La grande stagione di Stanford ha molto a che vedere con Andrew Luck.

E venne il giorno della resa dei conti. Il campionato di football, sia esso professionistico o collegiale, è bello e coinvolgente in ogni suo istante, ma non si può tuttavia negare il fascino indiscutibilmente superiore della fine della regular season rispetto alle battute iniziali, finale dove si decidono le posizioni finali, si assegnano divisions, si vincono le partite che contano davvero.

Nel college football fortuna ha voluto che l’equilibrio sia regnato sovrano nelle conferences di maggiore interesse, quelle Bcs, con la conseguenza che le ultime due settimane di regular season vedranno coinvolti i maggiori atenei impegnati a vincere una gara che vale doppio, dato che sono parecchie le implicazioni Bcs che vanno ad intrecciarsi con le storiche rivalità statali che tradizionalmente chiudono il calendario di tanti college, con il meglio riservato proprio per ultimo.

Si comincia già da questa settimana, e per chi si è annoiato sfogliando il giornale o il sito internet apprendendo dell’ennesima resistenza di Oregon ed Auburn in vetta ai ranking, c’è un piatto molto molto gustoso che giungerà nelle tavole degli appassionati già la sera successiva al Thanksgiving Day. Il venerdì seguente (battezzato Black Friday dagli americani) al giorno tradizionalmente dedicato al tripleheader della Nfl, Auburn, Oregon e Boise State saranno difatti impegnate negli scontri che valgono un’intera stagione, che decideranno l’esito di numerose sessioni di allenamenti, di preparazioni tecniche, e quantità industriali di lavoro del coaching staff, tutti aspetti che attendono di essere premiati dalla conquista di un qualsiasi titolo divisionale.

Auburn, che ha sfruttato una propizia settimana di riposo, intravede un Iron Bowl mai così importante come quello che si sta per prospettare contro Alabama, la quale arriverà ugualmente riposata allo scontro terminale avendo passeggiato giovedì scorso contro Georgia State, con tutta la voglia di togliere l’attenzione di dosso ad un Cam Newton che ne sta catalizzando fin troppa, comprendendo nella categoria anche quel famoso discorsetto di tangenti che babbo avrebbe preso per farlo giocare di là piuttosto che di qua.
Oregon dovrà affrontare non una ma due partite pericolose per il mantenimento della prima piazza assoluta, Arizona sarà la prima, proprio venerdì, mentre la rivalità della Civil War chiuderà il cammino dei Ducks una settimana più tardi, con i Beavers carichi dopo la notevole affermazione ai danni di Usc.
Boise State, infine, gioca la partita della vita, contro una Nevada che nell’ultimo biennio non ha mai reso la vita facile agli uomini di coach Petersen: ora siamo davvero all’ultimo scoglio, nel senso che se mai le prime due cadranno, dovrà succedere esattamente ora che il coefficiente di difficoltà si fa alto per tutti. Ed è questo il momento in cui il cuore dei Broncos batte all’impazzata, perché l’opportunità dello storico balzo al National Championship si sta per aprire davvero, sempre che ‘Bama, Arizona o Oregon State facciano loro un grande favore.

Siamo invece alla settimana decisiva per quanto riguarda la Big Ten, con Ohio State, Wisconsin e Michigan State chiamate a rompere una situazione di pareggio che al momento vede favoriti i Badgers, i quali si sono aggiudicati la gara con i Buckeyes perdendo invece contro gli Spartans.

Wisconsin ha confermato di possedere il gioco di corse più consistente della nazione, in una situazione dove tutti gli elementi sono intercambiabili e garantiscono una continuità di rendimento di alto livello. Il fatto era già emerso in occasione della vittoria contro Purdue, nella quale Montee Ball, il terzo running back, aveva accumulato 127 yards con 2 mete disputando un gran secondo tempo in sostituzione di John Clay, infortunatosi nel primo, e di James White, che per quella partita era già stato considerato fuori per infortunio prima del kickoff.
Dopo aver seppellito Indiana con 83 punti senza Clay e con la coppia Ball/White a quota 311 yards e 5 mete, sabato i ragazzi di coach Bielema hanno superato anche Michigan con cifre mostruose su terreno: Ball ha oramai ritoccato più volte i massimi di carriera, fissando l’asticella a quota 173 yards e 4 mete, mentre White ne ha aggiunte 181 entrando in endzone in altre due occasioni.
Qualche giornalista, tempo fa, aveva sostenuto che John Clay, l’attuale detentore del titolo di giocatore dell’anno della Big Ten, non era il miglior running back nella depth chart della squadra. I numeri che abbiamo citato, sembrerebbero proprio confermare quella audace affermazione.

Di lui si parla poco, e per primeggiare potrebbe essere costretto ad attendere il prossimo aprile, non avendo l’opportunità per farlo prima. Andrew Luck è uno dei motivi principali di una stagione storica per Stanford, che nei tempi recenti le 10 vittorie le vedeva solo con l’ausilio di qualche strumento oculistico di precisione, ma che per svariati motivi non può chiedere più del secondo posto nella Pac 10 per colpa dell’unica sconfitta stagionale rimediata, proprio contro chi sta davanti. Quel 52-31 contro Oregon ha difatti minato il campionato dei Cardinal, che rischiano di restare fuori dal giro di Bowl che conta per via dei complicati meccanismi, non sempre automatici, con cui le partite dei primi giorni di gennaio vengono costruite. L’unico lumicino di speranza cui l’università si può appigliare è un’improbabile doppia sconfitta dei Ducks.

Stanford potrebbe essere snobbata in fase di selezione per il Rose Bowl, che ha l’opportunità di scegliere, per esempio, un’imbattuta tra Boise State e Tcu da piazzare contro la vincente della Big Ten che invece otterrà il posto in automatico, e pure Luck, nonostante una grandissima stagione, è stato individualmente messo in secondo piano per una corsa all’Heisman Trophy che privilegia altri nomi, come quelli di Cam Newton, LaMichael James, e Kellen Moore.
In aprile, tuttavia, potrebbe rifarsi sul resto della concorrenza ed essere scelto per primo al Draft Nfl, o comunque puntare a rappresentare per primo il suo ruolo, quello di quarterback, davanti ad altri due prospetti come Jake Locker e Ryan Mallett.
La sua oramai imminente dipartita per il professionismo non è la migliore delle notizie per il college californiano, che visti i risultati ottenuti, vede il concreto pericolo di perdere pure Jim Harbaugh, l’artefice che sta alla base di tutto questo grande miracolo, che al momento del suo arrivo prese una squadra completamente disgraziata, trasformandola in una corazzata offensiva versatile, che l’anno scorso correva pesante con Toby Gerhart, e che nel 2010 ha vinto soprattutto grazie ai lanci del suo quarterback, Andrew Luck.

Virginia Tech è ad un passo dal concludere un calendario Acc perfetto, che al momento non vede sconfitte nel computo di conference di quest’anno. Sì, è la stessa squadra che aveva cominciato questo cammino con il piede sbagliato, perdendo contro Boise State (ci stava) e contro James Madison (non ci stava proprio), lasciando per strada già dall’inizio qualsiasi ambizione di National Championship. Gli Hokies non si sono più guardati indietro da quel momento, hanno giocato del football concreto e limitato il numero di errori che avevano commesso nelle due sconfitte, hanno piegato nove squadre in fila, una dietro l’altra, emergendo con prepotenza dal quartetto di atenei in lizza per la Coastal Division, oggi matematicamente assegnata alla squadra di Frank Beamer, quindi già qualificata per la finale della Acc.

Vincessero il derby di sabato contro Virginia, gli Hokies diverrebbero il primo college dal 2000 a chiudere perfettamente il calendario Acc (Florida State l’ultima a riuscirvi), coronando un cammino dove questa compagine si è affermata sul terzetto di concorrenti che in teoria doveva dare loro fastidio. Dopo quelle su North Carolina e Georgia Tech, sabato è pervenuta l’affermazione su Miami, caratterizzata da 2 mete su corsa di Ryan Williams a corredo di 142 yards, statistica che ha avuto il suo indubbio peso in quella che è stata la decima vittoria di conference consecutiva contando anche il 2009, nonché il quarto titolo Coastal a partire dal 2004, anno in cui Virginia Tech lasciò la Big East per approdare in una Acc poi sostanzialmente dominata.

Agli sgoccioli verrà invece deciso il destino delle due finaliste della Big XII, una conference che ha vissuto di sorprese positive e negative in ugual quantità.

Ha deluso, e non poco, quella Nebraska di cui tanti avevano parlato bene all’epoca in cui la squadra viaggiava imbattuta correndo sopra a chiunque, sabato è arrivato uno stop molto pesante contro Texas A&M in una battaglia di soli field goals (9-6 il finale) che tuttavia non ha causato grosse conseguenze per la classifica della North, vista la vittoria degli Huskers nello scontro diretto con Missouri. Attenzione però, perché Nebraska è riuscita a perdere gare impensabili ed è capace di tutto, nel bene e nel male, quindi nulla risulta essere scontato.

La sconfitta di sabato è stata caratterizzata dalle continue inquadrature nei riguardi di coach Pelini, che ha mal digerito la prestazione di un paio di suoi giocatori, tra cui Taylor Martinez, cui ha sbraitato addosso di tutto nei periodi trascorsi sulle sidelines. Pelini è stato fin troppo pesante anche nel colloquio con gli arbitri, diventando eccessivamente focoso nel far capire il suo disappunto ai direttori di gara per via dello sbilancio di penalità chiamate tra una squadra e l’altra. Le scuse ufficiali sono già pervenute, ma qualcosa ci dice che sono state forzate. Pelini non è certo il tipo di persona che ammette di aver sbagliato così semplicemente, e l’episodio sembra essere diretta conseguenza dei commenti giunti dai piani alti della direzione dell’università, che per nulla aveva gradito l’energia in eccesso sputata in faccia a tutti dal proprio capo allenatore.

Le positività della conference giungono da una squadra insospettabile, Oklahoma State, che era già stata liquidata in pre-stagione per via della sola perdita della coppia Dez Bryant-Zac Robinson.
Il tandem vincente è forse già stato dimenticato, perlomeno a giudicare dalle grandi cose fatte vedere quest’anno dal quarterback Brandon Weeden e dal wide receiver Justin Blackmon, che hanno impiegato nemmeno la durata di un campionato per riscrivere daccapo alcune pagine di record appartenenti all’ateneo.

Weeden è un’arma offensiva fondamentale, per tutto l’anno ha trascinato i suoi colori alla vittoria ottenendo un bilancio di 6-1 in conference, ma soprattutto contribuendo ad un evento storico, ovvero l’ottenimento delle 10 vittorie totali in regular season, impresa che mai a Stillwater era riuscita in precedenza (per vincere 10 partite c’era sempre stato bisogno di affermarsi in un Bowl – ndr). Weeden ha superato Robinson proprio sabato in termini di yards totali in singola stagione, aggiungendo altre 389 yards e 3 mete a delle statistiche davvero impronosticabili.
Blackmon si è fatto trovare spesso e volentieri dall’altra parte dell’arcobaleno accumulando numeri da capogiro, che gli sono valsi ben 10 partite consecutive con almeno 100 yards su corsa ed almeno un touchdown segnato, di fronte ad un record assoluto di 11 che dura dai primi anni ’90 (Aaron Turner, Pacific – ndr).
Una combo letale, senza dimenticare l’esplosivo running back Kendall Hunter, che pone delle ottime basi per il finalone di regular season contro Oklahoma nella rivalità conosciuta come Bedlam. Oklahoma State non vince dal 2002 ed ha vinto solamente 15 dei 103 incontri (7 pareggi – ndr) disputati nella storia di questa lunga battaglia, e deve vendicare il 27-0 di passivo del 2009.

Anche in questo caso, la vittoria nella rivalità storica vale anche il titolo divisionale. E per i Cowboys, in un raro anno di disgrazia per Texas, l’occasione sembra essere proprio irripetibile, e capace di far dimenticare per un po’ tutte quelle pesanti sconfitte patite contro i Sooners fin dalla preistoria del football, quando ancora l’ateneo di Stillwater portava il nome di Oklahoma A&M Aggies ed avrebbe perso, a partire dal 1904, i primi 11 scontro consecutivi dello scontro che, per tradizione, assegna alla vincente l’acclamata campana di cristallo.

Sabato si gioca per quella, certo, ma anche per qualcosa di più importante.

Post By davelavarra (322 Posts)

Davide Lavarra, o Dave e basta se preferite, appassionato di Nfl ed Nba dal 1992, praticamente ossessionato dal football americano, che ho cominciato a seguire anche a livello di college dal 2005. Tifoso di Washington Redskins, Houston Rockets e Florida State Seminoles. Ho la fortuna di scrivere per questo bellissimo sito dal 2004.

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