Nelle preview della stagione in corso, nessuno, me compreso, aveva ipotizzato una partenza tanto difficile per i Saints, come nessuno si sarebbe immaginato una partenza tanto buona per i Falcons. Nel restyling d’estate è stato fatto qualche errore o invece il piano è quello giusto ma bisogna saper aspettare?

jimmy-graham-no-nolaPartiamo dai dati di fatto: non c’è più Jimmy Graham, non c’è più Kenny Stills, non c’è più Junior Galette, la difesa schiera diversi rookie e a Brees si è aggiunto un anno sulle spalle, come anche degli acciacchi fisici che non sappiamo quanto lo stiano limitando. A tutto questo si deve aggiungere che Cooks, super star nascente, ad ogni partita è sotto la strettissima sorveglianza delle difese e giocare così per lui è molto difficile. Con tutte queste scusanti lo 0-3 di apertura stona comunque moltissimo coi proclami di preseason. Cosa ci dice questo quadro iniziale? I Saints sono in crisi e su questo non c’è dubbio.

Prendendo atto della crisi, bisogna capire quali e quanti sono gli aspetti su cui puntare per uscire dalla crisi e io credo che ce ne siano diversi. A partire dai risultati delle partite stesse. E’ vero che New Orleans ci ha abituato a facili e dominanti vittorie, ma a un’analisi veloce e sommaria, ma che non sempre deve essere anche sbagliata, possiamo dire che la prima partita in casa di Arizona è stata persa contro una squadra che quest’anno sta facendo davvero bene (week 4 esclusa) e che già nelle scorse stagioni si è imposta come un avversario difficile. Se qualche anno fa si andava a Phoenix a passeggiare sui Cardinals ora saranno in tanti a cadere sotto i colpi di Palmer e compagni.

La week 2, la più sorprendente, con la sconfitta interna ai danni dei Buccaneers di Winston, è in maggior parte frutto di un infortunio a Brees che ne ha condizionato e non poco il rendimento, tanto da lasciarlo in panchina per la settimana successiva, dove la sconfitta ai danni dei Panthers è secondo me la miglior prestazione stagionale dei Saints, a cui, non a caso ha seguito la prima win. Contro i Panthers, senza Brees e su un campo ostico i bookmakers davano i nero-oro sconfitti. Così è stato, ma ne è uscito il miglior game plan offensivo della stagione, tutto incentrato sul mettere a proprio agio McCown e mantenere sicuro il possesso di palla con corse e lanci corti. I giocatori hanno quindi aiutato il proprio qb e non il contrario, McCown poi ha eseguito il piano in maniera quasi perfetta e ogni decisione è stata incentra sul dare forza alla squadra, unita. Hanno protetto la palla e mosso le catene in maniera metodica. Pochissimi i lanci profondi e comunque sempre dettati dalla necessità, come l’intercetto finale, utile alle statistiche, ma inutile ai fini di una valutazione del game plan.

-9ead3a88045b50c7Anche con il ritorno di Brees questa può essere la giusta soluzione ed è proprio l’intercetto finale a spiegarci perchè: la chiamata era specificatamente progettata per fare quel lancio e Cooks era riuscito ad avere un metro di vantaggio sul CB Norman e per questo McCown ha continuato con il programma. Il lancio era molto difficile e richiedeva una certa precisione che sui lanci lunghi certamente diminuisce. Ne è venuto fuori un lancio corto, intercettato, ma se McCown avesse guardato da altre parti c’erano diverse soluzioni quali Colston al centro e Spiller largo a sinistra entrambi liberi perchè tutta l’attenzione era giustamente incentrata su Cooks. Ai Saints non manca l’organizzazione, non mancano gli elementi per far bene, mancano i playmaker. E per vincere bisogna smettere di cercare a tutti i costi una giocata che faccia la differenza, si può avanzare lentamente e cercare la breakout play solo due/tre volte a partita. Cosa che è successa nella week 4 e che non a caso corrisponde all’unica vittoria in stagione, fin’ora.

Contro Dallas infatti Brees, tornato in cabina di regia, ha mantenuto il game plan pensato per McCown 7 giorni prima. Pochissimi lanci lunghi, molti lanci sicuri e corti, tanto controllo di palla. E la ricerca di giocate importanti, ridotta al minimo, ha fruttato al massimo. L’attacco dei Saints ha finalmente scoperto il segreto per mettere a segno dei big plays e non poteva arrivare in un momento migliore. Il touchdown da 80 yard di Spiller può essere la giocata che salva la stagione dei Saints. Brees sembra essere tornato ai suoi giorni migliori e quasi non sembra avere problemi alla spalla, Brandin Cooks può fare davvero male utilizzandolo nella slot e facendogli correre delle tracce interne così da renderlo più partecipe del gioco e aprendo i varchi per un soprendentissimo Willie Snead.

16302111-mmmainCertamente bisogna ancora lavorare e migliore diversi aspetti perchè la Dallas battuata domenica notte era priva di diversi giocatori importanti. Ma la strada intrapresa dalla week 3 è quella giusta. I passi da fare sono ancora tanti e su tutti bisogna mettere a posto una difesa che alterna buone giocate e brutti momenti. Su tutti spicca il rendimento davvero sotto tono di Browner che ancora fa fatica ad adattarsi al nuovo sistema di gioco, ma con il rientro di Byrd (tutto da verificare), con lo stesso Browner che un poco alla volta si adatterà e comincerà a fare la differenza, con anche il rientro di Lewis, ma sopratutto con la continua crescita dei giovani i Saints posso aspirare a battere anche squadre con tutti i titolari sani e in forma per giocare. Stephone Anthony, Bobby Richardson, Tyler Davidson ma soprattutto Hau’oli Kikaha crescono a vista d’occhio e di partita in partita stanno caricando un intero reparto che vuole rinascere dalle proprie ceneri della stagione scorsa. Domani, a Philadelphia, non sarà subito una partita da in or out, ma ha un po’ questo sapore e vedremo se i Saints dimostreranno di aver capito qual è la loro forma del 2015.

Post By Michele Comba (63 Posts)

Si avvicina agli sport americani grazie a un amico che nel periodo di Jordan e dei Bulls tifa invece per gli Charlotte Hornets. Gli Hornets si trasferiscono in Louisiana ed è amore a prima vista con la città di New Orleans e tutto quello che la circonda, Saints compresi, per i quali matura una venerazione a partire dal 2007 grazie soprattutto ai nomi di Brees e Bush. Da allora appartiene con orgoglio alla "Who Dat Nation".

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