Nel tempo che intercorre fra un articolo ed il successivo sono solito ad annotarmi su un quaderno rosso gli argomenti di cui voglio parlarvi e pure questa settimana il giovedì sera tutto era già pronto ed ordinato, ma verso le ventidue navigando distrattamente su Facebook mi trovo davanti a qualcosa di totalmente inaspettato: la morte di Dan Rooney.
Ovviamente, partiamo da qua.

Dan Rooney fu il primo a credere in Ben Roethlisberger: Big Ben agli Steelers senza di lui non ci sarebbe stato.

1) Grazie di tutto Dan.
Si sa, la morte ha il potere di rendere chiunque, per qualche giorno, il miglior essere umano mai passato da questo pianeta, ma in questo caso, la fortissima commozione che sta avvolgendo la lega in queste ore è senza ombra di dubbio sincera. Dan Rooney è stato un autentico rivoluzionario, un uomo disponibile e gentile con le superstar tanto quanto lo era con gli inservienti: l’unico suo interesse era ciò che stava dietro ai giocatori, ovvero il loro essere prima di tutto persone con sentimenti e preoccupazioni come tutti noi. Per spiegarvi il suo impatto verso la lega mi servirebbe un articolo di 1500 parole, ma per darvi l’idea della bontà di quest’uomo mi basta citarvi la sua magnum opus, la Rooney Rule: introdotta nel 2003 questa regola prevede che ogni squadra in cerca di un allenatore (o membro del front office) debba tenere un colloquio, per garantire pari opportunità, con almeno un uomo appartenente ad una minoranza etnica. Fu uno dei primi a credere in Barack Obama, presidente che dal 2009 al 2012 lo insignì della carica di ambasciatore in Irlanda. Seppur terribilmente banale, una cosa è certa: nessuno nella National Football League dimenticherà Dan Rooney.

2) La lega dell’ipocrisia.
Per quanto il successo di questo campionato possa coprire tanti piccoli malanni, è ormai evidente agli occhi di tutti quanto questa lega viva di contraddizioni ed ipocrisia. Sto parlando del nuovo “scandalo” che fra i protagonisti vede James Harrison, Kenny Stills, NaVorro Bowman, Marquette King ed il per-adesso-ritirato Marshawn Lynch: quest’allegra combriccola verrà multata per aver preso parte ad un torneo di braccio di ferro andato in scena Las Vegas la scorsa settimana in quanto violazione della regola per la quale ai giocatori è proibito scommettere. Le regole sono regole e devono essere rispettato, ma vale la pena ricordare che giusto qualche settimana fa è stata spostata una franchigia a Las Vegas, e ancora più recentemente sono state approvate le scommesse riguardanti l’imminente draft: che bell’idea la coerenza.

3) L’ultima possibilità per Dion Jordan.
Tranne qualche rarissima mosca bianca (vedi Le’Veon Bell, Tyrann Mathieu o Travis Kelce), è piuttosto facile definire il draft del 2013 come uno dei più deludenti del ventunesimo secolo: il giocatore simbolo di questa debacle è sicuramente Dion Jordan, scelto da Miami con la terza scelta assoluta, giocatore che non scende in campo dal 2014 e con 3 miseri sacks più di chi vi sta scrivendo messi a segno in carriera. Dopo numerosi infortuni e squalifiche ed il seguente rilascio da parte dei Dolphins, ecco quella che probabilmente sarà la sua ultima opportunità per raddrizzare una carriera fino a qui disastrosa: martedì ha firmato un contratto, i cui dettagli rimangono ignoti, con i Seattle Seahawks nella speranza che Pete Carroll riesca a farlo tornare il giocatore che convinse il front office di Miami ad investirci così pesantemente.

Il futuro della difesa dei Falcons appare più roseo che mai.

4) Rinnovo faraonico per Desmond Trufant.
Fra le poche gemme uscite dal draft del 2013 troviamo anche il cornerback Desmond Trufant, pescato con la ventiduesima scelta assoluta dagli Atlanta Falcons: giocatore silenzioso e poco celebrato il buon Desmond è diventato in poco tempo uno dei migliori cornerback della lega ed appare facile dire che con lui in campo (stagione finita contro i Tampa Bay Buccaneers nel week 9) i Patriots probabilmente non avrebbero recuperato 25 punti. Sono dunque pienamente meritati i 69 milioni (di cui 42 garantiti) che l’ex Washington riceverà nei prossimi 5 anni, nella speranza che chi gioca attorno a lui si dimostri essere altrettanto di livello.

5) Update settimanale su Marshawn Lynch.
Quella che ormai sta diventando la telenovela regina dell’offseason 2017, ovvero il ritorno di Marshawn Lynch in campo, sembra aver raggiunto giusto ieri una svolta: secondo più addetti ai lavori d’oltreoceano infatti Beast Mode avrebbe iniziato l’iter per uscire dal ritiro iniziato la scorsa offseason, e dopo voci che lo hanno accostato ai Patriots o a qualunque team in cui Richard Sherman potrebbe finire, sembra essere imminente una trade fra Seahawks e Raiders per il numero 24. Sebbene qualcuno tema che ci sia della ruggine sulle gambe di Lynch, questa mossa darebbe entusiasmo ad una città profondamente colpita dall’approvazione del trasferimento a Las Vegas: we want Beast Mode!

6) Kudos a Telvin Smith.
Telvin Smith, promettentissimo middle linebacker dei Jacksonville Jaguars, in un video postato sulla sua pagina Instagram, ha aspramente criticato quei giocatori che ogni estate tengono dei camp per ragazzi a pagamento, riprendendo così una polemica iniziata la scorsa estate dal buon Michael Bennett (che si scagliò contro Steph Curry ed il suo camp il cui costo di partecipazione era 2000$): in un attacco ricco di spunti di riflessione a fare più effetto è sicuramente l’invito del linebacker agli altri giocatori a cercare di ricordare che un tempo erano loro stessi quei bambini desiderosi di vedere da vicino una stella NFL.

7) Big man, big payday!
Il nose tackle è un ruolo che, insieme al fullback, sta risentendo molto del cambiamento del gioco, sempre più aereo: la situazione di Jonhathan Hankins, uno dei migliori free agent disponibili in questa offseason, era l’emblema di tutto ciò in quanto chi è che disposto a pagare un giocatore il cui ruolo è principalmente quello di bloccare le corse nel primo o secondo down? Gli Indianapolis Colts, che con un contratto triennale buono per 30 milioni si sono garantiti uno dei migliori run-stopper della lega, che migliorano istantaneamente un reparto che lo scorso anno ha concesso 120 rushing yards a partita.

Due fra le più grandi leggende sportive di Dallas.

8) Shooting guard, number 9… Tony Romo!
Sul fatto che Mark Cuban sia un genio ci sono pochi dubbi, ma quello che stava per combinare questa volta sarebbe stato il suo più grande capolavoro pubblicitario della carriera: in una mossa tanto commerciale quanto di cuore, il presidente dei Dallas Mavericks ha messo sotto contratto per un giorno, quello dell’ultima partita casalinga contro i Denver Nuggets, l’ex quarterback dei Cowboys che però non ha potuto scendere in campo a causa del veto imposto dal commissioner Adam Silver. Pazienza, anche se potete comunque godervi l’introduzione e qualche tiro nel riscaldamento dell’ex (che intanto deve ancora finire il processo burocratico per il ritiro) numero 9 dei Cowboys.

9) Il bello della diretta: bye bye Dean Blandino!
E’ assolutamente dell’ultima ora (o per meglio dire minuti) la notizia che Dean Blandino, la cui carica era testualmente “Senior vice president of officiating” e uno fra i più importanti addetti alla visione degli istant replay, abbandonerà a partire del 31 maggio queste cariche per dedicarsi alla televisione. Le sue dimissioni arrivano al termine di un processo nel quale è stata tolta agli arbitri l’ultima parola sugli instant replay: le scelte ora saranno prese a New York.

10) Nuggets!
Pochi i movimenti in questa settimana caratterizzata da ritiri: appendono il caschetto al chiodo James Laurinaitis, in forza ai Rams dal 2009 al 2015 e sempre autore di almeno 100 tackle a stagione nonché leader all-time per tackle effettuati in carriera da parte di un giocatore dei Rams, imitato da Terrance “Pot Roast” Knighton, colossale (161 kg!) defensive tackle di cui si ricorda soprattutto l’esperienza ai Denver Broncos, con i quali giocò il Super Bowl perso per 43 a 8 contro i Seattle Seahawks. Interessante invece quanto successo a Tennessee, in quanto i Titans hanno rilasciato Jason McCourty, fratello gemello del Pro Bowler Devin in forza ai Patriots: una riunione di famiglia sembra essere tutt’altro che impossibile.

Post By Mattia Righetti (93 Posts)

Mattia, 21 anni.
Una versione più irsuta e povera di Larry David, ma il concetto è lo stesso. Ogni tanto credo di essere Julian Edelman.

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