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Compendiare in un titolo tutto quello che si vuole dire in mille-e-passa parole non è per niente semplice e, proprio per questo motivo, quelli bravi e seri – quelli i cui articoli hanno ripercussioni sul conto corrente – si affidano a titolisti: questo non è il mio, il nostro, caso e per individuare un titolo anche solo lontanamente adeguato – e magari anche esilarante, visto l’impellente bisogno di risultare simpatico – è necessario lanciarsi in ragionamenti che spesso altro non sono che sofistiche piroette che, in quanto tali, non portano ad alcun tipo di movimento.

Poteva probabilmente funzionare un semplice Bentornata NFL! perché alla fine è questo il punto, dopo mesi di agonia e carestia stiamo per ricevere dritta in vena una dose di football americano così massiccia che sicuramente un minimo ci intontirà, ma non credo potesse essere un titolo adeguato, non dopo quanto visto solamente dodici mesi fa: la scorsa offseason, care lettrici e cari lettori, non è stata né semplice né divertente e dopo mesi a chiederci che ne sarebbe stato della regular season, abbiamo avuto bisogno di un po’ di tempo per abituarci a mascherine a bordocampo e spalti deserti.

Il Covid-19 ha snaturato pure il nostro paradigma di NFL e mesi di tensioni sociali negli Stati Uniti – e non solo – hanno finito per mettere l’uno contro l’altro pure noi: no, il Covid-19 non è ancora storia del passato – anzi – e sciaguratamente le insopportabili disuguaglianze razziali che attanagliano gli States non sono state minimamente risolte, ma ciò nonostante il clima oggi, almeno nella mia volutamente superficiale bolla, è decisamente più sereno e disteso.
Negli ultimi mesi l’opinione pubblica NFL si è divisa attorno al tema vaccini – tutto il mondo è veramente paese – ma, lasciando perdere le uscite deliranti di Cole Beasley e Lamar Jackson che deliberatamente mi spezza il cuore, la situazione è migliorata a tal punto che paragonarla a quella dello scorso anno è alquanto fuori luogo.

Mancano pochissime ore al kickoff e la grande novità di quest’anno sarà portata da degli stadi nuovamente pieni di gente pronta a compromettere le proprie corde vocali per rendere impossibile la vita sulla linea di scrimmage al quarterback avversario: due anni fa un’affermazione del genere sarebbe suonata come apocalittica follia, giusto per rendere l’idea di quanto sia cambiato il nostro mondo in solamente due giri di Terra attorno al sole.
Quest’anno, malgrado sappiate benissimo il mio pensiero a riguardo, il singolo evento più atteso di una partita di football non sarà l’inno americano ma, per l’appunto, la partita di football: insomma, la situazione sembra essere tornata in uno stato di relativa ed effimera normalità, una tranquillità che stride se associata a questa disciplina sportiva.
Poi però ci si concentra per un attimo sulla NFL, sui giocatori e le squadre e ci si rende conto di quanto poco senso abbia utilizzare il sostantivo “normalità”: stiamo pur sempre parlando della lega nella quale il quarterback della squadra campione in carica è un Benjamin Button che a 44 anni sembra essere pronto ad una stagione ragionevolmente assurda perché, grazie ad un’offseason normale ed un anno d’esperienza in Florida in saccoccia, «è più a proprio agio nel nuovo sistema offensivo».
Ah, Tom Brady…

Spreco circa cinquecento parole – e qualche minuto del vostro prezioso tempo – a cianciare di normalità e metto improvvisamente a fuoco il fatto che questo sarà il primo anno in cui la regular season sarà composta da 17 partite e che quindi rassicuranti combinazioni numeriche come 8-8, 10-6 o 4-12 non saranno più messaggi in codice in grado di dirci tutto quello che dobbiamo sapere su una squadra di football: per una persona come me irrazionalmente innamorata dei numeri pari e della simmetria da loro offerta, la stagione da 17 partite è un abominio che non sono ancora riuscito a digerire e che, probabilmente, non metabolizzerò fino al momento in cui mi troverò costretto – che brutta scelta lessicale – a commentare con voi quanto accaduto durante Week 18.
Capitemi, o perlomeno provateci.

Voglio parlare di normalità e poi mi rendo conto che quest’anno molto difficilmente troverete in qualche mio articolo i nomi Drew Brees o Philip Rivers, due nomi che per me sono sinonimo di NFL in quanto, molto semplicemente, ci sono sempre stati da quando ho deciso di dare una possibilità a questa disciplina – e lega: pure in questo caso mi sarà necessario diverso tempo per accettare il cambiamento.
A proposito di cambiamento, che dire di Matthew Stafford ai Los Angeles Rams? Siete al corrente – lo spero – del mio amore nei suoi confronti e, vi confesso, sono giusto un po’ agitato dal pensiero che nel 2021, in una squadra finalmente competente e competitiva in tutti e tre i reparti, possa fallire e convincermi che parte del problema dei Detroit Lions fosse proprio lui: dai Matthew, non farmi passare per fesso più di quanto già lo sia.
Una delle storie che seguirò con più interesse sarà quella con protagonista Tua Tagovailoa e la sua importantissima missione: passano dal suo successo, infatti, le possibilità che questa nuova moda di giudicare – ed essere anche convinti del proprio giudizio – un quarterback dopo un solo anno o, peggio, una manciata di partite continui a proliferare via etere.
E, nel caso dovesse fallire, fra dodici mesi mi ritroverete qua – spero di no in realtà, fra qualche mese inizierò ad essere sul serio adulto e avete capito cosa intendo – a difenderlo con rinnovata ferocia poiché, ripetete con me, UN QUARTERBACK NON PUÒ ESSERE GIUDICATO DOPO UNA VENTINA DI PARTITE IN NFL.

Ricollegandomi a quanto appena detto, spero che abbiate inteso che tale concetto vale pure per i quarterback rookie, perciò per favore, vi supplico, prima di esprimere sentenze su Trevor Lawrence, Zach Wilson, Justin Fields, Mac Jones e Trey Lance prendetevi del tempo, salvo giochino benissimo: in tal caso annaffiateli di hype che, purtroppo, è diventata la valuta ufficiale con cui noi appassionati e addetti ai lavori NFL barattiamo opinioni sul nostro sport preferito.

Ad una squadra, invece, auguro tutto fuorché la normalità: i Los Angeles Chargers.
I Chargers, ne parlo spesso, sono a mio avviso la franchigia più iellata del panorama sportivo americano e fra infortuni, partite perse in modi che definire beffardi sarebbe un pigro eufemismo e sfortuna varia le loro stagioni passano dall’essere universalmente definibili promettenti a veri e propri incubi per i quali gennaio non arriverà mai troppo in fretta: questi Chargers mi piacciono da impazzire, Justin Herbert è un ragazzo estremamente talentuoso in campo e sorprendentemente affascinante fuori – leggetevi ‘sto profilo fattogli dalla mia crush Mina Kimes – e Brandon Staley sembra essere in egual misura prodigioso nel disegnare schemi e nel motivare i propri ragazzi.
Sono loro la squadra che seguirò con più interesse in questo 2021.

Se c’è una cosa che possiamo aspettarci senza il rischio di restare delusi sono i punti, anche se ha senso interrogarsi se ne vedremo tanti quanti l’anno scorso: nel 2020, giusto per fornirvi il contesto, sono stati messi a segno 12,692 punti, 700-e-passa in più rispetto al 2013 dei record, ogni squadra ha in media segnato 24.8 punti a partita, uno schiaffo in faccia a chi è cresciuto a ritmo di 10-3 o combattutissimi ed a loro modo spettacolari 20-17, punteggi che trasudano football americano.
Le regole, occorre dirlo e ribadirlo, stanno favorendo quest’esplosione offensiva ed al contempo rendendo impossibile la vita a migliaia di difensori che, di fatto, devono trovare un modo di limitare ricevitori sempre più simili a veri e propri centometristi senza nemmeno poterli sfiorare: buona fortuna ragazzi.
A proposito di regole, ne vedremo delle belle con la nuova regola “contro le prese in giro” e già mi immagino la sezione dei commenti pullulare di giustificata rabbia quando a costare la partita alla vostra squadra del cuore ci penserà una stupidissima bandierina gialla scagliata a terra dopo un malizioso sorriso rivolto all’avversario a fine giocata.

Assisteremo, immagino, ai nuovi sviluppi della storiaccia Watson, potremo nuovamente godere della pazzia offertaci da quell’artista di Jameis Winston, passeremo ore a speculare sull’umore del mio amato Aaron Rodgers dopo una totalmente normale sconfitta dei Green Bay Packers, ci incanteremo dinanzi alle magie di Patrick Mahomes come ormai non facessero parte di una tremenda routine – per chi non tifa Chiefs -, tenteremo – mi escludo, in questo caso – di risultare originali prendendo in giro Lamar Jackson dopo un lancio sbagliato, urleremo allo scandalo quando tutte e quattro le sorelle della NFC East usciranno dal campo a testa bassa nella stessa domenica, insomma, vivremo una miriade di situazioni che fanno parte di una nostra normalità che, da fuori, è difficile da comprendere ma che, in un modo o nell’altro, per qualche mese migliora esponenzialmente la nostra qualità di vita, anche se già lo so che pure quest’anno troverò un modo di non vincere al fantasy football e per questo motivo mi infurierò.
Per la sesta stagione consecutiva avrò l’opportunità di flirtare con la felicità grazie a questa disciplina ed a questa community che, anche se a volte mi costringe a ricorrere alla letale grrr reaction su Facebook, continua a trattarmi meglio di quanto possa mai meritare.

Fate un respiro profondo e, ascoltatemi qua, godetevi fin da subito ogni singolo snap che, come ha avuto modo di insegnarci il 2020, le cose che fanno parte della nostra normalità non devono mai essere date per scontate – soprattutto se si protraggono solamente per poco più di un terzo dell’insostenibilmente lungo anno -, quando avrete espirato vi troverete costretti a venire a patti col fatto di essere già arrivati a Week 11.
Felice anno nuovo!

Post By Mattia Righetti (486 Posts)

Mattia, 25 anni. Una versione più irsuta e povera di Larry David, ma il concetto è lo stesso. A volte Julian Edelman. Se non mi seguite su Twitter (@matiofubol) ci rimango male

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3 thoughts on “Bentornata NFL, bentornata normalità

  1. Anche per me la stagione a 17 gare è un abominio: ho letto che entro il 2025 la porteranno a 18, e spero che questo avvenga il prima possibile. Anche perché con 18 gare il calendario delle squadre di una division sarebbe identico: sei gare divisionali, poi incroci due division della tua conference e una division della conference opposta. Con 17 gare, invece, ne hai solo 14 in comune e 3 diverse. Senza contare che le gare in casa non corrispondono a quelle in trasferta.

    Quest’anno ti invito a fare il pronostico anche della partita del giovedì, così, per completezza :) !

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