A Dallas si comincia finalmente a respirare aria pura, quella che ti consente di guardare con più fiducia il resto della stagione e di ambire alla qualificazione in postseason. Non è poco per una città ricca di tradizione ma che nell’ultimo decennio ha subito umiliazioni, frustrazioni e delusioni per la fine anticipata del proprio anno agonistico, arrivando nella fase a tabelloni solamente due volte.

In particolar modo il roster 2017 veniva considerato di livello e assemblato per proseguire fino alla Primavera, ma un’incontrollata serie di sconfitte finali lasciò l’amaro in bocca a tutti i supporter, che hanno riversato su Jim Nill la loro ira.

Il general manager, dopo aver assunto tre allenatori in tre anni, si può considerare ora il primo a rischio, se pure questo Aprile, anziché programmare una serie di playoff ci si chiuderà dentro un ufficio ad analizzare l’ennesimo fallimento.

Alla vigilia della proibitiva trasferta a Tampa i ragazzi di coach Montgomery, al primo incarico da head, sono nelle parti alte della Central, grazie anche a tre recenti scalpi d’autore: i sorprendenti Sabres ultimamente un pochino a giri ridotti, i sempre al vertice Predators ma soprattutto la franchigia probabilmente più forte e completa di tutto l’Ovest, i Jets di Winnipeg!

Sequenze positive o negative, alti e bassi uniti a cali di attenzione e concentrazione sono agli ordini del giorno in NHL, visto l’equilibrio e l’agonismo disumano di ogni match; certo che il periodo relativo al “momentum” dei texani è coinciso con degli step al ribasso da parte dei contendenti divisionali e di conference, grazie ai quali Jamie Benn e compagni si ritrovano ora nei primi sei posti dell’Ovest con un buon margine sulle avversarie ad inseguire; inoltre, con 1/3 di campionato a venire, hanno già sopravanzato quota 60!

Negli incontri più accesi, con avversarie sulla carta superiori (Capitals, Predators, Calgary ecc), si è sempre impostato il match sull’agonismo e sulla fisicità nel forechecking sfruttando una retroguardia rinnovata e che a inizio regular season doveva essere la punta di diamante con la quale salire di livello e che si sta rivelando tale: Dallas è dietro solo agli Islanders per reti subite!!

Iniziamo col dare i meriti ad Anton Khubodin, azzeccata scelta estiva da 5M biennali, col quale si è andati sul sicuro e che insieme a Bishop forma una coppia di goalies più che affidabile.

A Klingberg, oggi indiscutibilmente un Top five di tutta la lega e a nostro avviso il numero uno a roster, Nill è riuscito ad abbinare un mix tra interessanti nuovi profili e veterani da utilizzare come chioccia. Questo grazie all’abilità del coach a sviluppare il talento giovanile, forte della sua esperienza universitaria.

La rivelazione stagionale è Miro Heiskanen, terza scelta assoluta 2017, promosso dal campionato finlandese in DL2 e tra i leader di squadra al pari del connazionale Esa Lindell, ancora ventiquattrenne ma ormai una certezza. La sfortuna invece ha colpito Julius Honka. Tra i veteran aggiunti dai free agent il roccioso Roman Polak, sostituto di Hamhuis non rinnovato, che si va ad unire a Taylor Fedum da Buffalo e al rientrante Oleksiak, visto che Methot e out da parecchio.

E’ qui che gli Stars tirano fuori gli artigli lasciando spesso a bassa quota dei top offensive team performando egregiamente pure in avanti, a differenza di quel che succede quando il livello è inferiore (vedere la patetica ultima performance in Arizona). Ciò dimostra come il problema di Dallas sia forse più psicologico che tecnico: la concentrazione aumenta contro rivali più forti e con maggiori individualità e diminuisce quando il pedale dell’acceleratore va pigiato maggiormente.

Da qui la strigliata post natalizia di Jim Lites, l’AD che ha sparato a zero contro le superstar Benn e Seguin, rei secondo lui di non giustificare l’enorme sforzo economico della società per accontentarli (13M annuali il primo e 78,8 per 8 il secondo) con le prestazioni sul ghiaccio. Si parla di due campioni tra i primi 6 cannonieri degli ultimi campionati e che formano insieme ad Alexander Radulov un tridente che nulla ha da invidiare al trio di Colorado, Columbus e alle top lines di Tampa, Calgary e Toronto.

Noi, anzichè schierarci, scegliamo la via di mezzo.

Da un lato le statistiche non mentono: le due stelle, come rimarcato poco fa, quando c’è da portare i compagni a uno “step ahead” decidendo gli incontri con la loro immensa classe spesso steccano e spariscono dalla contesa; inoltre, mentre Tyler rimane una costante macchina da gol e assist mantenendo sempre gli stessi numeri e l’ex Montreal nonostante una decina di forfait è addirittura in crescita, il capitano è invece in netto calo e se le proiezioni andassero avanti fino al termine del campionato non raggiungerebbe i 79 punti del 2017 ed è anni luce distante le stagioni d’oro vicine ai 90 e un plus 20 (oggi è a 7).

D’altra parte però, è anche giusto sottolineare che solo una top line stellare non garantisce automaticamente il successo e qui, anche prima dell’approdo dell’armadio russo, c’è sempre stato un solco invalicabile tra lo score dei due fenomeni e il vecchio Spezza, Faksa, “swede” Janmark, Devin Shore (passato ai Ducks) o Valeri Nichushkin, tornato dalla KHL ma arresosi agli infortuni.

Con Hanzal lungodegente e Pitlick in upper body, il ceco e lo svedesone vengono sovente mischiati ai tre tenori insieme a Comeau – specialista del penalty killing e ingaggiato a 7,2M triennali – nelle due linee principali cercando così di garantire un po’ di varietà offensiva.

Nelle secondarie è arrivato in mid season Andrew Cogliano, che porta esperienza in terza linea. Un po’ poco per una franchigia molto più “corta” in attacco rispetto ad altre corazzate, superiore solo a Kings e Anaheim nella classifiche di categoria.

Ultimamente comunque, positive indicazioni sono giunte da un riacquistato equilibrio mentale sia in avanti che nella D-Zone, grazie al quale non si è perso il lume della ragione in partite rocambolesche e si è ritrovata l’efficacia in power play, specialmente con la second unit, nelle penalty kill e nei terzi periodi, con un parziale di 13-4 in questa frazione di gioco.

Lo stesso Montgomery ha più volte rimarcato nelle interviste un differente atteggiamento sul ghiaccio, in panchina e nello spogliatoio, frutto di maggior fiducia, con la quale i suoi rimangono concentrati a lungo nei match sia nelle vittorie che nelle sconfitte. Indicativa la trasferta recente di Nashville dove si è risposto colpo su colpo alle reti avversarie prima di cadere per mano di Johansen in overtime.

Forse sta proprio qui il segreto per arrivare tra le prime otto: personalità e forza psicologica, sperando di non incappare in penose debacle di fine stagione che sono costate in passato sogni primaverili.

One thought on “La risalita degli Stars, tra pregi difensivi e difetti offensivi

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