Ci sono division dove tutto può succedere. E poi c’è la National League West, dove — almeno sulla carta — tutto sembra già scritto.

Perché sì, ogni stagione porta con sé sorprese, crolli inattesi e breakout imprevedibili. Ma quando in fondo alla pagina trovi una squadra costruita come questi Dodgers, il resto diventa quasi un contorno. Quasi. Eppure, anche dietro la corazzata di Los Angeles, la division resta viva, stratificata, piena di squadre con ambizioni diverse: chi prova a inseguire, chi a rientrare nel giro playoff, chi semplicemente sa di essere già spacciato.

Los Angeles Dodgers

Partiamo da ciò che è inevitabile. I Dodgers non sono solo la squadra da battere: sono la squadra che ha già alzato l’asticella a un livello quasi irraggiungibile per chiunque altro. Shohei Ohtani è ancora il miglior giocatore del pianeta, il punto di partenza e di arrivo di qualsiasi discorso. Attorno a lui, un lineup che non ha praticamente falle, reso ancora più profondo dall’arrivo di Kyle Tucker, ennesimo tassello di un mosaico offensivo devastante. Ma è sul monte che la sensazione diventa quasi irreale: Yoshinobu Yamamoto e Blake Snell guidano una rotazione che può contare anche su Tyler Glasnow, lo stesso Ohtani, che torna sul monte dopo un anno di pausa, e Emmet Sheehan. E dietro, un bullpen infinito per profondità e talento, chiuso dall’altro colpo dell’offseason: Edwin Diaz, closer portoricano arrivato dai New York Mets. Questa non è solo una grande squadra: è una costruzione fuori scala. Una di quelle che, se tutto gira come deve, rischia seriamente di entrare nella conversazione delle migliori di sempre. Il punto, semmai, è uno solo: quanto tutto questo talento riuscirà a tradursi in dominio reale quando conterà davvero, come già successo negli ultimi due anni, con due titoli vinti consecutivamente (prima volta in MLB dopo 25 anni).

San Diego Padres

I Padres sono da anni intrappolati in una narrazione precisa: quella della squadra talentuosa, ambiziosa, ma sempre un passo sotto i Dodgers. E finché non cambieranno i risultati, quell’etichetta resterà lì. La base, però, è solida: Fernando Tatis Jr., Manny Machado e Jake Cronenworth continuano a essere il cuore dell’attacco. L’addio di Luis Arraez pesa in termini di contatto, ma gli arrivi di Nick Castellanos e Gavin Sheets offrono nuove soluzioni, più orientate alla potenza. Sul monte, molto passa dal rientro di Joe Musgrove dopo la Tommy John: una scommessa pesante. Intanto, Nick Pivetta e Michael King garantiscono stabilità ad alto livello, mentre il bullpen può ancora contare su un’arma devastante come Mason Miller, nonostante la perdita di Robert Suarez. Il vero nodo resta la profondità del pitching staff, che dietro ai nomi principali lascia più di un dubbio. San Diego è una squadra costruita per vincere tante partite, ma la domanda è sempre la stessa: è abbastanza per fare strada quando la stagione entra nella sua fase più dura?

San Francisco Giants

I Giants sono, probabilmente, la squadra più difficile da leggere della division. L’anno scorso hanno chiuso esattamente a metà, 81-81: né carne né pesce, mai davvero in corsa ma nemmeno fuori dai giochi troppo presto. Cambiata anche la guida tecnica: Tony Vitello arriva dal college con grandi aspettative, ma il salto verso la MLB è tutt’altro che banale. Il roster, però, ha basi interessanti: l’arrivo del venezuelano Luis Arraez da San Diego aggiunge contatto e continuità a un lineup che può già contare su Willy Adames (30 fuoricampo nel 2025), Matt Chapman e il coreano al secondo anno in Major Jung Hoo Lee. E soprattutto su Rafael Devers, chiamato a fare un ulteriore step nella sua prima stagione completa nella Baia. Anche Harrison Bader, che dopo Arraez è l’altro colpo dell’offseason, porta solidità difensiva ed esperienza. Ma è sul monte che San Francisco può davvero costruire qualcosa: Logan Webb e Robbie Ray rimangono due ace credibili, Tyler Mahle arriva da una stagione molto solida e Adrian Houser completa una rotazione più che rispettabile. Il problema è il contesto: in una division così, essere “buoni” potrebbe non bastare. I Giants possono migliorare il record dell’anno scorso, ma la sensazione è che per i playoff serva qualcosa in più di quanto visto finora.

Arizona Diamondbacks

Gli Arizona Diamondbacks arrivano da una stagione che ha lasciato più frustrazione che altro. Un attacco capace di esplodere, ma completamente tradito dal pitching. E infatti, anche qui, il discorso parte da una divisione netta: lineup solido e rotazione piena di incognite. Ketel Marte resta il volto della franchigia e, quando è in ritmo, uno dei giocatori più impattanti della lega, sia offensivamente che difensivamente. Accanto a lui, Corbin Carroll, Lourdes Gurriel Jr., Gabriel Moreno e Pavin Smith garantiscono profondità, mentre Geraldo Perdomo è chiamato a confermare una stagione sorprendente, chiusa addirittura tra i più votati per l’MVP. Ma tutto si ferma lì, perché sul monte regna l’incertezza. Corbin Burnes, dopo un primo anno deludente, è alle prese con il recupero dalla Tommy John, così come Merrill Kelly. Zac Gallen arriva da una stagione sotto le aspettative e si ritrova a guidare una rotazione completata da nomi come Ryne Nelson, Eduardo Rodriguez e Michael Soroka. Non è un disastro, ma nemmeno abbastanza per stare tranquilli. Arizona ha provato a sistemare le cose, ma resta la sensazione che il gap tra attacco e pitching sia ancora troppo grande per reggere davvero il passo delle migliori.

Colorado Rockies

Qui non serve girarci troppo intorno. I Rockies sono reduci da una stagione disastrosa, tra le peggiori dell’era moderna: 43 vittorie, un run differential storico in negativo e la costante sensazione di non essere mai realmente competitivi. E la situazione, oggi, non sembra così diversa. Qualcosa da cui ripartire c’è: il giovane lanciatore Chase Dollander è atteso al primo vero banco di prova su una stagione intera, mentre il catcher Hunter Goodman arriva da un’annata da All-Star (31 fuoricampo) che almeno ha dato un segnale positivo. Attorno a loro, giocatori come Brenton Doyle, Ezequiel Tovar e Mickey Moniak provano a costruire una base credibile per il futuro. Ma è tutto ancora troppo fragile. La rotazione resta uno dei punti più deboli della squadra, con Kyle Freeland chiamato a fare da riferimento nonostante numeri tutt’altro che rassicuranti. Victor Vodnik e Michael Lorenzen aggiungono qualcosa, ma non abbastanza per cambiare davvero il quadro. Colorado è una squadra in piena ricostruzione, senza un’identità definita e con più domande che risposte. Le giornate difficili saranno tante, forse troppe. E anche se Coors Field continuerà a riempirsi, il campo racconta una realtà ben diversa: quella di una franchigia ancora lontanissima dal poter competere davvero.

One thought on “MLB Preview 2026: NL West

  1. Immagina di essere un tifoso dei San Diego Padres: hai iniziato la stagione alla grande, stai viaggiando a un ritmo da 111 vittorie, ma la prospettiva è comunque quella di partire dalla wild card, perché sei nella stessa divisione di una squadra che sta viaggiando a un ritmo da 126 vittorie 😫.

    Comunque Mason Miller, al momento, è il lanciatore che più mi gasa in tutta la Mlb!

    P. s. Io attendo sempre con fiducia il quinto episodio di “Ballpark stories”: nel frattempo, mi sono riascoltato i primi quattro 😀.

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