La parola rivincita, quando si parla di Tom Brady, viene spesso in mente: 199esima scelta al draft, lasciato lì da tutti e 32 i team ancora ed ancora, finché… Lo sapete già.
Da domenica, però, probabilmente questo concetto è stato ridefinito: la stagione 2016 ha completamente riscritto la legacy di un giocatore che se non si chiamasse Tom Brady sarebbe probabilmente considerato come il migliore di sempre già da qualche anno.

Negli occhi di ogni Patriots’ hater vicino ad ogni Super Bowl vinto dalla franchigia di Boston dovrebbe esserci un grandissimo asterisco: uno per la Tuck Rule, uno è stato vinto da Vinatieri, quell’altro lo ha vinto Malcolm Butler o lo ha perso Russell Wilson, non esattamente un’analisi basata su argomentazioni solide, però, fino a domenica questa lista veniva menzionata ogni qualvolta che qualcuno accennava al numero 12 come Greatest Of All Time.
Poi è accaduto Super Bowl LI, ed il dibattito è stato completamente chiuso: a chi è imputabile questa vittoria, arrivata dopo la più improbabile fra le comeback, qualcosa che nemmeno in Friday Night Lights potrebbe sembrare credibile, se non al numero 12?

Eppure, bisogna fare i conti con la realtà, e capire che tutto ciò è successo veramente, e credo che nessun GM, allenatore o giocatore possa desiderare qualcuno di diverso da Tom Brady per completare la più grande (per importanza) rimonta della storia di questo sport.

Il momento della (forzata) stretta di mano con il commissioner Goodell.

Il leitmotiv della stagione dei New England Patriots è, come spesso accade, una versione pacata (non vi aspetterete mica vere emozioni da parte di Belichick, vero?) di un classico e abbastanza banale “Soli contro tutti“: prima dell’inizio della stagione, le quattro giornate di squalifica assegnate a Brady per il noioso Deflategate avevano solo gettato benzina sul fuoco dell’anima di una squadra che sicuramente non ha bisogno di ulteriori motivazioni per arrivare fino in fondo.
Si può pensarla in vari modi riguardo questa squalifica, ciò su cui tutti dovremmo concordare è però l’assurdità della faccenda: Brady è stato processato e demonizzato per più di un anno e mezzo in un modo senza precedenti, il tutto in una lega che sta avendo sempre più problemi a far capire ai giocatori che le loro mogli o fidanzate che siano non sono un punching ball su cui sfogare rabbia e frustrazioni, ma esseri umani molto più deboli (chi non lo è?) di vere e proprie macchine da guerra sportive.
Sembra dunque lecito affermare che il sentimento che ha trainato Brady ed i Patriots dal training camp al tempo supplementare di domenica notte sia l’odio, la voglia di vendicare quell’anno e mezzo di braccio di ferro con Roger Goodell: ciò è sbagliato, in quanto questo Super Bowl può essere visto come la vittoria definitiva dell’amore.

Lasciatemi spiegare.

L’amore di Brady verso la propria madre, a cui è stata dedicata la vittoria, ci ha dato quel tocco di magia hollywoodiana che mai non guasta quando si parla dello sport più spettacolare del mondo, ma quello che passerà alla storia come il miglior Super Bowl mai giocato, è niente più che l’ennesima dichiarazione d’amore del numero 12 verso il gioco del football: dopo esser stato costretto ad accettare una squalifica assolutamente sproporzionata su un caso che lo ha fatto passare come “occultatore seriale di prove”, dopo aver già comunque vinto quattro anelli, pensando al fatto che tua moglie, la modella più pagata della storia, ti sta aspettando a casa da anni e tu, oramai sui quaranta, non hai più nulla da dimostrare a nessuno, perché mai dovresti continuare a giocare nello sport più punitivo di tutti?

Scatto postato sul profilo Instagram di Brady: non servono ulteriori commenti.

Per amore del gioco, semplice. E’ l’amore per il gioco che ti porta a vivere uno stile di vita da monaco certosino, in cui nonostante tu sia Tom Brady vai a dormire alle 20:30 di sera per poi svegliarsi alle 5:30, è l’amore per il gioco che ti fa seguire una dieta in cui lo sfizio più grande che ti concedi è un gelato all’avocado liofilizzato, è sempre quello stesso amore che ti porta ad occupare tutto il tempo “libero” guardando film della squadra avversaria, dimezzando quindi il lavoro del tuo head coach, che detto fra di noi, Tom Brady è probabilmente più preparato di metà degli allenatori NFL.
Per tanti il gioco del football è un mezzo per elevarsi socialmente e garantirsi uno stile di vita lussuoso e confortevole, obiettivo raggiunto da Brady almeno da dieci anni, e le inesorabili ricerche sulle concussions stanno sempre più facendo svanire la voglia, giustamente, dei giocatori di rischiare la propria vecchiaia, che nel mondo del football parte dai 35 anni, per un semplice gioco.
Se chiedete al padre, Tom Sr., quale sia la sua più grande preoccupazione circa il figlio, vi risponderà sicuramente con:When the day is over, he has to find another passion to replace this passion.
Tom Brady vive per il football.

Ridurre un meccanismo complesso come vincere una partita di football alle gesta eroiche di un singolo giocatore, appare totalmente fuori luogo e riduttivo, ma appare più che legittimo che questo Super Bowl sarà associato ad un solo nome e ad un solo numero: Brady, 12.
Abbiamo tutti negli occhi come un braccio di un quasi quarantenne lanci l’ovale, il ricordo dell’ultima stagione di Peyton Manning è ancora ben radicato in noi, ed in alcune occasioni, anche Brady domenica in alcuni momenti è apparso come il trentanovenne che è: alcuni palloni erano visibilmente corti, costringendo così il receiver a rinunciare alle yards after catch per completare la ricezione, ha mancato clamorosamente Edelman in almeno due occasioni, lasciando sul campo almeno 50-60 yards e la terribile pick six del 21-3 Falcons, sembrava veramente il manifesto di un giocatore che probabilmente è troppo vecchio per questa lega.
Poi è arrivata la seconda metà, in cui nonostante lo scarto fosse arrivato ai 25 punti, Tom Brady non si è minimamente scomposto: nessuna penalty per offside, nessun attacco di panico come testimonia il drive del 28-9, durato ben 6:25 minuti, tant’è che per qualche istante ho visto le maglie dei Chiefs  in campo, drive in cui ci sono state anche tante corse, letali per il cronometro.
Nessun accenno al collasso nemmeno quando messi di fronte alla scelta di calciare o giocare il quarto down: chi è che sotto di 19 avrebbe la lucidità di dire “Ok, portiamola a due possessi, la priorità è quella”?
Tom Brady e Bill Belichick, ecco chi. E pure questa volta, hanno avuto ragione loro.

Sarà l’ultima championship parade della sua carriera?
Ne dubitiamo fortemente.

Cosa significa questa vittoria, dunque?
Probabilmente tutto, in quanto in un singolo colpo ha cancellato i “se” ed i “ma” sul rapporto Brady-Super Bowl, ha saputo vincere davanti agli occhi, provati dalla malattia e dalle terapie, della madre, si è preso la rivincita su Goodell e sull’NFL intera, diventando il più vincente di sempre.
Ma come mai tanta gente continua ad odiarlo?
Potrebbe essere per il fatto che è semplicemente perfetto, guardiamo il suo nuovo account di Instagram per capirne di più: famoso per il maniacale perfezionismo con cui approccia ogni singolo aspetto della vita, il profilo di Brady rispecchia ciò, in quanto ogni singola foto o video è accompagnata da una descrizione perfetta, che fa ridere ma non troppo, mettendoci davanti a noi il, forse, più grande competitor della storia del gioco che spesso si prende in giro da solo, mostrandosi per una volta, umano come tutti noi.
Gli anni ’80-’90 hanno avuto Michael Jordan come icona dello sport mondiale, gli enigmatici anni ’00-’10 passeranno alla storia come gli anni in cui a scrivere la storia ci ha pensato un ragazzo nato a San Mateo, riuscito a diventare l’icona non solo di una città che può vantare 36 titoli vinti dai propri club, ma di tutta una generazione di sport.

E ciò che ancora fa più impressione è che probabilmente l’anno prossimo, in questo periodo, starò scrivendo ancora qualcosa di simile: se pensate che la leggenda di Brady sia finita, la stagione 2017 potrebbe sorprendervi.
Dopo tutto, da Thomas Edward Brady, che altro ci si può aspettare?

Post By Mattia Righetti (97 Posts)

Mattia, 21 anni.
Una versione più irsuta e povera di Larry David, ma il concetto è lo stesso. Ogni tanto credo di essere Julian Edelman.

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