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La stagione NBA è finita con la meritata vittoria dei Toronto Raptors, capaci di superare nei playoff “ufficiali” la resistenza dei campioni in carica di Golden State e delle altre franchigie qualificatesi per la postseason.

Ma esistono degli altri playoff, ben più importanti di quelli giocati, che coinvolgono i migliori (o peggiori) episodi di ignoranza cestistica occorsi nella stagione NBA 2018/19. 7for7 torna perciò a farvi visita prima delle vostre tanto agognate vacanze estive e vi regala la miglior lettura che possiate trovare al di fuori dell’ultimo libro di Fabio Volo.

Dopo un’attenta selezione, abbiamo sistemato queste 16 perle in un tabellone a eliminazione diretta e ve li raccontiamo uno per uno, fino ad arrivare a una finale per la quale (come da tradizione) lasciamo a voi l’onore di decretare il vincitore nei commenti in fondo all’articolo.

Consci di questa enorme responsabilità, siamo sicuri che saprete scegliete con attenzione. Let’s go!

 

PRIMO TURNO: GLI ELIMINATI

 

La risata satanica di Kawhi Leonard

Kawhi Leonard è l’uomo del momento in NBA. Prestazioni in stile Terminator nei playoff, Finals da MVP e da protagonista, poi come ha tirato le fila della pazza free agency 2019, tramando nell’ombra (certo che è un gran bel recruiter, per essere uno che non parla mai) per portare Paul George con sé ai Clippers. La stagione di Leonard a Toronto è stata qualcosa di unico. All’inizio, sembrava un’estradizione punitiva nel freddo Nord, per lui che desiderava i caldi lidi natii della California.

Un affitto di dodici mesi (come in effetti è stato) per poi scegliersi la destinazione preferita come free agent. A onor del vero, Leonard non si è mai dimostrato particolarmente partecipativo con i compagni, né emotivamente legato all’appassionata tifoseria di Toronto. Eppure, nonostante le premesse da separati in casa, Kawhi ha dato il massimo ogni sera e ha trascinato i Raptors addirittura all’anello, proiettando Toronto nella storia e se stesso tra i Top 5 della lega. A questo punto era liberissimo di andarsene e i canadesi gli avrebbero fatto una statua comunque.

Ma torniamo a dare un’occhiata a dove tutto ebbe inizio. Nella conferenza di presentazione, Leonard si dichiara un “fun guy” per poi esibirsi in un’agghiacciante risata, poi riproposta in montaggi video, dagli altoparlanti delle arene e persino nella parata della vittoria. Con il senno di poi, era una dichiarazione di guerra, ma noi siamo coraggiosi ed eliminiamo Kawhi al primo turno.

Canzone dell’anno. Non si accettano discussioni. The board man gets paid NOW

 

The other Zion

Durante la pausa dell’All Star Break, gli appassionati di basket americano hanno potuto virare i loro interessi verso la NCAA, nello specifico verso la classifca sfida tra Duke e Kentucky che quest’anno vedeva alzarsi i prezzi dei biglietti oltre ogni consuetudine. Motivo? Lo Zion Williamson Show lo vedi una volta sola. Peccato che in questa occasione lo spettacolo è durato trenta secondi, ancora meno degli 11 minuti dell’esordio in Summer League con New Orleans. Il tempo per il mastondontico Zion per infortunarsi (non gravemente, per fortuna) a causa dell’incredibile “scoppio” di una delle sue Nike.

Inutile dire che le azioni della società di Portland abbiano accusato il colpo sul mercato, mentre si impennavano le possibilità di Adidas di accaparrarsi la probabile prima scelta del prossimo draft. Sul web, una volta rasserenatisi gli animi sulle condizioni di Zion, è stato un fiorire di battute. Un tweet suggeriva che la Nike avesse licenziato il bambino di otto anni responsabile delle scarpe di Zion (stoccata precisissima), ma il campione è la nostra vecchia conoscenza Carlos Boozer che si prodiga nell’augurare una buona guarigione al giocatore. Solo che in realtà scrive a un parco naturale dello Utah. E questi gli rispondono pure. Tutto, come sempre, molto bello – ma non abbastanza per raggiungere le nostre semifinali.

Le buone intenzioni c’erano tutte, i risultati un po’ meno

 

Stepover Mario

Non è un bel momento per essere tifosi dei New York Knicks. Nell’estate hanno preso palo al draft (anche se RJ Barrett è un bell’accontentarsi) e un bel rimpallo + traversa + linea di porta con le firme di Kyrie Irving e Kevin Durant per i dirimpettai di Brooklyn. Fallito il colpo grosso, per il quale era stato sacrificato già mesi fa il contratto di Porzingis, il progetto tecnico della dirigenza Knicks è diventato: “Prendiamo chi è ancora disponibile“.

Ma insomma, New York si può consolare ripensando ai fasti della stagione appena trascorsa, non certo per le vittorie sul campo, quanto nelle numerose menzioni conquistate nella nostra rubrica. Un coach sopra le righe e con qualche citazione di culto nel carniere come David Fitzdale. Idoli delle statistiche inutili, come Enes Kanter. Emuli iversoniani, leggasi Trey Burke. Rotazioni folli, quintetti imprevedibili e una collezione di bidoni da rilanciare di cui Mario Hezonja è la punta di diamante.

Un po’ di storia: Hezonja, croato, arriva in NBA dal Barcellona nel 2015, scelto come quinta assoluta, e c’è chi giura che farà sfracelli. Nulla di tutto ciò. Tre anonimissimi anni ai Magic dopo, eccolo nella vittoria dei Knicks contro i Bucks all’overtime. Scatto imperioso in campo aperto, sgomitata su Middleton, decollo e schiacciata dell’anno sulla testa di Giannis Antetokounmpo, che non arriva in tempo per la chasedown block di lebroniana memoria. Dopo l’atterraggio, col greco a terra, ad Hezonja scatta il disrespect. Lo scavalca come fece Allen Iverson su Tyronn Lue e Trey Burke, a guardarlo, deve aver avuto un orgasmo. Detto ciò, consideriamo le statistiche del buon Mario per l’intero incontro: 12 minuti in campo, due tiri, due palle perse, un canestro. Quello. Pregevole anche il commento post-partita di Giannis. “La prossima volta gli dò un pugno”.

Ciao Mario, tutto molto bello, ma adesso vai pure a Portland a guadagnarti le tue due lire: intanto il tuo cammino nei playoff ignoranti si ferma qui

 

Complimenti per la trasmissione

La stagione dei Boston Celtics è andata decisamente peggio delle aspettative, e alla fine la maggior parte delle colpe sono ricadute su Kyrie Irving. Qualche prestazione di spicco non è bastata a far dimenticare la leadership traballante (con accuse, più o meno velate, ai compagni) e la marcia indietro sul giuramento di fedeltà alla squadra (a inizio stagione dichiarava che avrebbe rifirmato con Boston, in realtà se n’è andato a Brookyln senza nemmeno salutare) ma la dirigenza non l’ha certo trattenuto per la manica, memore della sua pessima prestazione al tiro nella serie perdente contro Milwaukee e già pronta a consolarsi con Kemba Walker.

Alla luce di tutto questo e considerando il suo carattere “particolare”, è facile immaginare che Kyrie si senta invece dalla parte del giusto e abbia degli unfinished business nei confronti della città. Ecco quindi che la teoria del complotto che coinvolge lui stesso, questa volta pare non così lontana dalla realtà. I fatti: ad uno show radiofonico di Boston, il Zolak & Bertrand Show, tale “Mickey, da Waltham“, chiama al telefono e prende le difese di Irving. I fan non l’hanno accolto come meritava, questo il succo del discorso, e lui ha fatto bene ad andarsene. Pochi minuti e il Twitterverso si scatena, analizzando al microscopio i segmenti audio. La voce di Mikey da Waltham ha una singolare somiglianza con quella di Kyrie. Nessuna conferma nè smentita dal diretto interessato. Per questo motivo non possiamo promuovere la storia al prossimo turno del tabellone, ma we want to believe.

Che sia vero o meno, tutta pubblicità per gli illustri Zolak & Bertrand

 

All by my Goga

I satelliti sono quei corpi celesti che orbitano intorno a pianeti o asteriodi, attratti dall’interazione gravitazionale. La stessa cosa accade, su scala molto più grande, tra i pianeti e la stella al centro del sistema solare. E accade anche, su scala più piccola, quando la sera del Draft c’è Zion Williamson e tutti i giornalisti si affollano per scattare foto e porgli domande. Effettivamente il buon Zion è un valido centro di gravità già per il suo peso specifico, ma oltre a questo si è rapidamente imposto come scelta numero uno, senza discussioni, e protagonista assoluto del draft.

Eccolo qui, seduto al suo banchino, tutto sorridente coi reporter assiepati e i flash abbaglianti. Due passi più in là, il vero soggetto di questo scatto, magnifico per carica poetica: il georgiano Goga Bitadze, appena visto al Budućnost e poi scelto alla 18 da Indiana, solo soletto come se vendesse limonata, che guarda Zion con una tristezza in grado di catturare la compassione di personaggi del calibro di Dwyane Wade.

Non mi dà fastidio“, dirà lui, giustamente agguerrito. “Mi dà solo una motivazione in più“. Il prossimo anno, vogliamo vederlo almeno alle semifinali dei nostri playoff ignoranti, dunque.

Friendzone level: Goga Bitadze

 

Magic Johnson fancazzista in ufficio

La stagione dei Los Angeles Lakers, ormai lo sappiamo, non è andata come nelle più rosee aspettative. Neanche come nelle meno rosee, in verità. Ad aggiungere il sale sulla ferita ci sono state, appena prima della fine della regular season, le dimissioni di Magic Johnson dalla carica di President of Basketball Operations.

Dimissioni che sono arrivate a ciel sereno e sono state da Magic annunciate a mezzo stampa senza nemmeno una chiamata di cortesia al General Manger Rob Pelinka o alla proprietaria Jeanie Buss, evidentemente segno di un non proprio idilliaco rapporto con gli altri due membri della triade dirigenziale.

Magic ha spiegato ai giornalisti che non si è sentito libero, vista la posizione che occupava, di esprimersi e di muoversi sul mercato come avrebbe voluto, ma alcune testimonianze gettano alcune ombre sul reale impegno profuso dall’Hall of Famer nell’esercizio delle sue mansioni.

A quanto pare infatti diversi colleghi del buon Magic lo hanno descritto come sostanziale desaparecido dagli uffici della franchigia, probabilmente troppo impegnato a seguire i suoi tanti impegni extra-cestistici (la Magic Johnson Enterprises è valutata oltre 1 miliardo di dollari e possiede quote rilevanti sia dei Dodgers che dei Los Angeles FC). In pratica Johnson un c’aveva voja de laurà, il che lo rende più o meno uguale alla stragrande maggioranza di tutti noi, perlomeno il lunedì mattina. Ecco, magari lui veniva soltanto pagato un po’ di più, motivo per cui non ci sentiamo di premiarlo con il passaggio alle semifinali di conference.

Un applauso di solidarietà al nostro novello Stakanov

 

Un Lance Stephenson per tutte le stagioni

Parliamo ancora di Lakers, ma per pietà verso i loro tifosi non di basket giocato. Tra i numerosi cervelloni (Rondo, McGee, Beasley, etc.) che i gialloviola poteva vantare a roster nella passata stagione, un posto d’onore spetta ovviamente al grande Lance Stephenson, le cui prodezze sono state ingiustamente sottostimate da quell’insipiente di Luke Walton che lo ha relegato troppo spesso negli ultimi posti della panchina.

Ma l’infinita energia di Lance non è in alcun modo arginabile e lui ha compresso tutto quanto nei pochi minuti stagionali che gli sono stati concessi, finendo per rendere ogni sua apparizione sul parquet un evento da seguire con rapita ammirazione.

Non potendo più soffiare nelle orecchie di LeBron, ormai divenuto suo compagno di squadra, Lance ha deciso di introdurre una serie di balletti ed esultante varie ad ogni giocata degna di nota eseguita sul parquet. Il suo Gronchi Rosa è stata però la finta con cui ha mandato clamorosamente al bar il povero Jeff Green, un letale crossover che ha causato un’incontenibile esultanza da parte dei suoi compagni della panchina. Compagni tra cui non ci pare di scorgere LeBron, che temiamo al momento non fosse dell’umore giusto per festeggiare la sua prima assenza dai playoff dai tempi delle scuole elementari. Ma Lance è pur sempre Lance, purtroppo per lui però non basta per passare il primo turno.

È assolutamente inspiegabile che un giocatore così non abbia ancora una squadra per la prossima stagione

 

Jimmy Butler contro i Minnesota Timberwolves

Il divorzio di inizio stagione tra Jimmy Butler e i Timberwolves è stata una vera e propria telenovela che ci ha tenuto compagnia per tutte le prime settimane della stagione. Prima la richiesta di trade, a conferma di certi rumors sulla crescente antipatia tra lui e Karl-Anthony Towns; poi Tom Thibodeau che rifiuta qualsiasi offerta tra cui un accordo da finalizzare con Miami che gli regala anche un bel vaffa da parte di Pat Riley; infine ancora Butler che si presenta in allenamento col testosterone a mille, raccoglie seconde e terze linee per sfidare – e battere – i titolari in una partitella condendo il tutto con un “You can’t win without me”, urlato in faccia a Thibs e il resto della dirigenza di TWolves.

La storia ci racconta che alla fine Jimmy Buckets è stato spedito ai Philadelphia 76ers (in cambio di Robert Covington, Dario Saric, Jarryd Bayless e una scelta del secondo turno al Draft 2022) dove la sua stagione sì è conclusa mestamente dopo quattro rimbalzi sul ferro e il canestro di Leonard che ha mandato i titoli di coda sulla sua esperienza in Pennysylvania. Ora Butler riparte da Miami dove trova finalmente la sua controparte ideale in Pat Riley, per fortuna che gli hanno mandato via Whiteside altrimenti al primo allenamento sarebbero già volati schiaffoni.

E i Timberwolves? Beh, sono ancora al punto di partenza: Towns non è sacrificabile, visto il contratto oneroso fresco di firma, Andrew Wiggins ha la stessa determinazione di Ralph Winchester che tifa per la banana nel bus dei Simpson e Teague è stato offerto in giro a mezza NBA ma non è stato cagato di striscio. Tutto il resto è noia e per il futuro si prospetta una interessantissima stagione in lotta per il dodicesimo o tredicesimo posto ad Ovest, quindi già un primo turno dei playoff ignoranti per la franchigia del Minnesota può essere considerato un grande successo.

Momento top della stagione: Jimmy che in panchina esulta assieme ai tifosi avversari contro la sua stessa squadra

 

SECONDO TURNO: GLI ELIMINATI

 

Who’s your daddy?

Nella puntata del 24 marzo abbiamo fatto gli auguri a Will Barton, dei Denver Nuggets, che è diventato papà per due volte a distanza di dieci giorni. Non si è trattato di un parto gemellare particolarmente lento: è che nove mesi prima il buon Will doveva essere parecchio in forma e ha lanciato il game-winner a fil di sirena con due donne diverse. Ci sembrava importante riportare il fatto, ma la corsa di Will Barton nel nostro tabellone si ferma qui, visto che la condotta amorosa libertina conta già precedenti illustri in NBA: se Lou Williams è notoriamente bigamo, Tristan Thompson punta addirittura all’eptagamia. Per non parlare di Dwight Howard che deve aver capito male in cosa consistesse il 5×5, la ricca statline che tanto piaceva ad Andrei Kirilenko, e ha finito per fare cinque figli con cinque donne diverse.

Alla voce professione delle due mamme c’è scritto “modelle di Instagram”, ma vista la sobrietà io abbonderei con le virgolette

 

DeAndre Jordan come Paul McCartney

Poco dopo l’inizio della stagione NBA 2018/19 noi di 7for7 abbiamo fatto una scoperta sconvolgente: DeAndre Jordan è morto durante l’estate ed è stato sostituito da un sosia. Detta così potrebbe sembrare una follia, ma è l’unica spiegazione logica che abbiamo trovato per giustificare il fatto che DAJ, titolare di una media in carriera ai tiri liberi che prima dello scorso ottobre recitava un impietoso 45%, abbia sviluppato una meccanica di tiro tecnicamente perfetta da far invidia a Ray Allen.

Nelle prime due settimane di regular season Jordan ha convertito i suoi tiri dalla lunetta con l’84,6%, che all’epoca lo poneva al 14esimo posto assoluto nella NBA davanti a gente tipo Jimmy Butler, CJ McCollum o addirittura Kemba Walker. 26 liberi realizzati sui primi 30 tentati, compreso un 8/9 contro degli increduli Toronto Raptors. Poi qualcuno tra quelli che hanno organizzato questo scambio di identità deve aver detto al sosia che non era il caso di esagerare e le percentuali sono leggermente calate, ma il “nuovo” Jordan ha chiuso comunque la stagione con un complessivo 70,4% letteralmente impronosticabile solo fino a qualche mese fa.

Ripeto, la sostituzione di DeAndre con un sosia è l’unica spiegazione possibile. D’altra parte la stessa cosa è già stata fatta con Paul McCartney, quindi il tutto è perfettamente plausibile. Purtroppo però per guadagnarsi le finali di conference non è abbastanza.

Secondo voi KD avrà capito che il suo amico Jordan non è più il suo amico Jordan?

 

Halleluka

Ora, se avete seguito questa rubrica durante nel corso della stagione ormai saprete che il nostro sogno nel cassetto era quello di realizzare una puntata speciale di questa rubrica chiamata 77for77, interamente dedicata a quel fenomeno che risponde al nome di Luka Doncic.

E non è che non avremmo avuto materiale a sufficienza, perché tra:

di carne al fuoco in soli 12 mesi il buon Doncic ne ha messa parecchia.

Ma da bravi giornalisti abbiamo preferito nasconderci dietro un velo di apparente imparzialità e anche stavolta ci limitiamo a concedere all’Halleluka, ossia l’inno composto in onore del campione sloveno, solo il passaggio del primo turno, sicuri che ci saranno ulteriori occasioni in futuro per glorificare i successi del nostro eroe sloveno.

Ok l’imparzialità, ma un Grammy a questa roba qui non vogliamo darlo?

 

Dragster race tra neonati

Gli americani sono i numeri uno dell’intrattenimento. Negli USA andare al palazzetto o allo stadio significa partecipare ad uno spettacolo che non si limita allo sport giocato ma che vuole coinvolgere il pubblico anche nelle pause delle partite.

Ecco, diciamo però che non sempre si può avere l’Halftime Show del Super Bowl, quindi le franchigie si devono ingegnare con soluzioni low cost ormai trite e ritrite, tipo la kiss cam, l’esibizione del cane equilibrista o della banda della scuola locale.

Se però l’event manager della franchigia è dotato di particolare fantasia e probabilmente ha terminato le idee dignitose un paio di stagioni fa, ecco che diventa possibile assistere ad eventi memorabili come questa iper-competitiva gattonata tra neonati organizzata dagli Indiana Pacers nell’intervallo di una delle loro partite.

Il piccolo tifoso dei Pacers C.J. se fosse stato in grado di parlare avrebbe probabilmente proferito un roboante “I’m the fastest baby-boy on the planet” dopo aver stracciato gli avversari lasciandoli agevolmente tutti nella polvere. Mentre gli altri bimbi rimanevano impalati come dei bradipi ai nastri di partenza, il prode CJ si è infatti lanciato in una fuga solitaria verso la vittoria finale dove ad attenderlo c’erano le braccia amorevoli della mamma e l’imperitura gloria in saecula saeculorum.

Purtroppo C.J. il tuo scatto non basta per farti arrivare in finale di conference, ma noi di 7for7 abbiamo apprezzato il tuo sforzo.

Only. In. America.

 

FINALI DI CONFERENCE: GLI ELIMINATI

 

Il magico mondo di Enes Kanter

Enes Kanter, uno degli idoli assoluti di questa redazione, ha avuto una stagione decisamente movimentata. Prima l’ennesima polemica di natura politica, quando il lungo ormai ex-Knicks aveva dichiarato di non voler seguire la squadra nella trasferta londinese per la partita contro i Wizards per il timore che il presidente turco Erdogan avesse messo in azione le sue spie per catturarlo o, peggio, ucciderlo. Poi la trade che l’ha portato ai Portland Trail Blazers con i quali ha disputato degli ottimi playoff sostituendo decorosamente (difesa a parte) l’infortunato Jusuf Nurkic.

Ma il momento clou della stagione di Enes è stata senza dubbio la sfida vinta con i compagni di squadra newyorkesi, che lo avevano sfidato a mangiare una devastante combo di sette hamburger + patatine fritte, in un’edizione artigianale del mitico programma televisivo Man vs Food. Kanterone ovviamente non si è tirato indietro, concludendo da vincitore la sfida e immortalando il tutto su Instagram. Qualche ora dopo arriva il verdetto del gastroenterologo e Kanter salta la successiva partita dei Knicks causa indigestione.

Immaginiamo la felicità della dirigenza newyorkese, ma cos’è una misera partita al confronto dell’imperitura gloria?

Beccati questo Adam Richman!

 

I pronostici ammazzatutti di Paul Pierce

Paul Pierce è stato un grande, grande giocatore. 15 stagioni ai Celtics, lo storico titolo del 2008 condito dal titolo di MVP delle Finals e gli oltre 26.000 punti segnati in carriera bastano per certificarne lo status di uno dei migliori giocatori della sua generazione. Ci permettiamo però di avere qualche dubbio in più sulla sua carriera di telecronista sportivo, non tanto perche Double P non abbia la parlantina necessaria per stare davanti alle telecamere, quanto proprio perchè ne ha perfino troppa.

A quanto pare infatti Pierce è uno di quegli ex giocatori (il Gran Visir assoluto della categoria è Sir Charles Barkley) che una volta passati dall’altra parte della barricata sentono l’irrefrenabile di dire la loro su qualunque cosa, che si tratti di lanciare frecciatine a Dwyane Wade su chi sia stato il più forte tra i due o di criticare il valore delle statistiche avanzate alla MIT Sloan Analytics Conference. Negli ultimi playoff, The Truth non ha mancato inoltre di sparare delle vere e proprie sentenze di morte. Nell’ordine:

  • “This series is over” dopo la vittoria di Boston in Gara 1 delle semifinali ad Est. Risultato: 4 vittorie consecutive dei Bucks e i Celtics vanno a casa
  • “They win in a blowout fashion” rivolto ai Rockets prima di gara 6 delle semifinali ad Ovest. Risultato: i Warriors vincono 118-113 e i Rockets vanno a casa
  • “Bucks got this” con Milwakee sul 2-0 nella finale della Eastern Conference. Risultato: 4 vittorie consecutive dei Raptors e i Bucks vanno a casa

A quel punto Pierce si era ampiamente conquistato il badge di portasfiga ambulante ed era in corsa per la vittoria nei nostri playoff ignoranti. Purtroppo però l’ultimo suo pronostico che aveva indicato i Raptors come vincenti nelle NBA Finals per 4 gare a 2 si è concretizzato e, nonostante abbia cercato di recuperare terreno raccontando che la sua famosa wheelchair entrance in Gara 1 della finale NBA 2008 era stato legata non tanto ad un infortunio quanto ad un impellente bisogno di andare in bagno, il suo viaggio verso la gloria si ferma in finale di conference. Bel tentativo Paul, purtroppo c’è chi ha fatto meglio di te.

E pensare che il povero Charlie Villanueva è ancora senza water dopo il furto dello scorso anno

 

LA FINALE

 

L’importanza di chiamarsi Brooks

Chi ci ha seguiti per tutta la scorsa stagione, oltre a possedere una sospetta tendenza per il masochismo, saprà bene come i nostri feticci preferiti siano stati i New York Knicks e i Washington Wizards, sempre pronti a passarsi il testimone dell’ignoranza da una settimana all’altra. Ma con questo capolavoro messo in piedi da Ernie Grunfeld alla trade deadline, crediamo che Washington abbia piazzato la stoccata vincente e per questo degna della nostra finale. Ecco i fatti, in ordine cronologico, come presentati da sua maestà Adrian Wojnarowski.

I Phoenix Suns, abbandonata ogni velleità di vincere partite come ormai accade da tempo immemore, hanno messo Trevor Ariza sul mercato per accelerare il rebuilding. Andrà sicuramente a rinforzare qualche contender, si pensava, o magari ai Lakers che lo accoglierebbero a braccia aperte. Invece, per motivi indecifrabili, nella trattativa s’inseriscono di prepotenza i Wizards e imbastiscono una trade a tre squadre per far quadrare i conti. Alle 20:09 del 15 dicembre, Woj twitta il piatto forte dello scambio: Ariza a Washington, Kelly Oubre e Austin Rivers a Memphis, scelte ai Phoenix Suns. Alle 20:21 eccolo precisare i dettagli: nell’accordo ci sono due scelte al secondo giro più Wayne Selden e Dillon Brooks, tutti diretti in Arizona. Un minuto dopo, il colpo di scena: non è Dillon, ma MarShon Brooks. Quello che sembra un semplice refuso si trasforma rapidamente in un gigantesco equivoco, con Woj e colleghi che si scambiano decine di tweet ad avvalorare le diverse versioni.

Alle 21 passate arriva, la verità. I Suns credevano di prendere Dillon Brooks, invece i Grizzlies avevano offerto MarShon. The deal is dead, twitta Woj mettendo la pietra tombale alla vicenda, ma un anonimo GM aggiunge: forse i Wizards avrebbero dovuto mettere sul piatto coach Scott Brooks, per sparigliare le carte.

Morale della storia: il giorno dopo i Wizards studiano un’altra trade per arrivare a Trevor Ariza spedendo a Phoenix il solo Kelly Oubre, perché quando hai annunciato il rebuilding e messo sul mercato il tuo intero roster il modo migliore per cominciare è accollarsi il contratto di un role player veterano salutando uno dei tuoi giovani più promettenti e regalando qualche scelta al draft. Good job, Ernie.

In quest’immagine esclusiva, l’incontro tra Dillon e MarShon Brooks nello spogliatoio dei Grizzlies dopo l’annuncio della trade coi Suns

 

Started from the bottom, now we’re here

Lo sappiamo, è stato l’anno dei Toronto Raptors, ma per noi di 7for7 è stato soprattutto l’anno di Drake. Non perché ci piaccia particolarmente la sua musica, ma perché le sue fanfaronate a bordocampo, che ci hanno sempre appassionati, si sono alzate sensibilmente di livello con l’aumentare delle ambizioni della sua squadra del cuore. E poi, a forza di prenderlo in giro per la famigerata Drake Curse che lo perseguitava (tutti i team per cui faceva il tifo finivano per perdere malamente, in primis proprio i suoi Raptors), avevamo finito per provare compassione nei suoi confronti. E infatti, Drake e i Raptors chiudono la stagione conquistando l’anello con la più roboante delle Curse Breaker; e chissà se, ora che ci ha preso gusto, non vada avanti a conquistare anche la nostra corona dell’ignoranza.

Vediamo un rapido elenco delle sue migliori prestazioni, purtoppo tutte non possiamo citarle altrimenti ci servirebbe un episodio apposito (che comunque, probabilmente, prima o poi faremo davvero):

  • Il primo di giugno, con una bella foto che li ritrae affiancati, Drake fa i suoi migliori auguri al campione di boxe Anthony Joshua. Poche ore dopo, perderà la cintura in uno degli shock sportivi più grandi dell’anno, a favore del rotondo Andy Ruiz Jr. – ma era solo l’ultimo colpo di coda della Curse, vicina a spezzarsi per sempre.
  • Durante le finali della Eastern Conference, Drake è particolarmente esagitato sul parquet casalingo; d’altronde la rimonta dei Raptors, che concluderanno per 4-2, è esaltante. In un’occasione però esagera con l’entusiasmo e si propone come massaggiatore personale di coach Nick Nurse, alleviandogli la tensione sulle spalle – il che stimola molte discussioni in giro per la lega insieme alla reprimenda del commissioner Adam Silver.
  • Per le Finals, manco a dirlo, Drake è carichissimo – se non fosse che in passato si è professato fan degli stessi Golden State Warriors – ed ha persino due tatuaggi dedicati a Steph Curry e Kevin Durant. Nessun problema, basta coprirli con una fascetta, insieme alla maglietta old school del padre di Steph, Dell, sfoggiata in Gara 1 a Toronto. Memorabili anche gli scambi a distanza con Steve Kerr (“Drake non mi fa paura, I called him on his cell phone“) e Draymond Green (“Perché preoccuparsi di Drake, non scende mica in campo?”) e poi da vicino, con dell’audace trash talking diretto proprio a Steph e KD.
  • Toronto conquista l’anello in gara 6, in trasferta a Oakland, e Drake segue la partita dal Jurassic Park di Toronto, insieme alle altre migliaia di fan. Quando esce dal suo box e va incontro alla folla e ai giornalisti, sembra che la partita l’abbia appena giocata lui. Parla della squadra al “noi”, e poi si lancia in una specie di freestyle, non prima di essersi posizionato in posa drammatica, con lo sguardo rivolto al cielo, tanto che qualcuno si domanda: ma Drake si scrive i testi sul tetto?
  • Per convincere Kawhi Leonard a restare a Toronto, la città non ha badato a spese né si è trattenuta con l’entusiasmo, da offerte di cibo gratis a improbabili azioni di spionaggio per intercettarne i movimenti. Drake, per non farsi mancare niente, gli aveva offerto di “rinforzare” la proposta economica della squadra con un ruolo di spicco nella propria casa di produzione. Resta da capire se la cosa sia legale o meno, fatto sta che Leonard si è un po’ stufato e ha cambiato aria.

Te ne abbiamo dette tante, Drake, ma l’anello dei Raptors è anche un po’ tuo

 

Come detto il nostro lavoro si ferma qui. A voi l’onere e l’onore di decidere quale sia l’episodio più ignorante della NBA 2018/19, il cui nome verrà inserito nell’albo d’oro della nostra competizione a fianco del semi-plebiscitario vincitore dello scorso anno, l’immortale J.R. Smith con la sua proverbiale capacità di dimenticarsi il punteggio proprio sul più bello.

Con 7for7 ci si rivede (speriamo) nella prossima stagione, nel frattempo buone vacanze da Giorgio e Andrea. See ya guys!

 

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2 thoughts on “7for7 Episodio speciale: i playoff ignoranti della NBA 2018/19

  1. Bella la Dragster race tra neonati, splendidi i pronostici della verità, come del resto sono splendidi i figli di Barton, ma il caso Brooks vs Brooks vince a mani basse

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