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Super Bowl e Philadelphia Eagles sono due concetti che in passato hanno già trovato modo di coesistere, ma mai di celebrare un vero e proprio matrimonio. La domenica entrante rappresenterà difatti la terza occorrenza nella quale la squadra della città dell’amore fraterno e del pubblico iper-critico si esibirà nel prestigioso palcoscenico della finalissima cercando possibilmente di scrivere un epilogo differente rispetto a quanto accaduto nelle due occasioni precedenti, aggiungendo il primo Vince Lombardi Trophy ad una storia che vede in bacheca tre titoli assoluti, di cui due consecutivi raccolti nella seconda parte degli anni quaranta, ed uno – l’ultimo – nella stagione 1960.

L’atmosfera di Philadelphia è elettrica in questo momento, perché la città ripone molta fiducia in una squadra che ha dimostrato di possedere il carattere necessario per superare le tante difficoltà che si sono poste ad ostacolo di una stagione cominciata con promettenti auspici, e che qualunque sia il risultato dell’ultimo impegno di campionato verrà ricordata per essere terminata al di sopra delle prospettive più ottimistiche che gli esperti avevano allestito per questa compagine.

La presente edizione degli Eagles nasce difatti dalle ceneri della gestione di Chip Kelly, che porta con sé diversi punti di contatto con l’attualità e che del Super Bowl aveva tuttavia creato solo una grande illusione alimentata dai grandi numeri e dai concetti rivoluzionari, ambedue fattori che non si sono però rivelati essere duraturi come sarebbero dovuti essere. All’epoca si credeva che la filosofia collegiale traslata al professionismo – ovvero un attacco gestito ad altissimi ritmi per creare il maggior numero di giochi e sfiancare la difesa avversaria con concetti di zone read – potesse condurre verso traguardi in precedenza solo sognati e creare stabilità per lunghi anni in attesa che i defensive coordinator avversari riuscissero a trovare la soluzione per fermare la corazzata, ma si sa, in Nfl le novità clamorose durano giusto il tempo di una stagione o due, ed i pensieri di Kelly si sarebbero presto schiantati contro una durissima realtà sfociando in un licenziamento anticipato.

Da qui comincia la storia di Doug Pederson, incaricato proprio di risollevare i destini della franchigia nel più breve tempo possibile, una missione evidentemente già compiuta visto quanto ottenuto in quello che è solamente il suo secondo anno di esperienza in assoluto da head coach professionistico, dopo un primo anno perdente ma molto importante per tutte le basi nel frattempo gettate. La ristrutturazione di Philadelphia passa dai suoi concetti offensivi più tradizionali ma non per questo vetusti, resi produttivi da una West Coast Offense che Pederson ha sempre avuto nel sangue sin dai tempi in cui giocava per Andy Reid e che aveva portato avanti con discreto successo facendogli da assistente a Kansas City, ma senza per questo rinunciare a proporre particolari schemi in option in grado di esaltare le qualità della grande e giovane speranza di Philadelphia, Carson Wentz. Un copione scritto di volta in volta a quattro mani con l’ausilio di Frank Reich, ex-quarterback dei Buffalo Bills e fedele riserva di Jim Kelly, la cui esecuzione in campo ha mostrato sensibili progressi da un anno all’altro, fino a proiettare Wentz nell’olimpo della prossima generazione di registi in grado di mutare radicalmente le sorti di una squadra e garantire prosperità assortite per una decade, come già questo campionato ha – seppur in parte – dimostrato.

Sembrava difatti che la stagione degli Eagles dovesse forzatamente ridimensionarsi a causa dell’infortunio al crociato anteriore riportato da Wentz nel momento di massimo splendore psicologico per Phila, ovvero con la squadra lanciata in accelerazione ed in quel preciso momento concentrata nel portare a conclusione una determinante affermazione in trasferta contro i Rams, proprio una di quelle squadre di cui si parlava più spesso in termini di antagonismo nel quadro complessivo della corsa alla supremazia della Nfc. Gli Eagles hanno dimostrato sistematicamente che nulla di quanto preventivato dai giornalisti corrispondeva a realtà, perché è vero, il quarterback rappresenta ciò che fa girare tutta la squadra ed è la figura più responsabilizzata del roster, ma il concetto che a football americano si gioca pur sempre in ventidue più riserve è stato criminalmente sottovalutato, perché Gli Eagles di talento ne hanno anche molto altro.

Non è per niente facile sostituire in corsa un regista già così maturo al suo secondo anno di esperienza, autore di 33 passaggi da touchdown e di soli 7 intercetti, un bel salto rispetto al rapporto di 16 a 14 compilato nell’anno da rookie, ma soprattutto non è semplice rinunciare alla capacità decisionale di Wentz ed alla sua presenza nella tasca, aspetti che si conservano dentro alla persona e non sono esportabili all’esterno, o insegnabili davanti ad una lavagnetta tattica. Grazie anche a ciò, tutti, si sono dimenticati del gradi di completezza in possesso di questa formazione in tutti i suoi settori, una mancanza di considerazione che ha coinvolto una delle migliori linee offensive della Lega, capace di non perdere colpi nonostante abbia visto Jason Peters rompersi ben due legamenti del ginocchio destro togliendo dall’equazione un elemento dominante, come pure la difesa, così ben coordinata da uno specialista di livello assoluto come Jim Schwartz, un reparto tra i migliori di Lega per punti concessi ed in possesso di un fronte contro il quale è assolutamente impensabile correre.

Non è stato nemmeno valutato con accortezza il fatto che il gioco offensivo sarebbe comunque potuto essere sorretto dall’intercambiabilità dei vari running back presenti, un settore di alta qualità che mette a disposizione dell’attacco un giocatore agevolante come Jay Ajayi – giunto via trade dai Dolphins a stagione in corso – davvero abile nel semplificare la vita del quarterback proponendosi come ricevitore laterale, ma pure un giovane versatile come Corey Clement, che nelle idee filosofiche ha preso il posto di un altro infortunato, Darren Sproles, con il quale condivide molte delle caratteristiche fisiche ed atletiche, e per finire LeGarrette Blount, specializzato nel terminare lo sfiancamento delle difese a seconda della situazione ed incaricato di chiudere positivamente i discorsi nelle ultime 20 yard, un triumvirato determinante per sorreggere la produttività di squadra. Senza parlare, inoltre, di Zach Ertz, presente in qualsiasi top three si decida di stilare per classificare i migliori receiving tight end del panorama attuale, ed Alshon Jeffery, che di talento ne ha sempre avuto tanto, e che nei meccanismi di questo attacco è cresciuto gradualmente fino a tornare ad essere un legittimo ricevitore numero uno.

Infine, il colpevole principale, Nick Foles. E qui ci allacciamo di brutto all’epoca-Kelly, perché il quarterback proveniente dal College di Arizona era proprio il protagonista principale di quella fantascientifica arma di precisione che aveva momentaneamente intimorito una buona parte della Nfl, anche se la fama del biondo Nick sarebbe durata giusto il tempo di un caffè relegandolo in seguito al ruolo di spettro di se stesso saltando tra una posizione di backup ed un’altra tra Kansas City e St. Louis, finendo per essere evitato come la peste ed accontentarsi di diventare il (ricco) rimpiazzo primario di Carson Wentz sapendo benissimo che il risultato della gara interna tra quarterback al training camp non sarebbe nemmeno cominciata, tanto luminoso risultava già essere in estate l’astro dell’ex-North Dakota State.

Foles si trova invece a proseguire involontariamente quei vecchi discorsi, all’interno dei quali gli Eagles avevano giganteggiato per quasi tutta la regular season del 2013 solo per uscire di scena alla prima occasione utile presentata dai playoff, grazie ad un beffardo calcio di Shayne Graham allo scadere della Wild Card giocata contro i Saints, una partita che sancisce un dato curioso, che vede il numero 9 in un’ideale posizione di ponte, dato che quella postseason fu proprio l’ultima giocata da Philadelphia prima di quella del presente, ed il quarterback schierato era sempre il medesimo. I dubbi sono nati, comprensibilmente aggiungeremmo, dopo le prestazioni non esattamente incoraggianti di un finale di stagione con in palio il seed numero uno della Nfc, poi regolarmente agguantato peraltro, circostanze dove si chiedeva al quarterback di non combinare casini e condurre ugualmente in porto la nave.

Il presupposto critico non risiedeva tanto nell’esordio ufficiale, perché un 115.8 di rating contro la difesa dei Giants di quest’anno l’avrebbe probabilmente fatto registrare anche JaMarcus Russell, piuttosto nelle mediocri giocate viste contro dei Raiders in crisi irreversibile ed in ogni caso in preda a traumi difensivi ancora freschi a seguito del licenziamento anticipato di Ken Norton Jr., così come nel 4/11 confezionato nello spettacolare 6-0 al passivo ricavato dall’ultima di campionato contro i Cowboys. Parlare a successi acquisiti è fin troppo facile, ma se non altro si sarebbe dovuto dare il tempo di togliersi un po’ di ruggine di dosso prima di emettere sentenze vicine al definitivo, da qui la rabbia adottata dalla squadra come motivazione principale per proseguire il suo cammino vincente, smentendo chiunque si fosse in precedenza permesso di sostenere che questa, senza Wentz, non era più automaticamente una squadra degna del Super Bowl.

La storia recente la conosciamo tutti, e porta a gradevoli coincidenze. La prima è che gli Eagles hanno terminato la regular season a quota 13-3, miglior record di franchigia pareggiato e casualmente prodotto proprio in occasione della loro precedente apparizione al Super Bowl, allora capitanati da Donovan McNabb. Poi la coincidenza delle avversarie dei playoff, Atlanta e Minnesota, le stesse affrontate e battute in ordine inverso sia quattordici anni fa che durante questo mese di gennaio. Infine, l’avversaria del Gran Ballo, la stessa New England di Brady e Belichick contro cui Philadelphia aveva combattuto ad armi pari per tre quarti dinanzi all’umido palcoscenico di Jacksonville, prima del definitivo cedimento nel momento più importante della competizione.

Sono elementi che si ripetono e si rincorrono, stavolta serve solo un epilogo differente. Da quando Wentz non è più rientrato in campo Philadelphia ha dovuto sopportare di tutto e giocare per dimostrare qualcosa, senza nessun rispetto per la sensazione di dominio con cui aveva costruito la sua personale regular season, una sensazione rievocata al momento giusto, in occasione del 38-7 rifilato alla precedentemente insormontabile difesa dei Vikings al Championship della Nfc.

I Patriots ed il Super Bowl di affinità ne hanno parecchia, ma gli Eagles sono una squadra completa e dotata del talento necessario per conquistare il Vince Lombardi Trophy. Serve solo un’ultimo sfoggio di quella rabbia da underdog ingiustificato. Hanno giocato in questo modo fino a questo momento. Basta solamente farlo per un’ultima volta, e la sensazione potrebbe essere la più dolce mai assaporata.

 

Post By davelavarra (377 Posts)

Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.

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2 thoughts on “Road To Super Bowl LII: Philadelphia Eagles

    • Devono mettere la mani addosso a Brady. Sulle corse sono fortissimi, ma il cronometro sarà determinante. La difesa dei Patriots imbarca 20 punti da chiunque, però bisogna sackare a tutti i costi.

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