Su una cosa avevo torto marcio. Per anni ho nutrito grandi dubbi sull’opportunità di adottare i playoff per il college football. Temevo che la regular season avrebbe perso di bellezza, importanza, fascino.

Da romantico quale sono pensavo che questa rivoluzione avrebbe per sempre danneggiato quell’unicità- che poi è anche una delle sue bellezze- che ha da sempre caratterizzato questo sport.

Mi sbagliavo.

I playoff sono stati una goduria sportiva con pochi eguali. Non so per voi, ma per quanto mi riguarda il New Year’s Day del 2015 è già ampiamente e comodamente classificabile tra le giornate sportive più avvincenti e succulente della mia vita.

Prima Oregon che ha distrutto- anzi, annichilito- Florida State e Jameis Winston, poi Ohio State che in qualche modo che sfugge ancora alla mia comprensione (e mi sa che continuerà a sfuggire) è riuscita a tramortire Saban e la sua Alabama dopo un primo quarto durante il quale già su Twitter si cominciava con i “No vabbeh dai, alla fine si sapeva che ci doveva essere TCU al posto dei Buckeyes” e i “Meyer bene eh!, ma contro Saban non può nulla.”

Confesso non senza un pizzico di vergogna che se dopo i primi 15 minuti un tizio mi avesse proposto di scommettere mille dollari sulla vittoria di Alabama avrei risposto con “Dove bisogna firmare?”

No, seriamente: Ohio State e Urban Meyer hanno fatto un autentico capolavoro. Ancora più impressionante se si considera che erano ridotti al terzo (t-e-r-z-o) QB. Davvero una delle storie sportive dell’anno.

Tutto considerato, non ci sarebbe probabilmente potuto essere modo migliore per inaugurare questa nuova era del college football e per fugare ogni dubbio, domanda sul nuovo format (anche se dalla parti della Big XII- mi era parso di capire- non tutti sono d’accordo).

La verità è che il college football è naturalmente così spettacolare che per rovinarlo ci si dovrebbe mettere di impegno (o magari darlo in gestione per un paio d’anni alla Lega Calcio). E anche in quel caso sarebbe dura, ma è meglio non provarci.

L’estate sta esalando i suoi ultimi respiri- anche se comunque caldi- e io sono ancora in un limbo burocratico appeso al desiderio fortissimo di riprendere al più presto la mia vita, il mio lavoro, ciò che più amo negli Stati Uniti e un sistema d’immigrazione che neppure il buon Dante sarebbe stato capace di concepire nelle sue narrazioni infernali.

Ma ciò che più conta è che siamo- di nuovo- alle porte di un’altra stagione di football. La panacea di tutti i mali. Poco importa se questa sarà la vostra ennesima o magari prima stagione: ci sono alcune cose che producono emozioni, sensazioni particolarmente restie a cambiare con il tempo. Il football è una di queste.

O almeno, così è per me.

E lo è per me un semplice motivo: perché nel corso degli anni- prima con innumerevoli nottate italiane passate a guardare le prime partite della mia vita, poi con altrettanti innumerevoli venerdì sera americani sotto le luci dei riflettori a spellarsi le mani e perdere il fiato, e infine con uno stupendo autunno di allenamenti e battaglie il mercoledì in uno sperduto paesello dell’ovest del North Carolina- ho sviluppato un rapporto viscerale, quasi morboso con questo sport e con la sua cultura.

L’ho imparato ad amare come più non si può amare un qualcosa di materiale. Ho imparato a considerarlo come più di uno sport, come una grande scuola di vita, paradigma di emozioni e valori. Ho imparato a farlo diventare una parte funzionale della mia esistenza. Con buona pace di chi dice che uno sport è sempre e pur solo uno sport. No, per me è di più.

Se non lo avete mai fatto andate su YouTube e cercate “The Boys of Fall” di Kenny Chesney . Se qualcuno sia mai riuscito a sintetizzare più efficacemente e con eguale carica emotiva cosa sia il football fatemelo sapere voi, perché io- di sicuro- non ne sono a conoscenza.

Il genere musicale può piacere o meno, questo è evidente, ma in quegli otto minuti e rotti c’è un tema costante, che lega assieme storie diverse di squadre, giocatori, allenatori e paesi diversi. E’ la passione, le emozioni.

Prima ancora degli schemi, degli stadi pieni, delle cheerleader e di tutto il resto, il football è questo: emotività, umanità- ma anche paura, dolore, tensione- tutto tradotto in un campo di 100 yard, un pallone e 22 uomini. “The Boys of Fall.”

In un mondo dove tutto sembra votato al raziocinio e al guadagno immediato il football si erge a stupenda e gloriosa antitesi. Perché nel football la ragione, il calcolo contano, ma mai quanto la passione. Il football è sempre stato, è e resterà quel posto ideale dove il cuore vince sul cervello, quello sport dove ad un certo punto la mente ti urla “Arrenditi!” ma la passione bruciante che hai dentro di te risponde “Mai.”

When I feel that chill, smell that fresh cut grass
I’m back in my helmet, cleats, and shoulder pads
Standing in the huddle, listening to the call
Fans going crazy for the boys of fall

Il football ti cattura e ti rapisce. Ti fa capire ben presto come una passione può diventare un qualcosa di più, una ragione di vita per una cittadina di 2.000 abitanti con più quarterback che semafori. Ti insegna la bellezza di lasciarti andare alle tue emozioni e a credere che almeno per quelle poche ore nient’ altro conti. Solo quello che accade dentro quel rettangolo verde.

Che si giochi il mercoledì pomeriggio, il venerdì sera, il sabato o la domenica poco- anzi, nulla- conta. Il football è il football, in tutte le sue declinazioni. Ciò che conta davvero è il desiderio, l’amore, la voglia di scendere in campo e far di tutto per proteggere colui che ti sta accanto.

They didn’t let just anybody in that club
Took every ounce of heart and sweat and blood
To get to wear those game-day jerseys down the hall
The kings of the school, man, we’re the boys of fall

Cuore, sudore e sangue, per l’onore, il piacere di poter indossare quella maglia il venerdì mattina a scuola- come dice Kenny. Quella maglia che sembra magica, che ti fa camminare dieci centimetri da terra, che ti ricorda che sei parte di qualcosa più grande di te stesso. Quella maglia che per una mattina ogni settimana d’autunno- almeno per quelle poche ore tra la prima e l’ultima campanella- ti rende il re della scuola. Ma solo perché te lo sei meritato.

Well it’s turn to face the stars and stripes
It’s fighting back them butterflies
It’s call it in the air, alright
Yes sir, we want the ball
And it’s knocking heads and talking trash
It’s slinging mud and dirt and grass
It’s I got your number, I got your back
When your back’s against the wall
You mess with one man, you got us all
The boys of fall

E poi arrivano le 7:30 di quel venerdì sera e tutte le ore di allenamento, di sudore e sangue, di gameplanning, di pesi, di sacrifici vengono ripagate con quelle magiche luci che si accendono e ti danno una scarica di andrenalina senza eguali.

Ti guardi in faccia con i tuoi compagni, senti l’inno trasmesso agli altoparlanti, l’odore dell’erba, l’incitamento dei tuoi genitori e tutto improvvisamente guadagna di significato.

Ti rendi conto che tutto ciò che hai fatto valeva la pena di essere fatto per poter esserci ora, per sentirti speciale, per poter lottare, bloccare, placcare accanto ai tuoi fratelli. Passione, cuore, emozioni. Football.

In little towns like mine, that’s all they’ve got
Newspaper clippings fill the coffee shops
The old men will always think they know it all
Young girls will dream about the boys of fall

Un paese intero che si ferma, negozi che chiudono, ristoranti che ti offrono il pranzo gratis, perché per un giorno alla settimana sei tu l’eroe, colui che può regalare un sogno- seppur effimero- ad una comunità che per sei giorni su sette deve fare i conti con la dura realtà che la circonda.

Generazioni di uomini, di famiglie, che si fondono in una passione, un amore, tra ricordi e sogni per il futuro, tra “back in my days …” e “one day I will…”

Padri che rivedono nei loro figli ciò che erano e bambini che immaginano come sarà quando il loro giorno, la loro opportunità di brillare sotto luci finalmente verrà. Fiumi di emozioni che si coagulano in un solo grido di incitamento. E’ la tradizione che incontra la speranza. The Boys of Fall.

Capisci che non si tratta – non può trattarsi – solo di un gioco, di un passatempo quando ti ritrovi dopo una partita di scuole medie vinta al cardiopalma ad abbracciare un ragazzone di 13 anni, 185 centimetri e 110 kilogrammi che sta piangendo a dirotto, chiedergli quale sia il problema e sentirsi rispondere “Coach, I’m just happy.”

Le emozioni sono ciò che danno vero valore alla vita in fondo. Lacrime, gioia, paure e dolore. Football.

Al diavolo chi ci dice di dar retta alla ragione, ai calcoli, alla realtà: impariamo a sognare, a divertirci, ad ascoltare il nostro cuore, le nostre passioni più profonde. “Football is an emozional game”- ci dice quel coach- “And so is life.” Così è anche la vita. “You can’t be unemotional because this IS an emotional game.” E’ un gioco emotivo. Così sia il football che la vita.

E allora lasciamo che siano le nostre emozioni a parlare. Lasciamo che sia cosa abbiamo dentro il cuore a guidarci. Almeno per il tempo di una partita, almeno come spettatori e tifosi. E mai vergognarsene, perché in fin dei conti questo siamo, questa è la nostra natura: siamo animali emotivi, fatti di amore. Il football- in tutte le sue meravigliose forme- ci da semplicemente l’opportunità di ricordarcene.

Buon football a tutti amici miei!

Post By Gian Marco (1 Posts)

Gian Marco scrive per Play.it dal 2005 (http://archivio.playitusa.com/?p=4760), quando non aveva ancora compiuto 15 anni. Ora ne ha 25, si è laureato in Storia ad Appalachian State University ed ha lavorato come insegnante di scuola media e allenatore di football per i Maiden Wildcats.

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