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Si accende la corsa ai playoff in questa sette giorni di NBA. A ovest i Rockets infilano un filotto di quindici vittorie e distanziano Golden State, ma il bello arriva dopo. Tutte le posizioni tra la tre e la otto sono in bilico, e ogni giorno c’è da controllare il borsino delle azioni: Spurs e Timberwolves in calo, Jazz e Trail Blazers in risalita. Dall’altro lato del Mississippi, è avvincente la lotta per il primo posto tra Raptors e Celtics, mentre i Cavs – già finita la loro luna di miele? – battagliano coi Wizards orfani, ma non si direbbe, di John Wall. Un trailer degno della notte degli Oscar.

LUNEDÌ 26 FEBBRAIO – LA VITA SECONDO ANTHONY DAVIS

Il 50+15+5 è un club riservato a solo due soci: Anthony Davis e Bob McAdoo

Promesso, non sottovaluteremo mai più Anthony Davis. Si è parlato spesso di come la sua personalità poco appariscente lo tenga spesso lontano dalla luce dei riflettori, insieme a una carriera costellata da molti infortuni e pochi successi, ma mai come quest’anno il monociglio ha mostrato una determinazione da primo della classe, portando i mediocri Pelicans coi piedi ben saldi nella zona playoff – in mezzo a squadre più talentuose e meglio costruite.

La sua reazione d’orgoglio dopo il crac di Demarcus Cousins, con cui aveva sviluppato un’ottima intesa, è da applausi. Unico punto di riferimento dei compagni, comincia a inanellare statline che ci obbligano a chiamare in causa Wilt Chamberlain per trovare un confronto. Sì, l’NBA versione 2018 è destinata a battere diversi record coi suoi attacchi ipercinetici, ma al netto di questo: fateli voi 42 punti, 14 rimbalzi, 4 rubate e 3 stoppate in quattro vittorie consecutive, con una punta di 53 punti +18 rimbalzi raggiunti stanotte contro i Suns, per giunta in back to back.

MARTEDÌ 27 FEBBRAIO – CHICKS DIG THE LONG BALL

“Stupidi sexy tiratori”, semi-cit.

I nuovi Cavs, dopo il restauro di febbraio, incappano nei più classici growing pains che gettano una secchiata d’acqua fredda sugli entusiasmi iniziali. I segnali positivi ci sono, i buoni propositi anche, ma resta ancora del lavoro da fare. Con così poche partite di regular season rimaste in calendario, però, forse non basterà il tempo.
Nella notte Cleveland ha bisogno di 129 punti, più la canonica tripla doppia di James, per scrollarsi di dosso i modesti Nets, mentre nei giorni successivi si arrenderanno a Sixers e Nuggets. Fa ancora discutere intanto l’eco dei commenti dispensati da LeBron James sul finire della settimana precedente, dopo una sconfitta in diretta nazionale contro gli Spurs. Un banale rant rivolto all’operato degli arbitri, ma che invita a riflettere sullo stato tecnico del gioco. I giocatori come lui, ha detto James, che attaccano con aggressività il ferro, ricevono troppi pochi tiri liberi rispetto al passato, mentre gli occhi dei grigi sono tutti rivolti a chi tira da tre. “Chicks dig the long ball”, spiega LeBron sghignazzando, citando uno spot Nike del 1998 con tre All Star del baseball. Questione di moda, insomma, espressa con parole colorite che sono già materiale da meme. La polemica sa un po’ di “ai miei tempi qui era tutta campagna”, soprattutto se consideriamo quanto le squadre dello stesso James cavalchino la tendenza al tiro da tre, ma c’è del vero e alcuni colleghi, come Paul George, si sono uniti al coro.
La proverbiale coperta è spesso troppo corta. Con le nuove direttive volte a evitare pericolosi contatti in fase di atterraggio (vedi l’affaire Pachulia-Leonard) e replay ossessivi per ogni fallo in odore di antisportivo, si è persa un po’ di precisione nel valutare gli scontri sotto canestro. Lo dimostrano alcuni casi eclatanti, come una Raptors-Bucks che vede penalizzata Toronto per ben due volte in crunch time, mentre solo attaccanti smaliziati come James Harden riescono a guadagnarsi con costanza viaggi in lunetta, grazie al mestiere più che alla potenza.

MERCOLEDÌ 28 FEBBRAIO – NUOVE FRONTIERE DELL’ANKLE BREAKING

Come direbbe lo youtuber Chris Smoove, “Give that guy a map: where are you going?”

Intendiamoci. Il fair play è un segno di civiltà, la sportività tra giocatori è sempre bella da vedere e non proviamo nostalgia per risse in stile Malice at the Palace. Qualche momento di puro disrespect, però, fa parte del DNA di questo gioco, come la giusta dose di trash talking, e c’è un motivo se tra le giocate riproposte con più frequenza negli highlights troviamo il famigerato stepover di Allen Iverson su Tyronn Lue o la schiacciata tonante di Shawn Kemp che atterra e punta il dito sul malcapitato Alton Lister.

Ecco, da oggi all’elenco possiamo aggiungere un terzo reperto che, siamo sicuri, ci accompagnerà per lustri. Lo scenario è particolarmente accattivante: si tratta della riedizione di quel Clippers-Rockets che un paio di mesi fa ci aveva intrattenuto con spintoni, cattivi sentimenti e una spedizione punitiva nel post-partita. Stavolta i toni sono più blandi, il passaggio segreto negli spogliatoi è stato sigillato e i Rockets vincono in scioltezza. Al minuto 11 del primo quarto, James Harden invita Wesley Johnson a una danza sul perimetro, ma il Clipper non conosce i passi e finisce sul parquet. Harden raccoglie il palleggio, pregusta il momento con l’acquolina in bocca, butta un’occhiata all’avversario caduto, tira e segna.

 

GIOVEDÌ 1 MARZO – IL RE E IL PRINCIPE

Non era proprio quello che Sam Hinkie aveva in mente, ma quando c’è un giro un five-star recruit vale la pena provarci

Dicevamo dei dolori dei giovani Cavs: nella notte, però, il 108 a 97 in favore di Philly è da imputare a un’ottima prestazione dei Sixers più che ai limiti di Cleveland. Ben Simmons sfiora la tripla doppia e difende alla grande su LeBron, Joel Embiid detta legge sotto canestro, i cecchini pungono dall’arco. Il potenziale a disposizione di coach Brett Brown è tra i più intriganti della lega, con un mix unico di stazza e talento, e più di un analista considera i Sixers un’autentica mina vagante in ottica playoff.

L’appuntamento del Wells Fargo Center aveva un altro motivo d’interesse. La città dell’amore fraterno ha avviato ufficialmente la campagna di recruiting per la prossima free agency di LeBron James, accogliendolo con due cartelloni formato gigante. Tra le destinazioni papabili, Philadelphia è senza dubbio tra le più realistiche e affascinanti. Cleveland non ci sta e risponde col suo cartellone, ma intanto lo stesso James gigioneggia coi fan pubblicando un tweet smielato nei confronti di Simmons, suo figlioccio ed erede in campo. Next in line, lo descrive. I due hanno lo stesso agente e potrebbe trattarsi, in fondo, di una mera manovra di marketing: sognare, tuttavia, non costa nulla.

VENERDÌ 2 MARZO – UTAH SALE, MINNESOTA SCENDE

Jeff Teague si candida come safety per la prossima stagione NFL con un buon tackle su Ricky Rubio: i New Orleans Saints lo tengono d’occhio per sostituire Marcus Williams

Animi tesi in Minnesota. L’infortunio di Jimmy Butler si è rivelato meno grave di quanto temuto, ma costringerà nondimeno l’ex-Bulls lontano dal parquet per qualche partita e i compagni, già sfiancati dai ritmi forsennati che impone coach Thibodeau, non l’hanno presa bene. Dopo un solido mese di gennaio che li proiettava ai piani alti della Western Conference, qualche sconfitta di troppo li vede aggrappati con le unghie e con i denti alla quarta piazza nella playoff race. Galeotta è la trasferta nel nord ovest, e le due L consecutive fanno male perché arricchiscono il bottino di due avversarie dirette: Portland Trail Blazers e Utah Jazz. Proprio i ragazzi di coach Snyder risalgono con prepotenza la china; chiusa la striscia di 11 successi consecutivi, ritrovano subito il sorriso sulle spalle di Donovan Mitchell e Rudy Gobert. Alla sirena il tabellone dice 116 a 108 per i Mormoni. Serata nervosa per i Timberwolves: Karl Anthony Towns va sotto la doccia in anticipo, colpevole di proteste, Jeff Teague va a fargli compagnia quando esegue un placcaggio su Ricky Rubio in contropiede.

Nella notte, a confermare l’arringa difensiva del compagno Kevin Durant (“Zaza non è un giocatore sporco, è solo imbranato”), il flagello Pachulia si abbatte sulla caviglia di Steph Curry e per poco non lo infortuna.

SABATO 3 MARZO – 48 MINUTI DI FUOCO AL TOYOTA CENTER

Dopo tre anni di Cleveland-Golden State, forse potremmo meritarci delle Finals inedite

Il consueto report sulla partita della settimana si sposta a Houston, Texas, dove i Celtics recitano la parte degli ospiti. C’è già qualcuno che pensa a un antipasto delle Finals, e in effetti lo spettacolo non tradisce le aspettative. In un precedente di pochi mesi fa Boston usciva vincitrice in un finale convulso, segnato da due falli in attacco di James Harden su Marcus Smart. Anche stavolta la tensione è protagonista in crunch time. Dopo 46 minuti di equilibrio i Celtics di disuniscono; il duo Paul-Ariza trasforma due palloni rubati nei cinque punti che mancavano per operare il sorpasso e la striscia di vittorie consecutive sfonda quota 15. In un serata di cattive percentuali al tiro per le stelle Irving e Harden, la differenza la fanno i 29 punti di Eric Gordon dalla panchina, mentre la bench mob di Brad Stevens accumula addirittura 67 punti complessivi.

Due i verdetti alla sirena. I Rockets sono in forma eccezionale e non hanno alcuna paura nel presentarsi ai playoff come squadra da battere. Boston, nonostante abbia tirato il fiato dopo gli eccezionali primi mesi, può giocarsela con le prime della classe. Da segnalare Gordon Hayward che stuzzica i fan con nuovi, incoraggianti video sulla sua riabilitazione, ma coach Stevens si è già affrettato a chiudere la porta. Per questa stagione non se ne parla: i Celtics sono un’automobile costruita per vincere alla distanza.

DOMENICA 4 MARZO – AND THE WINNER IS… KOBE!

Un vero vincente non si ferma mai. Congratulazioni, Kobe

Agenda fittissima per questa domenica notte: elezioni politiche, maratona Mentana e cerimonia degli Oscar. Concentriamoci su quest’ultima, perché Kobe Bryant porta a casa la statuetta per il miglior corto d’animazione, Dear Basketball, scritto e diretto insieme a Glen Keane. La bacheca di casa Bryant è già parecchio affollata di premi, ma siamo sicuri che sposterà di qualche centimetro trofei di MVP e anelli pur di far spazio a questo riconoscimento, che è un po’ il simbolo del Kobe che abbiamo imparato ad apprezzare dopo il ritiro: carico di energie per inseguire nuovi obiettivi e ispirare gli altri.

Sul palco del Dolby Theater, Kobe si mostra a suo agio e ci regala persino qualche parola in italiano quando ringrazia moglie e figlie. Un intervento breve ma pungente, come il morso del mamba: “come giocatore di pallacanestro forse dovrei stare zitto e palleggiare, ma sono felice di avere la possibilità di fare qualcosa in più”.

Si chiude qui questa legislatura ehm, questa puntata di 7for7. Appuntamento a lunedì prossimo per apprendere di altri mirabolanti eventi dalla penna di un Giorgio Barbareschi che ha appena compiuto gli anni (ma non vi diciamo quanti). To be continued

Post By Andrea Cassini (102 Posts)

Scrittore e giornalista in erba - nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall'ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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One thought on “7for7 La settimana in NBA (Ep. 9)

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