Pocket

C’era qualcosa che pareva contrastare tra ciò che Eli Manning aveva appena dichiarato in un caldo giorno d’agosto e quello che rappresentava invece il pensiero generale su di lui.

Il membro di una delle famiglie più note nel mondo del football stava conducendo un’intervista più spigliata del solito, gestita meno timidamente rispetto agli inizi di carriera, priva dei mono-sillabi pronunciati da chi prova un minimo di difficoltà ad aprirsi davanti a degli sconosciuti.

Dimenticandosi di quando in confronto al fratello maggiore Peyton appariva costantemente goffo ed impacciato, Eli aveva deciso di fornire a chi lo intervistava un’idea di sè che ne rimarcasse la sicurezza nei propri mezzi, una qualità mai ostentata dal più giovane dei tre figli di Archie, ex regista di una delle edizioni più disastrate dei New Orleans Saints, qualità al tempo stesso sottolineata troppo poco spesso dagli addetti ai lavori anche di fronte ad un Super Bowl vinto nella stagione 2007, con tanto di titolo di Mvp a corredo, ed un posticino di rilievo nella storia del football.

Il giornalista gli aveva appena chiesto se si considerasse appartenente alla stessa categoria di Tom Brady, Aaron Rodgers, e del suo stesso fratellone Peyton, ricevendo una risposta sicura. Affermativo.

Molti si chiesero semmai Eli si fosse ricordato di essere stato, solo pochi mesi prima, il quarterback più intercettato della lega (25 intercetti), nonchè condottiero di una squadra incostante e frustrante, che pareva fare il necessario per far eruttare coach Coughlin portandolo perennemente ai limiti della pazienza, una squadra che non pareva si sarebbe mai affermata quale firmataria di una possibile dinastia, una franchigia che aveva avuto il merito di fermare la corsa perfetta dei Patriots, ma che nelle tre stagioni successive non era nemmeno stata capace di guadagnarsi la post-season. Sembrava tutto accaduto per caso, pareva addirittura quasi privo di rilevanza.

Ma la fiducia in se stesso, peraltro mostrata in pubblico con la stessa intensità con cui potrebbe preparare una pizza fatta in casa, Eli Manning non se l’è mai fatta mancare e, a modo suo, si è sempre interessato che la stessa venisse percepita a dovere dai suoi compagni. A modo suo.

Non si è mai curato del fatto che fosse stato etichettato a vita come un leader troppo silenzioso, poco emozionale, così come non gli interessava che i detrattori ne delineassero la mancanza di vocalità abbinandola all’assenza di attributi, un errore di sotto-stima che esteriormente pareva non sfiorare nemmeno la calma e la tranquillità con cui il quarterback dei Giants ha sempre gestito ogni aspetto del suo gioco, e probabilmente della sua vita stessa, come lasciato intendere dalle numerose interviste rilasciate in settimana da mamma e papà, tartassati a dovere sull’argomento da ogni giornalista che avesse l’occasione di porgere loro una domanda un pò più intima del normale.

Il piccolo Manning non è più piccolo. Non dopo aver vinto il secondo Super Bowl di carriera nel giro di un quadriennio, non dopo aver ottenuto il secondo titolo di Mvp della finalissima nel medesimo spazio temporale.

La prestazione fatta vedere ieri notte è stata solamente il punto esclamativo di una stagione di maturità definitiva, giunta a livello tattico come anche a livello mentale, una naturale conseguenza di ciò che Eli aveva fatto vedere durante l’altalenante stagione regolare dei suoi Giants, quando ancora in pochi erano disposti ad ammettere che in lui c’era davvero la stoffa del grande campione. Figura, questa, che sembrava più vicina ad esempio al modo di giocare automatico di Aaron Rodgers, all’intensità emotiva di un Tom Brady capace di caricare a molla i compagni trasformandosi completamente rispetto alla normalità, alla riconosciuta leadership di un Drew Brees che qualsiasi cosa faccia ha sempre dato l’impressione netta di avere la situazione sotto controllo.

Caratteristiche, queste, che Eli Manning ha sempre celato dietro ad un carattere schivo, poco espansivo. Ma soprattutto caratteristiche che lui stesso ha imparato a sviluppare ed a mettere, sempre a modo suo, a disposizione dei compagni.

Il regista dei Big Blue non è stato solo il miglior giocatore del Super Bowl, premio soffiato per la seconda volta in quattro anni proprio a Tom Brady, è stato altresì il giocatore simbolo della stagione dei Giants, arrivati con le spalle al muro alla fine della regular season qualificandosi per il rotto della cuffia, affrontando gare di intensità playoff ben prima che la post-season cominciasse.

Ad inizio anno gli si chiedeva semplicemente di sfruttare le numerose opzioni a disposizione migliorando l’intesa con i ricevitori – peraltro in parte responsabili di quei tanti intercetti del 2010 – e di ridurre il numero di turnovers, ma lui ha fatto molto, molto di più. Ha preso per mano l’attacco e lavorato con ciò che aveva a disposizione, ovvero un gioco di corse molto limitato, prevedibile, ed una batteria di ricevitori piena di talento sconosciuto (Nicks a parte) che ha dovuto fare i conti con qualche infortunio di troppo, e con il continuo test mentale da superare quando ogni dannata domenica c’è qualcuno che dubita di te, e tu devi provare il contrario.

Ha fatto registrare 15 passaggi da touchdown stagionali nel quarto periodo, record ogni epoca per la Nfl, alzando notevolmente il livello delle proprie prestazioni nel rush finale, perdipiù con la squadra eternamente alle prese con situazioni al limite, difficili da sbrogliare. Ha risvegliato la franchigia da un torpore generale che aveva causato 5 sconfitte in 6 partite, non certo il tipo di striscia che ci sia attende da una contendente al Super Bowl, ed ha vinto gare importanti gestendo drive fondamentali senza mai perdere la calma, facendo intravedere una freddezza invidiabile, che raramente in precedenza gli era stata riconosciuta.

Così ha fatto in stagione regolare facendo acciuffare ai suoi – chiaro, in concomitanza di numerosi altri fattori, su tutti la difesa e la coesione della  linea offensiva – la corona della Nfc East, equivalente all’unico accesso possibile per quella division ai playoffs, per poi cancellare dal campo i Falcons davanti al pubblico di New York nella Wild Card, ed aggiungere quindi altre prestigiose vittorie in trasferta ad un curriculum già molto buono in tale materia (7 vittorie di carriera nei playoffs in trasferta non sono poche) battendo Rodgers, la difesa dei 49ers e Brady, tutti ostacoli che parevano puntualmente proibitivi per i Big Blue. E che altrettanto puntualmente sono stati superati.

La storia è la stessa di quattro anni fa, le coincidenze si sprecano.

Qualificazione al Super Bowl ottenuta con un Championship Nfc vinto in trasferta all’overtime con un calcio di Lawrence Tynes. In finale, stesso avversario, circostanze e sviluppi della faccenda quasi analoghi, seppur dettati dalla evidente diversità tra le squadre che giocarono allora e quelle scese in campo domenica notte.

Stesse modalità di vittoria, una presa fantascientifica, stavolta di Mario Manningham, per alimentare la serie di giochi del sorpasso, davanti agli occhi di quel David Tyree che osservava compiaciuto dalla sideline pur non appartenendo più al roster di New York, ma emblema di quella ricezione  impossibile che fece continuare il drive poi terminato con la presa vincente di Plaxico Burress. Quella di Manningham, oltre ad aver fatto perdere un timeout prezioso a Bill Belichick a causa del challenge perso, ha invece consentito il proseguimento di una serie bizzarra, culminata con l’indecisione che passerà come una delle istantanee più memorabili nella storia del Super Bowl, quella di Ahmad Bradshaw, che non sapeva se entrare o no in meta.

Infine, la coincidenza più incredibile di tutte. L’aver vinto a casa di Peyton, il predestinato per la Hall Of Fame, ed oggi superato dal fratellino per numero di titoli vinti in carriera, un metro di paragone che potrebbe fare da argomento intrigante per cominciare a parlare, un domani, di un busto raffigurante l’effigie priva di emozione di Eli. Il quale è entrato a far parte di un circolo di grandi campioni molto ristretto, undicesimo quarterback nella storia della lega ad ottenere due o più titoli, ponendo il suo nome nella stessa riga di quelli di Joe Montana, Troy Aikman, Terry Bradshaw, Bart Starr, ed altri che solo a sentirli fanno venire i brividi dall’emozione.

Eli Manning ha vinto il Super Bowl con il suo stile, per mezzo della classica rimonta nel quarto periodo, caricandosi di responsabilità ed avendo la fiducia di ogni singolo compagno di squadra. Una squadra che, come quattro anni fa, era l’unica a credere di poter vincere tutto, e così è stato. Il pensiero degli altri si è rivelato ancora una volta essere superfluo, utilizzabile come motivazione e nulla più.

A chi gli chiedeva di ridurre il numero di intercetti ha risposto lanciandone uno solo in tutti i playoffs. A chi gli diceva di non essere un leader ha risposto in silenzio, sicuro della fiducia incondizionata dello spogliatoio. A chi gli diceva che sarebbe rimasto per sempre nell’ombra del suo fratello maggiore, ha risposto con la stagione che ha consacrato la sua maturità, cementando l’ingresso definitivo e indiscutibile in quella categoria d’elite alla quale lui stesso sosteneva di appartenere già da prima.

Oggi il piccolo Eli è il Manning più vincente nella storia della Nfl.

Con la stessa calma con cui prenderebbe il sole in spiaggia, ha fugato per sempre ogni dubbio a riguardo.

Belichick e Brady ne sanno qualcosa.

Post By davelavarra (377 Posts)

Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets, L.A. Dodgers e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.

Connect

4 thoughts on “Eli Manning, l’uomo del quarto periodo

  1. bel pezzo complienti! se me lo avessero detto a novembre come finiva, avrei dato del pazzo a chiunque… sogno ad occhi aperti. GO GIANTS

  2. Bellissimo articolo, davvero ben scritto! Eli Manning non farà i numeri del fratello ma è già più vincente!

  3. Ottimo articolo,preciso ed esaustivo.
    Unico appunto,nella stagione 2008 probabilmente i Giants erano ancora piu’ forti rispetto all’anno precedente in cui avevano vinto il titolo. La stagione regolare fini’ con 12 vittorie,la maggior parte delle quali con punteggio decisamente arrogante :-)
    Persero poi ai playoff contro gli Eagles in giornata di grazia. Ricordo che i big blue arrivarono in scioltezza diverse volte fino alla red zone,ma la linea del touchdown pareva stregata…

  4. Come si fà a non amare alla follia questa squadra che ormai con le sue gesta rappresenta un sogno, i tifosi di ogni altra squadra nfl sognano ormai di vincere i Superbowl come fanno i Giants, con un percorso impossibile come negli ultimi due che hanno vinto, contro ogni logica, ogni pronostico, io stesso ero convinto all’inizio della stagione che sarebbe stata una annata deludente, e ad un certo punto lo è stata davvero, poi sappiamo come e finita, ancora per me è una grande gioia quando durante la giornata mi viene in mente della vittoria. E’ molto più bello ed emozionante vincere così che con una stagione perfettina, ed in questo momento tutti ci metterebbero la firma. Forza Giants rappresentate l’essenza stessa di questo sport, regalatemi ancora sogni così.

Commenta

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.