Le aspettative erano tante a Minneapolis dopo una stagione 2009 chiusa ad un passo dal Grande Ballo, da quel traguardo che la gente del Minnesota non assaporava ormai da svariati lustri, e che nonostante le galoppate passate, dai tempi di Tarkenton fino a quelli più recenti di Culpepper, era sempre sfuggito per un soffio, con l’eliminazione al Championship o, direttamente, la sconfitta al Superbowl.

Brad Childress, il maggiore indiziato per il fallimento dei Vikings.

Eppure, dopo lo straordinario torneo giocato da Favre e compagni lo scorso anno sembrava che ci fossero tutti i presupposti per ripetere l’annata straordinaria, grazie anche ad un ottimo lavoro del vice presidente Rob Brzezinski, che era riuscito a tenere tutte le stelle in Minnesota, limitandosi alla sola rinuncia di Chester Taylor, runningback essenziale nelle trasformazioni dei terzi down.

Una sola perdita a fronte delle tante conferme aveva di fatto lanciato i Vikings nuovamente in orbita, accreditandoli per la conquista della NFC in un duello serrato con i Dallas Cowboys, altra franchigia incredibilmente caduta in disgrazia in questa stagione; uno status, che però ha cominciato a vacillare presto.


Evidentemente, la certezza di avere tra le mani un gruppo solido e completo, reduce da una stagione più che positiva, ha convinto lo staff dirigenziale a muoversi pochissimo durante la free agency, nonostante all’occhio attento dei fans, e di tanti addetti ai lavori, non fosse sfuggito che c’erano importanti needs che andavano coperti, soprattutto nelle secondarie e sulle due linee, dove gli elementi migliori cominciano ad essere attempati e non è sempre facile risolvere il problema affidandosi al Draft.

Proprio nelle secondarie è comunque arrivato l’unico movimento degno di nota di Minnesota, che si è assicurata il veterano Lito Sheppard, altro ex Eagles che ha deciso di raggiungere l’ex offensive coordinator di Philadelphia in quel di Minneapolis; reduce da un paio di stagioni tutt’altro che positive, il cornerback da Florida sembrava rappresentare una buona aggiunta, nonché una mossa azzeccata, per un reparto che negli ultimi anni ha sempre concesso troppo spazio agli avversari.

Sistemato questo, era ovvio che al Draft si cercasse di coprirsi le spalle in alcuni ruoli chiavi, e la scelta certo non mancava, visto che, come già anticipato sopra, erano tante le posizioni in cui i titolari superano, o si avvicinano, alla trentina; tra offensive line, defensive line e defensive backs c’era solo l’imbarazzo, ma con il passare dei mesi aveva preso corpo la considerazione che i Vikings potessero muoversi con decisione per Tim Tebow, talento cristallino, etica lavorativa, e amore per il football, che ricorda da lontano il quarterback titolare Brett Favre, ormai giunto all’ultimo anno di contratto.

Proprio in virtù di quello che si preannuncia come l’ultimo viaggio NFL del futuro Hall of famer, Minnesota sembrava sempre più orientata a portarsi a casa il quarterback del futuro, e l’impressione diventò una certezza quasi matematica quando il front office del team si trovò letteralmente spiazzato dalla trade up con cui Denver anticipò le loro mosse e vestì l’ex numero 15 di Florida con la maglia dei Broncos; un fatto che, per chi vi scrive, sta alla base di questa stagione fallimentare dei Vikes.

Presi completamente alla sprovvista, o meglio, preso in contropiede, Brad Childress, scelse di agire di conseguenza, orchestrando una trade down che, vista nel contesto del momento era più che plausibile me che, con il senno di poi, era una chiara manifestazione del panico che regnava nel coaching staff dei Vikings, e soprattutto nella testa di chi ne è ancora oggi a capo.

Saltato Tebow, Childress iniziò infatti un gioco pericoloso ed inspiegabile, passando due volte su Jimmy Clausen ed addirittura tre su Colt McCoy, quarterback che quest’anno hanno già visto il campo, e che potevano benissimo essere considerati come potenziali franchise player nel contesto del Draft 2010; invece di puntare su uno di loro scelse Chris Cook, discreto corner da Virginia che fin qui non ha per nulla convinto, e Toby Gerhart, il runner che, teoricamente, dovrebbe andare a sostituire il partente Taylor, affiancando Adrian Peterson nel backfield.

Due mosse buone, addirittura buonissime se lo stesso head coach si fosse poi ricordato di scegliere anche un quarterback prima della fine del Draft, invece nulla, ha tirato dritto fino in fondo, ignorando pure Dan LeFevour, che sembrava adatto per la tipologia di QB che ha sempre amato Childress, e puntando su Joe Webb, un “ibrido” che dopo essere stato draftato come ricevitore è stato messo a roster come QB, stesso ruolo ricoperto a Alabama-Birmingham.

Con lo stesso Webb e i soliti Tarvaris Jackson e Sage Rosenfels, i Vikings partirono per il training camp di Mankato, in attesa che ritornasse sul campo anche Favre, colui che dovrà ricoprire lo spot da titolare; peccato, però, che la telenovela del quarterback era solo all’inizio.

Dopo essersi curato per tutta l’estate, il numero 4 continua infatti a sentire numerosi fastidi alla caviglia, uscita malconcia dal Championship disputato contro i Saints, dove la difesa dei Campioni del Mondo ci era andata giù pesante, mettendo a dura prova la resistenza di Iron Man; questi fastidi, uniti all’età che avanza, lo costringono a rimanere inattivo per buona parte del training camp, tanto che mentre si allena a Southern Mississippi, l’università che gli ha aperto le porte della NFL, qualche insider comincia a far circolare la notizia che Brett stia seriamente pensando al ritiro.

La notizia rimbalza immediatamente da una parte all’altra degli states, gettando nel panico più totale i fans dei Vikings, per non parlare del coaching staff, e avvalorando le tesi dei suoi tanti detrattori che ormai considerano il numero 4 un vero e proprio pagliaccio; pagliacciate o meno, quello che è certo, è che Childress venne preso completamente alla sprovvista, e mostrò all’intero mondo NFL la debolezza della sua gestione facendo ampiamente capire di non aver pronto alcun piano B.

Il coach di Minnesota si presentò davanti ai micrfoni, negando di essere a conoscenza di un possibile ritiro ma al tempo stesso mandando in via precauzionale tre dei senatori della squadra in Mississippi per tastare le reali intenzioni di Favre; Ryan Longwell, suo ex compagno a Green Bay, Steve Hutchinson, e Jared Allen, si recarono presso l’abitazione di Brett e ritornarono con la sua promessa di rispettare quell’ultimo anno di contratto.

La crisi in casa Vikings sembrava scongiurata, ma l’ennesima magagna della gestione Childress doveva ancora venire a galla, e si materializzò proprio ad un passo dalla partenza della regular season, quando un infortunio ampiamente sottovalutato in estate, costrinse la squadra a privarsi di uno dei suoi migliori elementi, il ricevitore Sidney Rice, che venne inserito nella injury list per le prime sette settimane di NFL.

La superficialità per come era stato trattato il caso, cominciò a far storcere il naso a molti in Minnesota, e l’head coach ha sempre più terra bruciata intorno, soprattutto nel rapporto con i fans, che iniziarono, cordialmente, a detestarlo; lui, nel frattempo, Childress si da da fare, e cerca di mettere una pezza in extremis, provando di tutto, compreso il redivivo Javon Walker, che dopo le disavventure ai Raiders sembra ormai un ex giocatore.

Dopo Walker tocca anche a Hank Baskett, altro ex Eagles, ma alla fine, a pochi giorni dall’opening weekend, la scelta definitiva cade su Greg Camarillo, receiver lasciato libero da Miami in cambio di Benny Sapp, un cornerback che non ha mai del tutto convinto ma che ha comunque garantito un buon apporto nella stagione 2009; nello stesso periodo, vengono messi alla porta anche Darius Reynaud, returner e wide receiver, e Sage Rosenfels, che con tanta fatica, e dispendio di una preziosa scelta, era stato strappato a Houston solo dodici mesi prima, e che rappresentava un’altra enorme incongruenza della gestione Childress.

Una gestione che, evidentemente, doveva ancora toccare il suo punto più basso, un punto che con l’avanzare di questa stagione non si sa se sia già arrivato, oppure se si debba formalizzare nelle prossime settimane; quello che è certo è che in tutte le partite disputate fin qui da Minnesota, gli errori del coach sono stati piuttosto evidenti, e, nonostante si cerchi di trovare anche le prove in suo favore, le sue colpe rimangono ben precise, e tangibili.

Una di queste, la più grande, è la già citata mancanza del piano di riserva quando era trapelata la voce del possibile ritiro di Favre, un piano B che sarebbe stato utilissimo in queste prime otto settimane di regular season, dove la mancanza di preparazione ha pesato parecchio sul quarterback quarantunenne, ben lontano dai ritmi stellari tenuti lo scorso anno.

L’altra, piuttosto consistente, è quella di aver sottovalutato l’infortunio di Rice, privando la squadra di quel ricevitore capace di cambiare il volto alle partite e di aprire gli spazi per i compagni; un compito che in queste ultime quattro partite stava svolgendo alla grande Randy Moss, richiamato in Minnesota direttamente dall’owner Zigy Wilf, che con dispendio di tempo ed energie ha trovato in prima persona l’accordo per la trade con i Patriots.

Proprio Moss, in questi ultimi giorni, rappresenta il terzo grande errore di Childress nella stagione 2010, che dopo una gestione del giocatore a dir poco discutibile ha deciso di inserirlo nella waiver list senza consultare nessuno, e il tutto, sembra, per delle esternazioni irrispettose del ricevitore riguardo ad un pasto che i Vikings stavano consumando venerdì scorso in un locale di St. Paul.

L’oggetto della diatriba, stando alle voci riportate da Yahoo, sembra essere un polpettone, un termine che si addice perfettamente alla gestione Childress, che in questa stagione sta mostrando tutti i suoi limiti di allenatore, riuscendo a dilapidare un materiale, inteso come giocatori a roster, tecnico e qualitativo che ha pochi eguali in NFL.

E’ vero che la linea offensiva non riesce a bloccare ottimamente come negli anni passati; è vero che la stessa, soprattutto Loadholt, il tackle di destra, accumula troppe penalità; è vero che la difesa, quasi esclusivamente le secondarie, concede troppe yards agli avversari; è vero che il passing game non funziona; è vero che l’attacco non gira come lo scorso anno, escluso Peterson; è vero, verissimo, che Favre è una brutta copia del giocatore ammirato ed idolatrato nel 2009; è vero tutto, ma nonostante questo, il maggiore indiziato di questo fallimento, di una stagione ormai gettata alle ortiche, è solo uno, e il suo nome è Brad Childress.

Supponente, autoritario, incomprensibile, addirittura immaturo e patetico in tanti suoi atteggiamenti, l’head coach di Minnesota sta innegabilmente facendo perdere la pazienza a molti, e il fatto che non si assuma, mai, la responsabilità di una sconfitta, certo, non depone a suo favore. Una settimana fa la colpa era di Favre e della sua scelta su alcuni giochi, questa, è colpa di Moss che ha destibilizzato l’ambiente, eppure, se uno ha guardato con attenzione i match giocati quest’anno dai Vikings avrà certamente notato un omino con gli occhiali e l’auricolare della Motorola combinarne in ogni dove, e per tutti i gusti.

Nella sua hit parade c’è di tutto, ci sono dodici uomini mandati in campo nel momento meno opportuno, challenge richiesti quando non serviva e, viceversa, palesemente ignorati quando erano necessari+–, quarti down giocati quando non meritavano di essere giocati, e lanci chiamati quando sarebbe stato più utile correre per far scorrere il tempo e non perdere terreno, o come capitato, incorrere in sanguinosi errori.

Ma tanto si sa, la colpa è dei giocatori, peccato che questa tesi sia sostenuta solo da Childress, che con la sua testardaggine  ha condotto i Vikings sull’orlo di un baratro, lontanissimi da una stagione partita con ben altre prospettive; ormai lo ripeto da quattro anni, la sua fortuna, l’unica, è stata quella di draftare un fenomeno del calibro di Adrian Peterson, non fosse stato per lui, a quest’ora era già stato mandato a casa.

Post By Andrea Cresta (363 Posts)

Folgorato sulla via del football dai vecchi Guerin Sportivo negli anni '80, ho riscoperto la NFL nel mio sperduto angolo tra le Langhe piemontesi tramite Telepiù, prima, e SKY, poi; fans dei Minnesota Vikings e della gloriosa Notre Dame ho conosciuto il mondo di Playitusa, con cui ho l'onore di collaborare dal 2004, in un freddo giorno dell'inverno 2003. Da allora non faccio altro che ringraziare Max GIordan...

Website: → FootballNation.it

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4 thoughts on “Vikings, genesi di una stagione da buttare

  1. attento Brad che lo spogliatoio di una squadra NFL è una dei luoghi più pericolosi al mondo…

  2. Aver perso il treno l’anno scorso è stato delittuoso, e magari avrebbe cambiato molti giudizi.
    Ma di sicuro quest’anno sono successe cose assurde, l’ultima quella di aver tagliato Moss che ci aveva portato un po’ di speranza.
    La stagione non è ancora finita, ma ci vorrebbe un miracolo e un impegno altissimo per non buttare alle ortiche tutto questo talento!
    Che peccato…
    Ma Dennis Green…che fa adesso?
    Dovrebbe tornare, come Bud Grant…

  3. Dennis Green allena in UFL, e in quella lega gioca anche Culpepper, di già tornano tutti e due…. :D

    Scherzi a parte basterebbe promuovere Frazier per non rischiare di perderlo come Tomlin…quella è una ferita che ancora sanguina.

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