Per questa volta facciamo che alle tre B di cui si parla normalmente ne aggiungiamo una lievemente determinante per l’esito dello scontro che ha spedito gli Steelers a contendersi l’accesso al Super Bowl contro i Patriots. Di solito sono loro tre a far quadrare i conti a favore di Mike Tomlin, e sia chiaro, Ben, Bell e Brown hanno fatto pienamente il loro dovere anche questa volta, ma senza la quarta B, quella di Boswell, si sarebbe fatta poca strada.

Pittsburgh vince senza che il suo ben noto attacco segni nemmeno l’ombra di una meta una gara in trasferta in quel fortino del Missouri chiamato Arrowhead Stadium, si salva grazie ad una penalità di un tackle decisamente sopravvalutato, contiene quei pochi danni che la West Coast offense di Reid riesce a provocare e stacca il biglietto per recarsi al cospetto di Tom Brady. Non sarà stata la partita della vita, ma siamo abbastanza sicuri del fatto che ai signori della città dell’acciaio interessava assai poco il lato statistico della faccenda, siamo a gennaio ed alla fine conta una sola cosa: mettere un punto in più dell’avversario a referto.

Quelli degli Steelers sono stati invece due, anche se un giudizio complessivo sulla gara potrebbe indicare il punteggio come addirittura troppo stretto nonostante i Chiefs abbiano rischiato di pareggiarla questa durissima partita. I tempi offensivi stavolta li ha dettati la precisissima gamba di Chris Boswell, responsabile di ben sei conclusioni a segno che hanno ben reso l’idea del concetto difensivo alla base della filosofia dei capi indiani, piegarsi ma non spezzarsi. Per tutto l’anno, difatti, questo sottovalutato reparto ha concesso yard in quantità interessanti, ma per qualsiasi avversario i touchdown sono arrivati in maniera molto esigua. Chiedere agli Steelers di ieri notte per maggiori informazioni.

Ma Tomlin la partita l’ha vinta sulla linea di scrimmage. Pittsburgh, oltre che possedere quantità imbarazzanti di talento, ha fatto girare la stagione da quando quella linea offensiva si è decisa a giocare in maniera possente e coesa senza più sbagliare nulla, e da quel cambio di momentum sono variate completamente le produzioni offensive. Certo, poi bisogna avere in squadra lussi tipo l’uomo paziente da Michigan State, quello che durante le prime tre gare era squalificato, ma ciò che hanno dato i vari DeCastro, Villanueva, Foster, Gilbert, ed il venerabile super-Pouncey ad ogni singola azione offensiva rappresenta un contributo poco tangibile a livello numerico, ma palpabile con mano a livello di dominio fisico.

Se togliamo gli oltre sette minuti dell’ultima serie di giochi condotta da Alex Smith, il confronto tra i tempi di possesso è impietoso. Tutto molto possibile, specialmente se ci si può permettere di istruire il piano di gioco attraverso le mani sicure di Le’Veon Bell, chiamato in causa per trenta azioni portando a casa guadagni sistematici (5.6 yard per tentativo!) interpretando al meglio le intenzioni del coaching staff, ovvero quelle di tenere fuori al freddo un attacco già non esplosivo di suo gestendo a piacimento il cronometro, costringendo i Chiefs a fare quello che sanno fare peggio. Lanciare.

Un piano che ha funzionato a meraviglia contro quel tipo di difesa arcigna, con la differenza che se fosse giunto anche un solo touchdown Pittsburgh poteva chiudere la contesa con maggiori anticipo e tranquillità. D’altro canto a questo punto del campionato non è che si possa pensare di trovarsi davanti la difesa dei Browns.

E’ stata una partita che ha rispecchiato pienamente le previsioni. Clima molto freddo, atmosfera caratteristica del football da playoff della Afc degli ultimi decenni, due squadre molto attente ai dettagli e poco propense a scoprirsi con errori evidenti, poco spettacolo e tanto sudore per percorrere quel centimetro in più in grado di fare la differenza. Non sarà questa la partita ideale per attrarre nuovi adepti verso il football Nfl, ma chi è maggiormente navigato ed attento alle piccole cose avrà di certo apprezzato.

Una partita strana, dicevamo, perché alla fine gli Steelers l’hanno dominata. 170 yard di Bell, un Big Ben da 64% di completi e 224 yard, ed un Brown rimasto a bocca asciutta ma comunque capace di abbattere la barriera delle 100 yard e pescato in tutte le occasioni giuste da un quarterback con cui possiede un’intesa ad occhi chiusi, letale nell’analizzare rapidamente tutte le situazioni di mis-match a favore per innescare la sua arma più potente, evidenziando qualche erroruccio tattico dello staff capeggiato da Andy Reid. Vedere Justin Houston correre disperatamente dietro a Brown è stato un singolo episodio, che Kansas City ha compensato con tutti gli interventi decisivi prodotti da Peters e Berry, determinanti per quell’assenza totale di mete di cui sopra, anche se non sufficienti a coprire delle lacune offensive che non possono essere nascoste in tutte le circostanze.

Nei playoff si vince con la difesa, ma è necessario non dimenticarsi che nel football bisogna anche segnare. Con un gameplan che osa una o due volte a gara nonostante delle armi potenzialmente esplosive sono venuti fuori tutti i limiti del roster, e per trasformare i Chiefs in una contender vera e propria andranno eseguiti tutti i giusti interventi di reparto. Smith, al di fuori di Kelce e della neo-scoperta Hill, non ha armi affidabili. Troppo facile – per gli altri -programmare il piano partita sull’esclusione dei due, se poi nessuno esegue il più classico dei passi in avanti per farsi trovare pronto. E qui risiede una delle chiavi di lettura del 58.8% di completi di Smith, dato che la creatività Reid l’ha messa in mostra ma per troppo poco tempo, lasciando il fulmineo Tyreek fermo a 45 yard di total offense e perdendo i contributi di un sempre troppo nervoso Kelce per due quarti e mezzo, la distanza tra la sua prima ricezione e la seconda. Alla fine le sue 77 yard il buon Travis le ha registrate, ma quel drop sanguinoso e quella penalità totalmente inutile su Cockrell, unita agli altri episodi di immaturità del passato, sono proprio la differenza tra essere il numero uno e non esserlo. Dato che Kelce possiede tutti i tratti di un ricevitore primario intrappolato nel corpaccione di un tight end, se fossimo in lui penseremmo bene di cambiarla quella testa.

Eppure, i Chiefs sono arrivati a giocarsela per il supplementare, dopo trenta e più minuti effettivi di football offensivo ridotto al lumicino non solo dai propri stessi limiti, ma pure da una difesa Steelers passata dall’essere vicina al disastroso al trovarsi nel miglior momento di forma possibile nel periodo più consono della stagione, una cosa che ricorda moltissimo le due cavalcate dei Giants di Coughlin, con la differenza che Manning e soci non segnavano certo con la frequenza delle tre B. Anzi, quattro.

Ma il football è bello perché è strano, e permette sempre di lasciare i discorsi aperti. E con buona pace del recordman Boswell (mai nessuno, nella pluri-decorata storia gialla e nera, aveva infilato sei conclusioni tra i pali nei playoff) tre punti invece di sette non possono essere troppo significativi nemmeno in una gara dominata, creando una bizzarra situazione di potenziale parità. Ed i Chiefs la partita l’avevano effettivamente pareggiata con una conversione da due, e l’Arrowhead era esploso come solo pochi impianti di gioco possono fare. Ma la grossolana penalità comminata ad Eric Fisher, pescato a trattenere un James Harrison incontenibile alla faccia dei trentott’anni, ha decretato una nuova prematura eliminazione di Kansas City, che non vince una gara di playoff in casa dal 1994. Errori di questo tipo in situazioni così determinanti possono segnare la carriera di un giocatore. Ed a costo di suonare blasfemi, se fossimo in Reid organizzeremmo la parziale ristrutturazione del reparto offensivo proprio dal tackle sinistro, alla faccia del rinnovo contrattuale che Fisher ha ricevuto a luglio. Non è il suo primo errore in questi termini, ma gli altri erano arrivati in regluar season, senza troppe conseguenze. E di certo in queste quattro stagioni non ha giocato da prima scelta assoluta.

Mentre nel Kansas faranno i loro ragionamenti, gli Steelers preparano il viaggio verso Boston per un nuovo, grande duello tra quarterback da Hall Of Fame. Comunque vada a finire hanno avuto ragione loro, la stagione l’hanno fatta girare ed ora sono caldissimi. Fisher o non Fisher, la presente è la nona vittoria consecutiva degli uomini di Mike Tomlin. Si tratta di una delle quattro squadre più pericolose della Lega a livello offensivo, e se i vari Harrison, Shazier e Dupree – assieme all’ottimo lavoro delle secondarie – mantengono questo tipo di rendimento, si potrà vedere una partita non così scontata come si vuol far credere.

A domenica, allora!

 

Post By davelavarra (339 Posts)

Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.

Connect

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

One thought on “Steelers, la vittoria delle quattro B

  1. Partita buttata nel wc dai Chiefs a causa di un paio di drop (le penalità capitano: Seattle ci ha straperso la sua partita) osceni: scelgo quello assurdo del running-back (West mi pare) palla in mano col primo down già preso. Sarebbero stati almeno 3 punti.
    L’attacco “atomico” ha prodotto pochino, sul tabellone: senza Jesse James da un lato e l’incredibile Harrison dall’altro byebye Steelers.

Commenta