e 4×400).

I due si conobbero a Florida State nel 1980, e non si sono più lasciati, formando una famiglia numerosa –hanno tre figlie e altri due figli maschi oltre ad Andrew– e unita, un focolare domestico nel quale l’eccellenza sportiva è di casa ma nessuno ha preteso di trasformare i giovani Wiggins in macchine da soldi e tantomeno, in superstar mediatiche.

Chi ricorda Mitchell nel suo periodo a Clemson, dice che Wiggins Sr. era ancor più silenzioso e timido del figlio, e lo stesso vale per Marita, definita una ragazza competitiva ma modesta e molto tranquilla.

NCAA Basketball: Kansas at OklahomaAndrew è come i suoi genitori, pacato e poco incline all’egocentrismo, atteggiamento lodevole che però, in un mondo abituato a egomaniaci disposti a tutto pur d’essere al centro dell’attenzione, rischia di costargli qualche fraintendimento, come nella scorsa primavera, quando i college interpretarono il suo silenzio come scarso interesse per il reclutamento.

Wiggins, caso più unico che raro per un giocatore di quel calibro, dovette chiedere a coach Robert Fulford di mandare a dire ai college che nessuno lo stava chiamando!

Bill Self fu il più paziente tra gli allenatori delle quattro squadre finaliste per la corsa a Wiggins (oltre a KU, c’erano Kentucky, ovviamente Florida State, alma mater dei genitori, e North Carolina) e riuscì nell’impresa di convincere i Wiggins senza diventare troppo invadente.

Il 14 maggio del 2012 (58 anni esatti dal giorno in cui Wilt Chamberlain decise di iscriversi a Kansas University) Andrew dichiarò che avrebbe giocato per i Jayhawks, con una cerimonia contenuta, alla presenza dei genitori e del coach e di, udite udite, ben due giornalisti.

Insomma, è difficile sapere cosa passa per la testa di Wiggins, ma di certo è un giovane uomo determinato a fare le cose a modo proprio, senza farsi dettare l’agenda da nessuno.

Consigliato dal padre (e sculacciato al campetto da suo fratello maggiore Nick), è possibile che Andrew sia consapevole d’esser campato di rendita sul proprio atletismo per anni (e di aver sopravvalutato le proprie doti tecniche) e abbia deciso di limitare gli esperimenti in campo per evitare di danneggiarsi in vista del draft. In fondo, volersi assumere troppe responsabilità, quando non si è dei palleggiatori affidabili, non è da vincenti, ma da sciocchi.

Sul suo simpatico sito (www.andrewwigginsbasketball.net) veniamo informati che il 22 dei Jayhawks è nato il 23 febbraio 1995, quindi, secondo il calendario cinese, è nato nell’anno del maiale. Chi nasce in tale anno, leggiamo, è d’aspetto calmo e dal cuore forte, è gentile con le persone amate e, lungi dal temere difficoltà e problemi, tenta di risolverli.

Sembrano proprio le doti giuste per le sfide che dovrà affrontare Andrew Wiggins in NBA!

3 thoughts on “Focus: Andrew Wiggins è ancora il favorito per la N.1?

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