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Strana la vita. A volte sembra davvero di cadere dal pero, come si suol dire, ci si dimentica delle cose ovvie e si pensa che siano sempre e comunque garantite.

Pareva quasi che Al Davis fosse una delle certezze della vita, per quanto malandato ed in difficoltà a parlare fosse durante le sue sempre più ristrette uscite pubbliche, era l’uomo che poteva tutto, che gestiva ogni aspetto della sua vita secondo la sua opinione e senza chiedere consiglio agli altri. Era un uomo che voleva sempre e solo vincere, preferibilmente dominando, e voleva farlo dando sempre l’impressione di essere duro, impenetrabile, cattivo se necessario.

Icone come Al Davis sono così impresse nella mente pubblica che sembra non debbano mai andarsene.

Ci vorrebbero pagine e pagine per riuscire a descrivere che tipo di persona fosse e parliamo di un’analisi appena superficiale, perché in profondità l’hanno conosciuto in pochissimi, e non tutti avevano a che fare con il football. Personaggio controverso e bizzarro per definizione, Davis amava farsi odiare dalla concorrenza, istigava rivalità, cercava lo scontro frontale, e quando le cose non andavano secondo quanto da lui predisposto trovava il responsabile e gli regalava memorabili lavate di capo, in modo che si ricordasse vita natural durante di non ripetere mai più un determinato errore. In vita sua ha questionato con quante più persone sia lecito immaginare, ed amava aver ragione tanto quanto sopraffare chiunque e qualunque cosa.

Motti come “Committment To Excellence” e “Just Win, Baby” porteranno per sempre il suo indelebile marchio di fabbrica.

Ha costruito la sua squadra, i Raiders, secondo la sua personalità, e li ha amati fino all’ultimo momento, senza rendersi conto che il passare del tempo, oltre a procurargli condizioni fisiche sempre più gravi, lo costringeva a prendere decisioni sempre più azzardate, sempre più costose per la squadra, che dal 2003 ad oggi non si è mai più qualificata per i playoffs, perdendo parte dell’immagine aggressiva e violenta che l’aveva contraddistinta da quasi cinquant’anni.

Ci teneva così tanto alla sua squadra da farsi fregare dall’urgenza di tornare a vincere, sapendo che probabilmente non aveva più tanto tempo a disposizione per farlo. Non era certo il proprietario più consueto che si potesse trovare in giro per la Nfl. Non si era mai visto con giacca e cravatta allo stadio, aveva un look irriverente che ne rifletteva alla perfezione il carattere ribelle, se ne stava sulla linea laterale con la sua tuta di raso, a volte bianca, a volte nera con i risvolti argento, i colori dei suoi ragazzi cattivi, con gli occhiali da sole ed i capelli impomatati costantemente all’indietro.

Era facile odiarlo, d’altro canto adorava attirare l’antipatia degli altri verso di sé. Di contro, era impossibile non portargli rispetto per il grande ruolo che ha avuto non solo per la sua franchigia ed i successi ottenuti, ma per un ruolo poliedrico rivestito negli anni sia a livello collegiale e sia a livello professionistico, per il quale fu un vero e proprio pioniere rivestendo un ruolo involontariamente fondamentale per il processo che andò ad unire le concorrenti Nfl  ed Afl. Senza Al Davis, il football americano così come lo conosciamo oggi, non esisterebbe.

Era nato a Brockton, Massachussets, 82 anni fa ma si era presto spostato con la famiglia a Flatbush, un quartiere di Brooklyn, frequentando dapprima la Erasmus Hall High School, e quindi prendendo una laurea in lingua inglese presso la Wittenberg University e terminando gli studi a Syracuse. La sua carriera nel football era cominciata nel 1950, allenando la linea offensiva dell’Adelphi College, diventando poi head coach dell’U.S. Army a Ft. Belvoir, in Virginia, passando poi per The Citadel ancora in qualità di assistente offensivo e scout, prima del prestigioso approdo all’Università di Southern California, dove allenò nuovamente la linea offensiva.

Nel 1960, in tempi rapidissimi, riuscì ad ottenere un incarico tra i professionisti nella Afl, quando ancora era una lega a sé stante, i suoi primi datori di lavoro furono gli allora Los Angeles Chargers. Dopo la stagione 1962, a soli trentadue anni, venne assunto dagli Oakland Raiders in qualità di head coach e general manager della squadra, guadagnandosi il titolo di coach of the year per l’anno 1963 dopo aver condotto i Raiders ad un record di 10-4, il primo bilancio vincente di sempre per la franchigia. Nel 1966 venne nominato Commissioner della Afl, e cominciò a far conoscere il suo carattere scontroso e indisponente, iniziando una vera e propria guerra contro la Nfl in un’epoca dove le due leghe si contendevano i giocatori a vicenda creando di continuo contenziosi per stabilire chi potesse vantare i diritti su di essi. Ma Davis non era spalleggiato totalmente dagli altri proprietari della Afl, consci di combattere contro mercati più floridi dei loro, ed i colleghi negoziarono in segreto una proposta di unione tra le due leghe litiganti per poterne avere benessere reciproco, e quando Al lo scoprì lasciò immediatamente l’incarico, nello stesso anno in cui l’aveva preso.

Pur di non dover più avere a che fare con la sua irruente competitività, chi stava dalla sua parte decise quindi di unirsi all’altra sponda.

Tornò quindi ai Raiders acquistandone il 10% della proprietà, venne posto a capo delle cosiddette football operations conducendo la franchigia assieme ad altri due proprietari, Wayne Valley e Ed McGah. Sotto le sue direttive e con John Rauch a sostituirlo quale head coach, la squadra vinse il championship dela Afl contro gli Houston Oilers nel 1967, per poi perdere il Super Bowl II contro i Green Bay Packers di Vince Lombardi. Due stagioni più tardi, fece una mossa che ai più parve azzardata assumendo un giovanissimo John Madden quale nuovo capo allenatore, cominciando un’epoca storica che portò a sei titoli della Afc West durante gli interi anni ’70, nel corso dei quali Davis acquistò poteri sempre maggiori a livello manageriale.

Ciò accadde grazie anche ad un nuovo accordo societario stipulato con McGah mentre Valley era all’estero per le Olimpiadi del 1972, contratto reso comunque valido dal fatto che fosse stato approvato dalla maggioranza, i due terzi, pur producendo una causa che alla fine Valley perse. Con Madden in sella per una decade, i Raiders vinsero finalmente il Super Bowl nella stagione 1976, sconfiggendo i Minnesota Vikings dopo aver giocato una regular season quasi perfetta conclusa a quota 13-1.

In quegli anni i Raiders erano i padroni della lega, e quando non vincevano un titolo ci arrivavano sempre e comunque vicini, anche quando Madden venne sostituito da Tom Flores, altro appartenente – come Madden – al vecchio staff di Sid Gillman. Sotto Flores la squadra vinse i Super Bowl XV e XVIII battendo rispettivamente i Philadelphia Eagles ed i Washington Redskins, vittorie dopo le quali la franchigia avrebbe fatto ritorno in finale solamente un’altra volta, nel 2002, quando venne sconfitta da quei Tampa Bay Buccaneers cui, ironia della sorte, Davis aveva ceduto il proprio capo allenatore, John Gruden, in cambio di numerose scelte al draft e ben 8 milioni di dollari in denaro sonante.

Il vecchio Al, dopo aver venduto una quota minoritaria della franchigia nel 2007, disse che sarebbe rimasto alla guida della sua creazione fino all’ottenimento di altri due Super Bowl, oppure fino alla morte. Ma i Raiders avevano oramai perso la loro identità, e tra il 2003 ed il 2010, avrebbero ammassato qualcosa come 91 sconfitte in regular seaason, senza più vedere nemmeno l’ombra di una qualificazione ai playoffs.

Sì, i Raiders erano una sua creazione, nel vero senso della parola. Ne aveva disegnato personalmente il logo nel ’63, quando ne era diventato capo allenatore, ristrutturandone completamente pure le uniformi. Voleva la squadra cattiva, aggressiva, capace di intimorire chiunque, gettandone via l’identità dei primi due anni di vita quando aveva vestito un’uniforme nero e oro abbinandovi un casco nero con una striscia bianca. Il tutto venne sostituito da un Raider che vestiva un casco da football, che portava una minacciosa benda per coprire uno dei due occhi, dietro di lui due spade si incrociavano.

La nuova tenuta, Silver & Black, è rimasta sostanzialmente immutata fino ai nostri giorni, ed il logo è uno dei più riconoscibili e collegabili che si conoscano nel mondo sportivo.

Davis ha sempre plasmato le sue squadre con l’identità che desiderava, voleva vincere anche a costo di infierire qualche colpo basso agli avversari, le sue squadre erano sempre prime per penalità prese, ha sempre preteso il massimo della fisicità dalle sue linee, voleva che fossero punitive, sporche, cattive.

A questa fisicità abbinava un gioco verticale che si poggiava – e si poggia ancora oggi – sulla velocità pura dei ricevitori, facendone un insieme di caratteristiche negli ultimi anni gli hanno reso tante critiche per le scelte di JaMarcus Russell, forse il più grande bust di ogni epoca che Davis aveva visto come il nuovo quarterback dal braccione in grado di re-innescare lo spettacolo, e di Darrius Heyward-Bey, settima scelta assoluta piena di velocità ma fino ad oggi lontano anni luce dall’essere un ricevitore in grado di cambiare le sorti di una squadra.

I Raiders sono sempre stati questi, violenti, sicuri di sé, strafottenti, costruiti attraverso la selezione di giocatori scartati dal altre squadre, o di personaggi che avevano tati problemi fuori dal campo. A questi Al Davis ha sempre dato una possibilità, chiedendo in cambio una sola cosa: la lealtà. Chi diventava un Raider, doveva poi restarlo per tutta la vita.

L’immagine della squadra si è trasferita di conseguenza sui suoi tifosi, e difatti prima delle partite, al posto degli ospitali barbecue tra famiglie che si consumano fuori dagli impianti di gioco, al Coliseum si potevano – e possono – trovare solamente energumeni tatuati, motociclisti incazzosi, personaggi travestiti da Darth Vader, da mostri di ogni sorta mascherati da teschio con sopra il cappuccio della felpa, da gente che si era perfettamente identificata con la squadra e con la filosofia del suo proprietario, e che rendeva di quanto più inospitale potesse essere la visita al proprio stadio.

Il famigerato Black Hole – la sezione di tifosi più accesa – metteva terrore a tutti. Inoltre, nel periodo – 12 anni – in cui la squadra si trasferì a Los Angeles la situazione rischiò di degenerare, in quanto il tifoso medio si stava pericolosamente cominciando ad identificare con le gangs che affollano la città degli angeli, creando un’immagine ancor più violenta e poco raccomandabile.

Da questo punti di vista, i Raiders difficilmente possono essere limitati al rappresentare una squadra di football. I Raiders, grazie ad Al Davis, sono uno stile di vita.

Tuttavia, il proprietario più bizzarro della Nfl aveva anche un lato buono, sottolineato dal ristretto numero di persone che vi avevano avuto accesso, perché mostrare il cuore, per Davis, significava essere deboli e perdenti.

Vero, ci si ricorda spesso di lui per tanti eventi negativi, stressanti, ai limiti della tenuta dei nervi, a partire dalla vecchia lotta tra Afl ed Nfl e proseguendo con l’annientamento mentale del vecchio e storico Commissioner Pete Rozelle, che pare proprio a causa delle battaglie con Davis abbia deciso di lasciare per sempre quella carica.

Ha fatto causa alla Nfl perché riteneva che il mercato della città di Los Angeles gli appartenesse di diritto anche dopo essere tornato ad Oakland nel 1995. Si è schierato – l’unico peraltro – con la Usfl quando questa fece causa alla Nfl per via delle leggi antitrust. E fece ancora causa alla sua lega d’appartenenza quando secondo la sua opinione la National Football League stava boicottandogli la concessione di un nuovo stadio da erigersi ad Inglewood, primo passo per tenere saldo il legame con Los Angeles ed evitare a tornare ad Oakland, in un impianto vetusto.

Vero anche che a queste faccende contrapponeva in maniera quasi contradditoria una sensibilità accuratamente celata attraverso la quale non ha mai negato una possibilità a chi gli fosse piaciuto, a chi, come lui, volesse a tutti i costi una vittoria.

E’ stato leale così come prima chi lo assunse lo fu con lui stesso, diede l’incarico di head coach della sua grande squadra a giovani come Madden, Flores, e Gruden, che all’epoca delle loro assunzioni vedevano ancora i quarant’anni di età con il binocolo.

Davis aveva sempre pensato che anche lui aveva avuto la sua occasione a 32 anni, e per questo non ha mai posto limiti di età o fatto problemi sull’esperienza di quei coach che l’hanno aiutato a vincere sia i titoli che le scommesse contro i detrattori. E’ stato il primo proprietario ad assumere un head coach di colore, Art Shell, nonché uno ispanico, lo stesso Flores. Ed è stato il primo a promuovere una donna, Amy Trask, dandole il ruolo di chief executive all’interno della sua organizzazione.

Non aveva barriere razziali né sessiste, sapeva valutare la capacità al di là dell’apparenza. E sotto quell’impenetrabile durezza, anche se gli dava fastidio ammetterlo, aveva un cuore che batteva. Quando la moglie, oggi ancora al mondo, fu colpita da un attacco di cuore, passò un mese in ospedale con lei, dormendo nella stessa stanza.

Era di principi duri ed incontrastaabili, e non esitava a mandare chiunque a quel paese qualora si osasse chiedergli una ridiscussione del contratto già in essere, motivo per cui indispettì i fans della squadra scambiando il mitico Ken Stabler con Dan Pastorini, innescando una catena di eventi che portò all’esordio di Jim Plunkett e alla conquista del secondo Super Bowl dei Raiders, peraltro attraverso l’eliminazione di Houston e Stabler nella Wild Card della Afc.

Marchiò Marcus Allen a fuoco, colpevole di aver chiesto un aumento, e ordinò di non farlo più giocare, creando uno dei tanti mal di testa che i suoi allenatori dovettero sopportare per le continue intromissioni sia a livello di roster e sia a livello tattico, dato che di tanto in tanto si divertiva ad effettuare personalmente le sostituzioni.

In questi giorni sono state pubblicate tante storie sul suo conto, com’è normale che sia quando una persona che ha dato tanto per la causa non è più tra noi. Quella più curiosa, che racchiude tre colossi del gioco, riguarda un aneddoto scritto in questi giorni, che racconta, in epoca di guerra aperta per firmare i giocatori tra Afl ed Nfl, di quando Davis voleva insistentemente che il linebacker di Penn State Dave Robinson vestisse l’uniforme Silver & Black.

Tuttavia, doveva fronteggiare un rivale di inestimabile valore, Vince Lombardi, che desiderava strappargli il giocatore a tutti i costi per portarselo nel Wisconsin, e così ai due contendenti venne concesso un colloquio di uguale durata per convincere Robinson, che avrebbe di conseguenza firmato con chi fosse riuscito ad accattivarselo di più.

Il mitico Joe Paterno, amico sia di Davis che di Lombardi, si occupò di fissare quei colloqui, giusto per non far torto a nessuno dei due. Alla fine vinse l’emissario di Lombardi – il Coach non era venuto di persona – perché oltre ad essere evidentemente stato molto convincente, aveva potuto parlare per primo con Robinson dopo aver vinto il lancio di una monetina per stabilire l’ordine dei colloqui.

In una scena che su tutte ne riassume il carattere competitivo, Al Davis riempì Paterno di improperi colpevolizzandolo di non aver sufficientemente insistito per farlo andare per primo e per non avergli concesso più tempo per parlare con Robinson, mentre sullo sfondo, questi firmava il contratto con Green Bay sopra il tettuccio di un’auto.  E pensare che quando lavorava per The Citadel, Davis era persino riuscito a soffiare a Paterno un giocatore del New Jersey di origini italiane, un tipo di prospetto che 99 volte su 100 finiva a Penn State.

Ma Al sapeva ciò che voleva, e sapeva come ottenerlo.

E’ stato uno scout, un dirigente, un allenatore, e sì, anche un gran rompiscatole. Voleva vincere ed imporre il suo stile, calpestando chiunque gli si fosse messo d’ostacolo, premiando chi avesse voluto spalleggiarlo. E’ stato controverso in ogni modo possibile, odiato, combattuto, mal sopportato. Ma è stato sempre altamente rispettato.

Ha fatto così tanto per il football americano e per il suo sviluppo economico e di immagine – e per questo è nella Hall Of Fame dal 1992 per meriti dirigenziali – che la National Football League non potrà mai essere la stessa senza la sua figura tanto vincente quanto disturbante. Ha controllato e diretto ogni cosa, fino alla fine dei suoi giorni, nonostante l’età avanzasse ogni giorno più velocemente. L’unica cosa che non ha sconfitto, è stato l’inevitabile.

Just win, baby!

 

Post By davelavarra (343 Posts)

Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.

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6 thoughts on “Al Davis, un uomo unico nel suo genere

  1. Bell’articolo
    E che personaggio!
    I Raiders, è vero, hanno un qualcosa in più rispetto a molte altre franchigie Nfl!
    E tutto questo grazie ad Al.
    Io posso raccontare un aneddoto molto piccolo: i Raiders sono così famosi che Jovanotti ha rilanciato la sua carriera pubblicando nel ’90 l’album “Una Tribù che Balla” e in copertina c’è Jovanotti proprio con il cappellino dei Raiders!

  2. Ciao Dave, solo per precisare che Jim Plunkett vinse il secondo e il terzo Super Bowl
    Il primo lo vinse appunto Ken Stabler.
    Grazie comunque per l’articolo

  3. Ottimo articolo Dave, hai dimenticato che Al fece causa anche alla Mars(quelle delle barrette) pe rlo snack che in europa veniva chiamato Raider, percè i caratteri della scritta oltra al nome ricordavano troppo quelli dei Raiders, causa vinta, infatti ora si chiama Twix in tutto il mondo ;)

    • Ma dai!
      Questa cosa non la sapevo.
      Forse, insieme a te, sono uno dei pochi a sapere che prima il Twix si chiamasse Raider, ma non ne sapevo il motivo.

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