Aaron Rodgers

Aaron Rodgers

Se fino a questo momento si era un po’ tutti rimasti a vedere che cosa sarebbe accaduto ai Green Bay Packers, sicuri che la loro fosse più che altro una crisi temporanea, adesso la situazione sta certamente rischiando di sfuggire di mano. In una Division che gli uomini di Mike McCarthy avrebbero dovuto sulla carta dominare contro una concorrenza non esaltante, il primo posto appartiene in questo momento ai meritevoli Vikings, salvo intoppi nella gara di domenica contro Atlanta che potrebbe riportare la situazione in ugual bilancio, con lo scontro diretto al momento a favore dei Packers. Quando si compete per dei playoff come quelli NFL, dove i posti sono così limitati e dov’è praticamente d’obbligo vincere il proprio raggruppamento il rischio di rimanere tagliati fuori è davvero forte, e vedere Green Bay esclusa sarebbe davvero un grosso colpo di scena.

Per questo McCarthy deve agire in fretta. I problemi della squadra risiedono per la maggior parte in un attacco che non riesce ad entrare in sintonia, Aaron Rodgers ed i suoi ricevitori sembrano costantemente privi di connessione, in perenne stato di incomprensione reciproca, ben lontani dagli automatismi che eravamo abituati a vedere così tanto ben espressi da questo letale reparto. I Packers di questi ultimi anni si sono distinti proprio per questa particolarità, una produzione offensiva senza eguali nella Lega e ricolma di opzioni di talento sulle quali riporre cieca fiducia, frustranti per qualsiasi difesa cercasse di capirci qualcosa.

Oggi, però, la frustrazione sembra aver cambiato residenza.

Che cosa succede nella Frozen Tundra?

Pesa molto l’infortunio che ha tolto dalla competizione Jordy Nelson ancor prima che il campionato ufficiale vivesse il suo kickoff, togliendo il wide receiver primario dall’equazione qualcosa doveva per forza cambiare in negativo. Qualche raddoppio di marcatura in meno significa sempre minor libertà per i ricevitori secondari, ma proprio perché il talento non difetta, a questo punto del campionato questa non può più essere ritenuta una scusante valida. Più semplicemente, questo attacco non riesce più a produrre con continuità sia che la situazione proponga poche yard da prendere, sia che ci siano da creare quei big play che hanno fatto la fortuna di questo reparto perfettamente attrezzato per accendere letterali fuochi artificiali. I singhiozzi offensivi di Green Bay sono lì, davanti agli occhi di tutti, esposti una volta in più davanti al palcoscenico nazionale del giorno del ringraziamento nella serata del ritiro del numero di Brett Favre, davanti a dei Bears che avevano concesso percentuali di conversione allarmanti per tutto l’anno (stiamo parlando di cifre attorno al 44%) prima di lasciare proprio Aaron Rodgers e compagni ad un incredulo 3/11.

Randall Cobb

Randall Cobb

Una statistica che riassume da sola quanto accaduto fino a questo momento. Qualche attento osservatore dello staff ha fatto notare che troppo spesso i ricevitori dei Packers non riescono ad imporsi fisicamente sulla linea di scrimmage, un fattore che ha fatto propendere sempre più le difese avversarie all’effettuare la cosiddetta azione di jam (il contrasto fisico nei confronti dell’attaccante entro le cinque yard consentite dal regolamento tipico della press coverage) con la conseguenza di togliere il beneficio più prezioso che un quarterback ed i suoi bersagli possano avere: il timing. Sono innumerevoli le occasioni in cui i vari replay televisivi facciano intuire, da differenti angolazioni, quanto importante sia un wide receiver che si fa trovare nel posto giusto in un determinato secondo dello svolgimento dell’azione, è tutto cronometrato alla perfezione, e spesso si vede il regista lanciare verso una direzione dove apparentemente non c’è nessuno, pur sapendo perfettamente che entro qualche centesimo di secondo il destinatario dell’ovale sarà opportunamente piazzato per eseguire quella presa.

Questo è l’aspetto che gli avversari hanno tolto più di ogni altro ai Packers.

L’effetto jam sulla linea di scrimmage provoca delle serie conseguenze a Rodgers, il quale non vede il corretto sviluppo delle tracce dei suoi ricevitori trovandosi costretto a trattenere un potenziale lancio andando altrove con le progressioni dei suoi bersagli, un eccesso nel trascorrere di secondi di cui in realtà il quarterback non dispone, perché la difesa gli sta già arrivando addosso. E quando un cornerback riesce a rompere il percorso della traccia facendo in modo che il ricevitore non sia più dove dovrebbe essere, ciò può mettere fortemente in crisi anche il migliore degli attacchi, specialmente se tale reparto era abituato a muoversi con una fluidità costante. Ecco spiegato il perché Green Bay ha confezionato tre passaggi da touchdown superiori alle 30 yard, meno di metà rispetto allo scorso anno a parità di partite disputate, nonché il motivo per cui un Rodgers in ogni caso eccellente (24 touchdown contro 4 intercetti) stia all’attualità lanciando ben 50 yard a partita di media in meno rispetto al 2014.

Il fatto che manchi il contributo dei ricevitori è suggellato da statistiche significative, che hanno ad esempio visto contro Chicago 75 yard completate verso i running back sulle 202 totali raccolte su lancio, ma anche dalle numerose occasioni sprecate tra drop (Davante Adams), prestazioni inefficaci (Randall Cobb) e giocatori completamente cancellati dal campo (James Jones). Sia nella gara contro i Bears, seconda sconfitta casalinga consecutiva per la prima volta dal 2008, che nelle precedenti, Green Bay è stata penalizzata da diverse giocate macchiate da penalità della linea offensiva, palloni fatti cadere a terra che si sarebbero potuti trasformare in mete di 30 o 40 yard, situazioni di goal line che nonostante i numerosi tentativi usufruiti sono terminati o con un field goal o ancora peggio senza punti. Ieri notte, nello specifico, l’attacco ha avuto la possibilità di gestire tre serie offensive nell’ultimo quarto, tutte inefficaci, con la ciliegina sulla torta di quattro down da giocarsi dentro le 10 yard per il possibile touchdown della vittoria, nessuno dei quali è andato a buon fine.

Eddie Lacy

Eddie Lacy

Sono considerazioni che pervengono a seguito di quella che era invece stata una prestazione complessivamente soddisfacente, quella contro i Vikings, che aveva centrato l’obiettivo di ristabilire le gerarchie della NFC North. Tali progressi sono stati mortificati da una gara preoccupante, nella quale ha funzionato solamente il gioco di corse. Se non altro i Packers hanno recuperato fiducia in Eddie Lacy, improduttivo, infortunato (caviglia ed inguine) e sovrappeso ma che ieri notte ha finalmente giocato come ci si aspetta da un running back fisico come lui. Meno esitazioni nel colpire gli spazi, molti placcaggi rotti, una velocità ottimale nella prima fase della corsa, le spin move per far mancare gli interventi dei difensori, una media superiore alle 6 yard per tentativo contro la difesa dei Bears dopo dieci gare in cui aveva totalizzato solamente 408 yard, cifre finalmente vicine alle ultime sei gare del 2014, quando il possente ragazzone aveva tenuto una media di 98 yard per apparizione per chiudere la regular season.

Semmai il problema di Lacy è quello di riuscire a tenere il pallone ben saldo tra le mani, dato che ha commesso il quinto fumble delle ultime quattro partite, oltre a tenere una concentrazione maggiore in momenti delicati della gara, visto l’inutile rischio che si è preso in occasione della sua segnatura su ricezione di ieri notte, quando ha mollato il pallone per esultare mentre varcava la endzone causando una discussione arbitrale centrata sul determinare se avesse o meno oltrepassato la linea di meta prima di perdere il possesso. Il che, data la situazione generale della squadra in questo preciso momento, avrebbe quantomeno richiesto un filino in più di maturità.

Ora per Mike McCarthy fioccano le decisioni da prendere, tutte non facili.

Mike McCarthy

Mike McCarthy

C’è chi ha chiesto a voce alta un suo ritorno alle vecchie abitudini, ovvero quelle di chiamare lui stesso i giochi offensivi, un qualcosa che egli aveva dismesso per essere maggiormente concentrato nella fase di preparazione della partita a livello globale, intervenendo in fase difensiva e di special team per dare a se stesso la possibilità di poter prendere decisioni migliori a gara in corso, un qualcosa che molti gli avevano criticato in particolar modo nel Championship perso nel gennaio scorso contro Seattle. La creatività e la capacità di esame del singolo matchup sono sempre stati cavalli di battaglia di un allenatore spiccatamente portato per la fase offensiva del gioco, e numeri alla mano la differenza rispetto al recente passato si vede in maniera cristallina, anche se va detto che nessuno, durante le prime sei partite con il team a quota 6-0 avrebbe mai pensato di ritrovarsi a mettere in dubbio le decisioni dell’attuale offensive coordinator Tom Clements, cui McCarthy aveva dato completa autonomia proprio durante la passata offseason.

Ed ora?

C’è da correre, in tutti i sensi, per trovare la soluzione a tutti questi problemi offensivi, perché le partite che mancano per terminare la stagione regolare sono sempre meno, e gli avversari non stanno certo lì ad attendere gli sviluppi di questa vicenda, passano avanti e possibilmente non si guardano più indietro. I Packers possono ancora rimediare riprendendosi la vetta divisionale, c’è da vendicare l’inopinata sconfitta contro i Lions (la prima in casa contro Detroit dal 1991…) nel secondo confronto che avrà luogo giovedì prossimo al Ford Field, poi Dallas ed Oakland, due possibili vittorie, ed un finale di regular season molto duro, che vedrà Rodgers impegnato contro la forte difesa di Arizona ed un season finale contro Minnesota, che potrebbe essere decisivo per la conformazione della griglia conclusiva dei playoff.

Se la postseason cominciasse oggi Green Bay sarebbe qualificata, ma ci sono un paio di concorrenti che sono lì, ad una sola gara di distanza, pronte ad approfittare del prossimo errore di una squadra in piena crisi offensiva, per risolvere la quale non si conosce ancora la soluzione. Perdere in questi momenti del campionato può rivelarsi letale tanto quanto giocare con il fuoco, e date le grandi potenzialità della squadra nessun tifoso di Green Bay vuol saperne di vedere i propri beniamini a casa nel mese di gennaio.

Non con la possibilità di giocare e vincere il Super Bowl, che un attacco a pieni giri restituirebbe istantaneamente.

Non dopo quello che successe l’anno scorso, quando Russell Wilson gelò i Packers correggendo in extremis la sua partita più disastrosa di carriera, portando i Seahawks alla loro seconda finalissima consecutiva e lasciando tutto il Wisconsin in preda alla depressione.

Un sentimento che l’attuale campionato avrebbe dovuto cancellare definitivamente.

Post By davelavarra (309 Posts)

Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.

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