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PROVIN’ THEM WRONG: BILLS EDITION

I Bills hanno vinto sei partite su otto, ma molti dubitano della qualità delle avversarie battute.

Da un punto di vista strettamente statistico i Buffalo Bills appaiono oggi come una squadra da playoff. Come sempre i numeri vanno poi valutati in base al contesto, rendendo differente il peso dell’attuale 6-2 detenuto dalla squadra di Orchard Park rispetto ad altri di identico importo ma ottenuti con un calendario maggiormente impegnativo. Sean McDermott sta ancora cercando di comprendere dove possa essere destinata una squadra che detiene il miglior bilancio dal 1993 ad oggi – erano i tempi di Kelly, Thomas e Smith – ma il fatto in se stesso non è sufficiente ad impedire ai dubbi di proliferare, considerato che i Bills posseggono la notevole fortuna di giocare in una division che quest’anno comprende autentici materassi quali Jets e Dolphins nonché l’aver fronteggiato squadre tutt’altro che irresistibili e problematiche nel ruolo di quarterback come Bengals, Redskins, Titans e Giants, tutte compagini che schieravano un regista poi sostituito se non già il relativo backup.

L’ambiente non ha comprensibilmente digerito bene la fitta serie di sospetti, dall’organizzazione e dai giocatori giungono sottolineature riguardanti il fatto che nemmeno quando si vince si viene giudicati per come si dovrebbe e che non importa il modo in cui si porta a casa un successo, basta giungere illesi al traguardo. I riferimenti sono volti al fatto che Buffalo ha vinto tutte le partite che ci si aspettava vincesse ma lo ha fatto con troppa fatica, e si sta ancora attendendo la classica controprova che metta d’accordo tutti quanti, un’occasione che i Bills hanno fallito sia contro gli Eagles che nei confronti dei perenni rivali basati a Foxboro, dando luogo a ragionamenti che vale la pena affrontare sul lungo termine per capire quali possano essere le vere ambizioni di una compagine che arriverà molto probabilmente alla postseason, ma il cui compito più duro sarà poi quello di dimostrare di appartenervi.

Per riuscire negli intenti è necessario aggiustare i reparti attualmente in difficoltà, ed all’attualità questi sono individuabili nella difesa contro le corse e nel gioco del quarterback. Buffalo ha difatti concesso 151 yard di media su corsa nelle ultime tre uscite aumentando sensibilmente l’idea che il fronte sia facilmente perforabile nel mezzo, in parte perché l’inesperienza dei più giovani e la rotazione attuata per cercare soluzioni definitive non hanno ancora fornito le risposte che si cercavano ed in parte perché gli avversari hanno compreso l’aggressività dei linebacker dei Bills e spesso la rivoltano loro contro. Philadelphia ha trovato la via del successo proprio grazie alle evoluzioni di Miles Sanders e Jordan Howard, i Dolphins sono in qualche modo riusciti a combinare qualcosa di buono con le 4.7 yard prodotte da Mark Walton, mentre i Redskins hanno scommesso sull’uso massiccio di Adrian Peterson ottenendo in cambio più giocate comprese tra le 17 e le 28 yard.

Josh Allen non sta giocando male, ha ottenuto un nuovo primato personale raggiungendo gli 89 passaggi consecutivi senza un intercetto a carico, ma la sensazione è che le ragioni delle vittorie dei Bills – oltre che avversari di livello inferiore – siano da ricercarsi maggiormente in difesa aerea e gioco di corse offensivo. Contro Washington è apparsa definitiva la transizione da Frank Gore al rookie Mike Singletary sia per statistiche che per snap assegnati, la matricola ha totalizzato 140 yard ed una segnatura approfittando di tutte le chiamate volte ad evitare il forte fronte difensivo degli avversari sfruttando la sua capacità di effettuare quei piccoli tagli orizzontali utili a trovare la giusta verticalità. Questo permette ad Allen di realizzare partite ordinate e limitate alla ventina di tentativi di lancio riducendone di conseguenza le possibilità di errore, resta sempre da capire se ci possano essere state evoluzioni rispetto all’inizio dell’anno ma questo lo potremo sapere solamente quando i Bills troveranno difese in grado di erigere il classico muro contro le corse, anche se non ci pare che il quarterback da Wyoming possa ritenersi affidabile al punto di poter gestire una quarantina di tentativi privi di errori, se non altro perché lo staff lo sta preservando chiamando giochi molto conservativi, e raramente i suoi obiettivi vanno più in là delle dieci yard.

Nelle prossime tre settimane non avremo molto altro materiale per trarre delle conclusioni più definitive nei confronti della questione, perché ci si confronterà con squadre dal record perdente come Denver, Cleveland ed ancora Miami. L’impressione migliore sarà fornita dal tour de force che vedrà i ragazzi di McDermott impegnati contro Dallas, New England e Baltimore nel giro di un solo mese, circostanze nelle quali la pressione per dimostrare di essere convincenti sarà esponenzialmente più alta. Il problema? Perdessero anche tutte e tre tali contese i Bills difficilmente mancherebbero i playoff, per cui non resta che stabilire se gli stessi siano materiale buono solo per un’uscita alla Wild Card con la soddisfazione di aver raggiunto la postseason, episodio che in ogni caso può portare soddisfazione vista la nota latitanza di Buffalo in merito, oppure se i difetti possano essere corretti in tempo per ottenere finalmente quelle vittorie che contano sul serio.

PROVIN’ THEM WRONG: SEAHAWKS EDITION

I Seahawks arriveranno fino a dove quest’uomo li potrà portare.

I dubbi attorniano anche i cieli grigi di Seattle, seppure se le dinamiche rispetto a quelle dei Bills siano quanto di più differente si possa riscontrare. I Seahawks hanno vinto molto (7-2) ed hanno eseguito tale esercizio riuscendo a conquistare le molte partite concluse con uno scarto minimo di punti, ivi comprensiva la più recente sfida agguantata al supplementare contro Tampa Bay: tuttavia il record sinora ottenuto non ha zittito una critica che ha messo in guardia tutti nei riguardi di una squadra piena di lacune e che ha dimostrato di poter arrivare solo dove il suo piccolo ma enorme quarterback la potrà trascinare, il che – per quanto Wilson stia giocando da certificato Mvp – è sicuramente un limite.

Che fare per provare il contrario? A conti fatti non resta che sperare che Wilson continui a percorrere la strada che lo sta attualmente portando a detenere un rapporto tra touchdown ed intercetti di 22 a 1, a patto che questo già grande tesoro possa ritenersi sufficiente per colmare tutte le problematiche difensive. Seattle avrebbe necessità di affermazioni più decise, ma all’attualità la situazione non sembra poter variare in maniera significativa finché Wilson si trova sistematicamente costretto ad orchestrare una rimonta dietro l’altra. I Buccaneers, come già tante altre compagini hanno fatto, sono riusciti ancora una volta ad evidenziare la mancanza di una batteria di cornerback adatta a fermare l’attacco aereo avversario se non altro nei momenti più delicati della partita. La contesa contro Tampa ha visto Wilson tenere il tutto in equilibrio utilizzando ogni metodo possibile grazie alla sua capacità di evadere dalla tasca, ma gli sforzi sono sembrati infruttiferi in più di qualche momento dei quattro quarti per l’impressione che se ne poteva ricavare, ovvero che Seattle dovesse costantemente rincorrere il risultato – complice la giornataccia del kicker Jason Myers – apparendo destinata ad un upset non corrispondente agli effettivi valori mostrati in stagione dalle due squadre, un timore evitato da tutte le puntuali giocate confezionate dal quarterback assieme agli ottimi Lockett e Metcalf.

I Buccaneers hanno prodotto 418 yard di total offense sezionando delle secondarie totalmente prive di risposte soprattutto a causa della errata comunicazione nella difesa a zona, lasciando sguarniti i letali Evans e Godwin nelle fasi più importanti del periodo finale e concedendo a Winston l’accumulo di statistiche che, al di là della propensione all’errore, il quarterback di Tampa può scrivere con estrema facilità. Le 2.503 yard sinora concesse in stagione su passaggio valgono il quart’ultimo posto nell’apposita classifica di lega, e vanno contestualizzate in un quadro che non solo vede l’assenza di playmaking da parte dei defensive back, per la quale Carroll ha già tentato diverse alternative senza godere di grossi frutti, ma che deve comprendere anche la poco prolifica pass rush, un settore per il quale si è tentato l’aggiustamento in fase di draft (Collier), trade (Clowney) e free agency (Ansah) ricevendo in cambio solamente nove di tredici sack complessivi registrati dalla linea difensiva, una statistica povera che nemmeno il rientro nei ranghi del precedentemente squalificato Jarran Reed ha risollevato.

Il fatto che il coaching staff abbia oramai tentato varie strade senza vedere progressi significativi è la più evidente testimonianza dell’esistenza della problematica, e se anche solo il tempo potrà fornire indizi maggiormente significativi, la tendenza sinora registrata non porta a pensare che il graduale re-inserimento dell’appena citato Reed, l’esordio dell’attualmente acciaccato Quandre Diggs – la cui trade costituisce un altro segno di urgenza per Carroll e Schneider – e l’attesa ma ancora latitante crescita di elementi come Collier e Green, siano elementi che possano modificare drasticamente la resa di un reparto al quale manca semplicemente il talento di cui disponeva fino a qualche anno fa nelle retrovie. Poi è chiaro, con Wilson ai comandi può accadere tutto, la gara è sempre aperta e la si può chiudere anche con il Jacob Hollister di turno, resta da capire se anche di fronte a difese più arcigne rispetto a quelle sinora affrontate – tra poco arrivano gli imbattuti Niners – riusciranno gli stessi miracoli a cui stiamo assistendo ora.

HOT SEAT #1: NEW YORK JETS

Le prestazioni di Sam Darnold sono solo uno dei problemi che affliggono i Jets.

Scrivere il nome di Adam Gase ci pare fondamentalmente scorretto per una situazione dove l’organizzazione bianco-verde risulta essere peccaminosa sin dalle proprie fondamenta. I Jets sono tutti sul patibolo, Gase ha le sue responsabilità ma non ha avuto un tempo sufficiente per fungere da capro espiatorio, Gregg Williams ha costruito una difesa più o meno ridicola, Sam Darnold sembra non comprendere più d’un tratto i fondamentali del football americano e Christopher Johnson, incaricato di gestire la franchigia in assenza del fratello Woody, ha più volte dimostrato di non sapere in che direzione andare e che per tentarci deve comunque usufruire di pareri esterni, una testimonianza della poca conoscenza della materia di cui stiamo trattando. I giocatori scendono in campo e generano le belle o le brutte azioni, chiaro, ma se a New York si naviga ancora verso un record finale ancora una volta non superiore alle quattro vittorie le responsabilità vanno equamente suddivise fra tutti.

Per giungere alla fonte di questo 1-7 e all’onta di aver concesso ai Dolphins la prima vittoria stagionale, è necessario compiere dei passi indietro. Adam Gase è arrivato quando il general manager Mike Maccagnan era ancora in carica, i dissapori tra i due sono episodi oramai ben noti nonché chiare conseguenze del licenziamento di quest’ultimo. Maccagnan aveva già eseguito la sua congrua dose di danni negli anni trascorsi a selezionare giocatori per la maggior parte inutili alla causa senza dimostrare di conoscere l’arte di architettare un roster equilibrato ignorando completamente passi fondamentali come l’infusione di talento nella linea offensiva, per la quale non aveva mai speso scelte alte ed i cui dannosi effetti sono visibili ancora oggi (vedasi il caso di Jachai Polite, che non ha nemmeno fatto il roster finale). La posizione di Gase sembrerebbe non essere in pericolo a meno di mosse impazienti da parte dello stesso Johnson (che non sono comunque da escludere) se non altro perché il roster è ancora assemblato per la maggior parte con i giocatori portati in loco da Maccagnan e secondariamente perché Gase ed il nuovo general manager Joe Douglas non hanno ancora disposto di un tempo sufficiente per dimostrare di poter raddrizzare la triste situazione newyorkese.

Questo non significa che l’head coach dei Jets non sia esente da responsabilità piuttosto evidenti, che riguardano argomenti direttamente correlati alla sua capacità di risollevare le sorti di una squadra disgraziata, che non vede luce in fondo al tunnel. La tematica più scottante è – e non potrebbe essere altro – la pessima stagione sinora disputata da Sam Darnold, per la quale sussistono poche scusanti a fronte del fatto che Gase è stato pubblicizzato da più addetti ai lavori come un guru di quarterback di notevole spessore, assegnandogli per logica conseguenza un ruolo molto delicato nell’ulteriore crescita di un ragazzo che aveva giocato molto bene l’ultimo mese da matricola gettando premesse intriganti per la presente stagione. Darnold è irriconoscibile rispetto al dicembre dello scorso anno, sembra aver perso per strada sia la capacità di riprendersi dagli errori – intangible che aveva chiaramente mostrato da rookie – sia i fondamentali del gioco, per una mistura ragioni presumibilmente legate al differente schema, all’assenza di grandi playmaker offensivi tra i ricevitori, all’erroneo utilizzo di Le’Veon Bell e ad una serie di sbagli di tragicomica portata che ne hanno evidentemente affossato la fiducia. I lanci in doppia e tripla copertura in redzone, la spesso errata posizione dei piedi in fase di caricamento del lancio, i già nove intercetti in sole cinque partite di presenza sono segnali a dir poco inquietanti per un quarterback che doveva trascinare questa squadra fuori dalle fosse già durante la presente regular season.

L’aver citato Bell non è affatto casuale, il running back proveniente dagli Steelers a volte è un talento estraneo allo schema tattico (11 chiamate per lui contro i Jaguars…) quando dovrebbe rappresentare il fulcro vitale attorno al quale gira tutto l’attacco, oppure viene usato in circostanze poco opportune (un terzo e quattro in territorio favorevole contro Miami che ha guadagnato due yard…), facendo rapidamente tornare alla mente le teorie cospirative di offseason secondo le quali Gase mai avrebbe voluto firmare il running back a certe cifre, provocando i primi segni di attrito verso Maccagnan. In questo regime l’esperienza bianco-verde di Bell potrebbe concludersi a breve, e non sarebbe una sorpresa. Il ruolo di head coach non si limita allo sviluppo di un quarterback ed include la supervisione di tutti i reparti, ed anche qui Gase ha delle responsabilità nelle eccessive libertà elargite a Gregg Williams, a suo tempo un’assunzione comprensibile per esperienza e conoscenza della materia difensiva, ed il fatto che la difesa di New York sia al venticinquesimo posto sia per punti concessi che per sack prodotti non depone certo a favore del controllo qualitativo che l’allenatore-capo dovrebbe attuare.

L’ultimo sgraziato episodio riguarda la vicenda di Jamal Adams, uno dei pochi leader di talento di cui la squadra possa disporre, ed ennesimo esempio della natura disfunzionale dell’organizzazione. Che cosa sia accaduto è dato sapere solo ai protagonisti della vicenda, ma il messaggio che i Jets hanno mandato al safety, che potrebbe lasciare la squadra in offseason, non è certamente positivo. Ennesima combutta tra Gase ed il general manager di turno in ottica di rifacimento del roster con uomini non scelti da Maccagnan? Potrebbe essere, ma privarsi di superstar del genere non pare essere la migliore delle mosse per ricostruire, a patto che si sappia da quale punto ricominciare.

HOT SEAT #2: FREDDIE KITCHENS

A giudicare dall’attuale 2-6, Freddie Kitchens non è la scelta giusta per questi nuovi Browns.

La situazione di Freddie Kitchens sembra essere molto più complessa rispetto a quella di Gase, sia per una questione legata ad un’aspettativa di risultati tremendamente più alta rispetto al misero 2-6 con cui i Browns stanno dolorosamente convivendo all’attualità, e sia perché, non avendo la stessa esperienza di Gase avendo scalato le gerarchie interne a Cleveland in fretta e furia, è più facile riconoscere che non sia stata la miglior scelta possibile per rivestire il ruolo di head coach in grado di riportare la franchigia ai playoff dopo i più recenti anni trascorsi completamente al buio. I Browns sono stati purtroppo travolti dalle aspettative, la maggior parte dei media ha spedito la squadra al Super Bowl senza nemmeno averla vista prima in campo attuando la più classica sommatoria di talenti che non porta mai a nulla se non a cocenti delusioni, a maggior ragione ora che è persino troppo chiaro che la squadra nemmeno giocherà i playoff, ridimensionando in maniera tellurica quanto era stato offerto in sede di pronostici.

La diretta conseguenza di tutto ciò è che Kitchens sta perdendo posto e spogliatoio. La diretta conseguenza dei playoff che se ne vanno è l’eccessiva concentrazione verso le reazioni dei giocatori all’evidente circostanza di avversità, un evento che nessuno si aspettava. Non l’aveva previsto Odell Beckham, che sperava di mettere da parte le noie newyorkesi trasferendosi in un ambiente che lo avrebbe a sua opinione apprezzato di più consentendogli di vincere, solo per ritrovarsi ingabbiato nelle sue stesse luci della ribalta, scomode per la squadra e prive di alcun senso per un soggetto che ha mosso i titoli delle testate giornalistiche più per costosi orologi indossati in partita, scarpe da clown e lamentele per il non sufficiente coinvolgimento nel gioco offensivo che non per le prodezze effettivamente registrate. Non l’aveva previsto nemmeno Baker Mayfield, sicuramente gratificato dalla trade che gli aveva portato a casa uno dei ricevitori più attrezzati di talento dell’attuale panorama Nfl senza conteggiare l’altro lato della medaglia, quello più oscuro, trovandosi peraltro a fare i conti con domande sempre più pressanti da parte dei giornalisti senza riuscire a mantenere la propria compostezza, il che ci sta ma è anche un chiaro segnale del caos psicologico che sta attraversando i Browns in questo preciso momento, senza contare la personale involuzione rispetto alla secondam età dello scorso campionato. Infine, il taglio di Jermaine Whitehead a seguito della personale sfuriata sui social network a seguito della sua pessima prestazione contro Denver – una miniera di placcaggi mancati – è solo l’ennesima distrazione di tutta la triste vicenda.

Vincere è l’antidoto a tutti i mali, ragione per la quale la quarta sconfitta consecutiva non può che peggiorare una situazione dove Cleveland è lo spettro di quella squadra a tratti spettacolare che aveva rifilato 43 punti ai Titans e 40 ai Ravens, due episodi che allora sembravano perfettamente coerenti ai pronostici prima menzionati, ed oggi appaiono come semplici casi isolati, il cui ricordo sta svanendo dinanzi ad una disciplina di squadra che vede un numero di penalità sempre troppo alto, un attacco fermo al venticinquesimo posto per punti segnati, ed una difesa attualmente ventitreesima per punti passivi, tutti numeri non indicativi del grande talento disponibile a roster anche se, ripetiamo, schierare Beckham, Landry, Garrett, Chubb e chiunque altro venga a mente non significa ottenere un numero di vittorie automatico. E, a proposito di Nick Chubb, permane il dubbio che l’inesperienza di Kitchens (o il suo alto livello di panico) possano essere alla base di scelte offensive incomprensibili, che hanno visto il running back fermo sulla sideline in tre distinte circostanze di terzo o quarto down a corto yardaggio, situazioni incomprensibilmente affrontate con il miglior giocatore offensivo fermo a guardare. Un po’ come quando l’attacco approda per ben cinque volte nelle ultime venti yard dei Broncos senza che nessuna chiamata vada in direzione di Beckham.

Il tutto pare ricondursi alla scelta di base, ovvero la decisione di John Dorsey nel definire Kitchens quale candidato ideale per traghettare i Browns nella presunta nuova era vincente, una valutazione che ha tenuto conto in maniera eccessiva – a posteriori – della capacità dell’ex-coordinatore dei running back di risollevare le statistiche offensive dal momento del licenziamento di Hue Jackson in poi, trovandosi nel giro di mesi a chiamare personalmente i giochi offensivi fino ad assorbire tutte le responsabilità riguardanti il roster. Il tutto si è tradotto in gameplan pieni di lacune che non coinvolgono i migliori talenti della formazione (Beckham, lamentele a parte, è spesso ignorato da Mayfield senza un apparente motivo), decisioni errate, mancata capacità di far rendere un attacco incapace di muovere il pallone quando conta (30% nei terzi down; 27% nei quarti), ed un record che ricorda tanto i fallimenti del recente passato. In poche parole, un disastro completo.

JAGUARS: FOLES O MINSHEW?

Gardner Minshew, a.k.a. Renegade.

A Jacksonville sapevano che prima o poi il quesito sarebbe arrivato, e per quanto ignorato grazie alla possibilità di non avere alternative se non attendere il termine della lunga convalescenza del quarterback titolare, il momento di decidere come proseguire questa stagione è giunto, peraltro in concomitanza con la peggior prestazione offensiva dell’anno. Dopo la bye week Nick Foles sarà eleggibile per rientrare nel roster attivo dopo i due mesi trascorsi a curare la clavicola, evidenziando un dilemma che porta a pensare se sia il caso di mantenere l’inerzia attuale lasciando che Gardner Minshew prosegua un cammino ad oggi non compromesso (4-5, nulla di catastrofico in ottica Wild Card sponda Afc), oppure inserire l’acquisto più prestigioso della offseason, un quarterback inchiostrato per 4 anni a 88 milioni di dollari con il contorno del titolo di Mvp di due Super Bowl or sono, merce assai scomoda da lasciare in panchina con un auricolare addosso.

Semmai lo staff avesse partorito delle incertezze, la prestazione londinese rende tutto ancora più difficoltoso. Minshew ha sinora giocato in maniera solida ed in ogni caso superiore alle attese visto lo status di matricola selezionata nei bassifondi del Draft, il 4-4 con cui sta conducendo le operazioni al posto di Foles non è affatto un bilancio da gettare al vento così come ragguardevole è senza dubbio il rapporto tra touchdown ed intercetti, 13 a 4, ben supportato da un rating di 92.8. Per un rookie chiamato ad imparare il mestiere in fretta, quanto sinora ottenuto non è certo da buttare via. Tuttavia, al Wembley Stadium le cose non sono andate secondo copione ed i Jags non sono mai stati in partita, quasi metà del fatturato finale di Minshew (309 yard) è arrivata in un quarto periodo del tutto privo di significato con in Texans già in fuga, ed i quattro turnover totali di certo non hanno incoraggiato a vedere più nitidamente la situazione che si sta per delineare.

Il tracollo è stato generale e Minshew non merita di vedersi addossata l’interezza della responsabilità del risultato, l’attacco di Jacksonville ha dimostrato ciò che aveva già messo in mostra in passato evidenziando di essere strettamente dipendente dalla produzione di Fournette, non a caso limitato a sole 72 yard dallo scrimmage in quella che è stata la peggior gara statistica del suo campionato, ed i 47 tentativi di lancio conseguentemente chiamati al quarterback hanno fruttato solamente tre punti, confermando la tendenza di un reparto che sfiora la top ten di lega per yard generate ma che naviga solo al ventitreesimo posto assoluto per punti segnati. La domanda da porsi semmai è un’altra, ovvero se la sorpresa generata da Minshew si sia inizialmente realizzata grazie al fatto che le difese avversarie non potevano conoscerne approfonditamente pregi e difetti come invece accade ora dopo un congruo numero di partite e conseguenti filmati disponibili. Non è inoltre detto che Foles cambi drasticamente le sorti offensive se non dopo aver ripreso i ritmi-partita, una faccenda piuttosto complessa dato che il giocatore ha sostanzialmente appena ripreso ad allenarsi.

La nostra sensazione è che sia difficile ignorare la magnitudine della Minshew-Mania, non solo un qualcosa che riguarda la dinamica pittoresca che il personaggio racchiude in sé ma anche una produzione che ha tenuto a galla una squadra, ma che Foles resti in ogni caso il maggiormente indicato per assicurare la maggior possibilità di vittoria in un rientro delicatissimo contro i Colts, con la possibilità di tornare al 50% di vittorie in una division equilibrata. Non resta che attendere l’opinione di Doug Marrone.

GAME REWIND OF THE WEEK: Lions @ Raiders

La settimana scorsa ci eravamo permessi di preannunciarla come una partita molto divertente, e le premesse sono state ampiamente rispettate. Gara molto bella a livello offensivo ed incerta nel suo esito fino ai momenti finali, che merita di essere rivista per le ottime giocate fornite dai singoli.

ONE LINERS OF THE WEEK:

  • Jameis Winston dev’essere un vero mal di testa per chi deve decidere il suo futuro a Tampa, o commette dieci turnover in due partite o rischia di vincerla a Seattle.
  • Tra le squadre che quest’anno dovevano ricostruire, i Cardinals stanno crescendo meglio e più velocemente di tutti.
  • I Lions sono ventisettesimi per punti subiti e trentunesimi per yard al passivo, non il migliore dei biglietti da visita per Matt Patricia.
  • Lamar Jackson è una semi-divinità.
  • Ci sembra abbastanza ufficiale, i Bears hanno fatto una delle peggiori trade-up della storia in quel Draft del 2017, avrebbero preso sia Mahomes che Watson senza muoversi dalla loro precedente posizione.
  • La vittoria dei Chargers, giunta peraltro in maniera così convincente contro i Packers, costituisce il risultato meno comprensibile dell’intera nona giornata di football.

A LOOK AHEAD:

  • Giants vs Jets, un derby degno del Toilet Bowl.
  • Packers vs Panthers, Aaron Rodgers e Green Bay tornano a casa dopo la lezione rimediata a Los Angeles, un’ottima occasione per riprendersi psicologicamente. Duello nel duello tra Christian McCaffrey e Aaron Jones.
  • Cowboys vs Vikings nel Sunday Night Football, qui si fa sul serio, chi si porta a casa la vittoria ottiene un successo determinante per il proprio posizionamento nella griglia dei playoff della Nfc.
  • Niners vs Seahawks, Monday Night bollente con tantissimi motivi di interesse, su tutti il capire se San Francisco possa mantenere l’imbattibilità aizzando la sua difesa – e Richard Sherman – contro Russell Wilson, oppure se Seattle sia effettivamente pronta ad ottenere una vittoria che conta scacciando momentaneamente i doubters.

See ya!

Post By davelavarra (421 Posts)

Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets, L.A. Dodgers e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.

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