Ogni singola settimana di college football offre, ad una semplice occhiata della schedule, una serie di partite dall’esito oltremodo scontato, tra atenei gradi e conosciuti ed università minori che finiscono per imbarcare con regolarità dai 50 agli 80 punti. Queste partite sono frequenti, in particolare, all’inizio della stagione, quando le squadre non sono ancora impegnate in sfide di conference. Ed era l’inizio della stagione anche nel 2007, quando Michigan affrontava in casa Appalachian State, bi-campione in carica del sistema FCS, forte di una posizione nel ranking al numero 5, di una squadra che vedeva a roster giocatori come Chad Henne, Jake Long e Mario Manningham e di molti pronostici che vedevano la squadra come finalista nazionale.

Dall’altra parte Appalachian State, università dal blasone limitato ma che, di fronte a 109.218 persone seppe restare davanti di undici punti all’intervallo, resistere al ritorno dei Wolverines e, a sei secondi dalla fine, bloccare un FG con Corey Lynch e Corey LYnch, maglia bianca numero 47, molto modestamente cambia la storia di un'università.conquistare una vittoria per 34-32 che sconvolse il mondo del college football: era infatti solamente la seconda volta che una squadra di FCS (o Division I-AA) sconfiggeva una squadra inserita nel ranking FCS. La prima? Ovviamente in un’altra puntata.

Parliamo di tutto questo Con Gian Marco Tamburi, perugino, studente di Appalachian State per quattro anni, ed impostiamo con lui un discorso ampio su tutto quello che è vivere un’università e, nello specifico, ed una squadra di football universitario negli Stati Uniti.

C: Gian Marco, innanzitutto puoi dirci qualcosina su che tipo di università è Appalachian State, dove si trova, come si raggiunge e come sei finito lì?

Appalachian State geograficamente è in un posto unico negli USA perché si trova in un altopiano a circa 1200 metri di altitudine ed è incastonata in una delle catene montuose più vecchie d’America, i monti Appalachi, un posto unico per un’università: l’ateneo è stato fondato nel 1899 da due fratelli che avevano l’intenzione di aprire questa scuola in particolare per insegnanti, una delle tre scuole normali di tutta la East Coast. Con il passare del tempo è diventata un’università, quindi non soltanto un college, con diverse possibilità  di laurea e il grande balzo in avanti si è avuto alla fine della seconda guerra mondiale, quindi tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’60, come accaduto a molte altre università, in quanto i soldati che tornavano dalla guerra potevano permettersi il college, dato che pagava il governo, ed una nuova ondata di persone poteva permettersi le università, che sono conseguentemente cresciute. Al momento attuale Appalachian State conta circa 18.000 studenti, la maggior parte dei quali vive all’interno del campus, e ci sono tutti i principali major (le aree di studio, i corsi di laurea italiani, n.d.r.) tranne ingegneria e legge ma per il resto si è a buoni livelli.

La posizione geografica limita in qualche modo la crescita dell’università perché, se mai vi capiterà di andare da quelle parti, vedrete che c’è veramente poco spazio per l’espansione fisica del campus in quanto le montagne sono un confine naturale ed impediscono un ulteriore sviluppo: questo però può anche essere una cosa positiva perché ci “costringe” a rimanere in una taglia non troppo grande che favorisce quel clima amichevole quasi da famiglia che penso ci contraddistingua.

Nel 2007 ho fatto un anno come studente straniero in North Carolina, il mio anno di quarta superiore, e sono capitato a Lenoir, una cittadina che dista circa a 45 km da Boone, che è la sede di Appalachian State. Mi ero trovato molto bene ed avevo intenzione di restare quindi sono tornato dopo la maturità come freshman ad Appalachian State perché era abbastanza vicina a Lenoir ed in ogni caso avevo molti amici che avrebbero frequentato quell’università, quindi è stata una scelta abbastanza naturale.

Passiamo al football: già la natura del college porta a chiamare la squadra Mountaineers.

Esattamente, sono solo tre le università che hanno il nickname Mountaineers (oltre ad Appalachian State anche West Virginia e Western State Colorado, Division II) e vedendo il luogo si capisce perfettamente perchè hanno scelto quel nickname.

Iniziamo dalle basi: com’è lo stadio?

Lo stadio è fantastico anche perché è una struttura che poche università del nostro livello possono vantare. Quando ero al college lavoravo, durante le partite di football, nell’hospitality presso i luxury boxes, dove ci sono i donatori delle università, e quindi ho avuto modo di vedere le strutture anche dall’interno. Frequentando, inoltre, l’ambiente del football attraverso clinic e cose del genere sono diventato amico con molti allenatori e più volte ho fatto un tour della struttura. Le tribune hanno circa 24.000 posti, però quasi ad ogni partita ci sono circa 30.000 persone perché dietro ad una delle endzone c’è una  collinetta di erba che non rientra nella capienza ufficiale dello stadio ma che però è quasi sempre affollata al massimo, come allo stadio di Virginia, ed è una cosa che mi piace molto perchè è molto tipica degli stadi collegiali americani.

Lo stadio dei Mountaineers con, a sinistra, la nuova struttura logistica

Dopo la stagione 2007, che è quella che ci ha resi famosi con la vittoria su Michigan ed il terzo titolo nazionale FCS di fila hanno ampliato il lato est dello stadio ed hanno ricostruito totalmente la field house, con nuovi spogliatoi bellissimi, con anche pareti di roccia: se andate a questo link c’è un tour virtuale dello stadio e a questo c’è un tour della struttura, che consiste in sette piani: al primo piano ci sono la palestra e la sala pesi della squadra di football, poi sopra gli uffici degli allenatori e le sale per i meeting e sopra ancora c’è l’ingresso ufficiale dello stadio con tutta la sala dei trofei e gli uffici del personale amministrativo della squadra e per finire le sale per la stampa e i luxury box dove alle partite prendono posto i donatori che l’università invita. E’ una struttura enorme e di primissimo livello.

Parliamo un po’ dei giocatori, che volta per volta vanno a comporre la squadra: che tipo di persone sono? Studenti come gli altri o il fatto di essere parte della squadra li porta a sentirsi “privilegiati”?

E’ una domanda che mi si rivolge anche abbastanza spesso perché c’è molta curiosità da parte dei tifosi nel capire come vivono gli atleti all’interno di un’università americana: Appalachian State è ancora piccola, non siamo un college conosciuto ed esposto a livello nazionale dal punto di vista mediatico, non siamo Ohio State, non siamo Texas, il nostro QB raramente finisce su Sportscenter o sulle riviste, quindi i nostri giocatori non hanno ancora lo status-symbol che magari i vari Johnny Manziel o Tim Tebow hanno da altre parti, ed è una cosa buona perché questo permette loro di vivere questa esperienza unica collegiale in una maniera più realistica e non da superstar. In ogni caso, credo che sia logico dire che i giocatori più forti che abbiamo in squadra sono molto riconoscibili in giro per il campo, soprattutto i QB, magari i ricevitori: ad esempio Armanti Edwards, che adesso è free agent dopo aver giocato in NFL con Carolina, Cleveland e Chicago, che era stato il nostro QB per tre anni e che era stato il QB della vittoria su Michigan era molto riconoscibile all’interno del campus. Anche Bryan Quick, WR adesso a St. Louis, si riconosceva molto, anche per via della stazza, però non ho mai notato atteggiamenti negativi da parte dei giocatori. Certamente c’è stata, a volte, un po’ di maleducazione derivante dal fatto che questi ragazzi molte volte hanno un atteggiamento arrogante che gli viene dato dal fatto che comunque sono parte della squadra di football e quindi si sentono autorizzati ad essere sopra le regole: esempio stupido può essere il mettere le gambe sopra i sedili del pullman, ma vale per altre piccole cose che si sentono autorizzati a fare. Per essere giusti devo però dire che il 99% dei giocatori che conosco, anche perché ho conosciuto i giocatori anche all’interno delle strutture scolastiche e nella vita di tutti i giorni, sono persone normalissime con cui puoi giocare alla Playstation, puoi giocare a carte, puoi uscire insieme e non ho mai visto cose negative. Anzi, storicamente i leader della squadra sono quegli individui che devono agire come leader anche nella società, nel campus e nella comunità. I nostri allenatori cercano di rendere questa cosa molto chiara e viene detto loro molto spesso che loro sono i leader della squadra e i leader dell’università e che quindi devono agire di conseguenza.

Ed a livello di studi gli atleti devono mantenere dei risultati o, come si sente magari in altre università, si chiude un occhio su risultati accademici non proprio stupendi?

E’ una cosa molto seria che sta affliggendo il mondo dello sport collegiale americano. Con il passare degli anni si è persa la nozione di student-athlete, ovvero che qualunque sport tu giochi a qualunque livello in una università americana tu rimani uno studente prima di tutto e solo dopo un giocatore. Se si vanno a guardare situazioni recenti di cronaca, si trovano casi come quello di North Carolina, il cui programma di football è ormai sotto investigazione da qualche anno perché tramite una soffiata, è stato dimostrato come molti giocatori di football fossero iscritti a corsi fittizi di storia afro-americana che neanche esistevano, creati solamente per dare voti sufficienti per poter rimanere eleggibili. Una delle maggiori controversie ha colpito Julius Peppers (che giocò per i Tar Heels dal 1999 al 2001, n.d.r.), che maggiormente ha beneficiato di questi corsi. Dopo che questo caso di UNC è stato reso pubblico, noi come università abbiamo condotto uno studio interno per verificare che non ci fossero anomalie nel numero di iscritti in certi corsi, qualcosa che potesse far scattare qualche campanella di allarme: i risultati di questi studi, che sono pubblici e visibili a tutti, hanno dimostrato come non ci sia un numero anomalo particolarmente alto di studenti concentrati in una particolare area di studi, quindi da questo punto di vista penso che siamo ancora protetti, però è difficile dire dall’esterno esattamente come funzioni. Io sono stato in classe ed in corsi con molti giocatori di molti sport e devo dire che, da quanto ho visto io, loro studiavano e facevano il loro lavoro esattamente come tutti gli altri. Poi si sa bene che la gente negligente nello studio esiste ed esisterà sempre, ma non bisogna per forza essere giocatori di football per esserlo.

Si conclude la prima parte dell’intervista. Nella seconda andremo maggiormente dentro l’upset e vedremo tutto ciò che ne è derivato.

Alla prossima!

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Andrea Cornaglia, classe ’86, profonda provincia cuneese, si interessa al football dal 2006, prendendo poi un’imbarcata per il mondo dei college dal 2010: da lì in poi è un crescendo di attrazione, inversamente proporzionale al numero di ore dormite al sabato notte

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