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Gli anni trascorsi da James Harden in Texas vanno aumentando, mentre i Playoffs degli Houston Rockets somigliano sempre più sinistramente ad una versione cestistica del Giorno della Marmotta; una coazione a ripetere più visibile nel come Barba & Soci concludono le loro stagioni, anziché nel mero dato statistico della sconfitta, evento che, parafrasando Kipling, è un impostore alla stessa stregua della vittoria.

Ripensando alla trade che ha condotto la guardia angelena a Houston (in cambio dell’onesto Kevin Martin, Jeremy Lamb e scelte) non si può certo dire che il GM Daryl Morey abbia mancato il bersaglio; in ciascuna delle sei stagioni con Harden a roster, i Rockets si sono infatti conquistati un posto tra le magnifiche otto della Western Conference, raggiungendo due volte le Finali di Conference e facendo scuola per la lucidità con la quale hanno sempre identificato i cestisti più adatti al sistema.

Dopo l’addio di Dwight Howard (arrivato come free agent in fuga da Los Angeles) nel 2016, Houston si è affidata a D’Antoni ed è immediatamente passata da 41 a 55 vittorie (in questo senso l’addio di Howard è stato Blessing in disguise se ne abbiamo visto uno), per poi aggiungere Chris Paul e mettere a referto una Regular Season nella quale la truppa dantoniana è stata a tratti inarrestabile, seppellendo di triple i malcapitati avversari.

Cosa resta però di queste 65 vittorie e di una Finale di Conference persa con l’onore delle armi contro la squadra più forte, portandola a Gara 7? Houston era stata costruita in estate proprio per battagliare contro i Golden State Warriors; ha reso loro difficile la vita ma alla fine si è dovuta arrendere, complice il quadricipite indolenzito di Paul; d’altronde però, il rischio d’infortunio era scritto nella storia clinica dell’ex Wake Forest, e quindi è forse più opportuno concentrarsi su quei dettagli che invariabilmente segnano la distanza tra vittoria e sconfitta, e che non dipendono dal destino (cinico e baro finché si vuole).

 

In altre parole: indipendentemente dall’esito di una contesa che ha sorriso ancora una volta a quelli della Baia, Houston ha le risorse necessarie per fare di meglio?

Il quesito ci riconduce al Giorno della Marmotta di qui sopra: l’impressione ricavata dalla serie contro i Warriors è che, ancora una volta, Harden abbia marcato visita nei momenti decisivi. Al netto di una Gara 1 di grande impatto (41 punti col 58% dal campo!), non è riuscito a trovare contromisure alla difesa dei Dubs, continuando a cercare il fallo e triple con poco senso (29.9% da tre, una tipologia di conclusione che costituisce oltre il 45% del totale dei suoi tiri).

Alcune stelle sono naturali macchine da statistiche, vuoi per caratteristiche tecniche, vuoi per il sistema di gioco. Russell Westbrook, coi suoi rimbalzi non contestati, con un UsgRt che dopo aver toccato il 41.7 nel 2016-17 si è assestato (bontà sua) al 34.1, avrà sempre cifre migliori rispetto a Steph Curry (che al netto del diverso atletismo, è un rimbalzista equiparabile), ma è molto meno funzionale alla vittoria di squadra rispetto al figlio di Dell.

James Harden non è così ingestibile come il suo ex compagno ai Thunder, ma resta un accentratore di gioco che non offre alcun contributo difensivo e che vuole sempre la palla in mano. Questo è un enorme limite che grandi realizzatori del passato come Michael Jordan e Kobe Bryant non avevano, capaci com’erano di giocare lontano dalla palla nell’Attacco Triangolo per ricezioni comode che la difesa non riusciva ad anticipare con continuità.

Dopo l’ormai immancabile quarantello di Gara 1, Harden ha tirato col 38.5%, racimolando cifre migliori nelle sconfitte (29-66 in Gara 3, 6 e 7) e registrando un misero 25-71 nelle tre vittorie dei Rockets; è un andamento sintomatico di come, in realtà, l’impresa di Houston non sia coincisa con una grande serie del fresco MVP 2017-18, quanto piuttosto con l’incredibile qualità difensiva e l’energia messa in campo dagli “altri”, Chris Paul su tutti.

Anthony Leon Tucker (in arte PJ), Clint Capela e Eric Gordon (chiude la serie con 17.5 di media e in Gara 6 e 7 si è spesso fatto carico dell’attacco di Houston) hanno venduto carissima la pelle, senza dimenticare l’apporto, anche emotivo, dell’ala Trevor Ariza, uno dei reduci della cavalcata del 2015, conclusasi in Finale di Conference sempre contro i Dubs con i parziali guidati da Corey Brewer e Pat Beverley (notate una tendenza?).

Da un lato, Daryl Morey potrà migliorare il roster, completandolo, durante la off-season; dall’altro, Harden ha confermato di non essere un closer affidabile ad altissimo livello; non si tratta di segnare le proverbiali dagger in step-back quando si è in ritmo, ma di trovare il modo di mettere punti sul tabellone quando la squadra ne ha bisogno, costi quel che costi.

Aggiungiamoci una difesa che resta tragica (e che rende ancor più superlativo il lavoro svolto da Jeff Bzdelik), per rendere meno irrispettoso chiedersi se il principale limite di Houston non sia l’aver collocato al centro del sistema un MVP forse non così adatto (per motivi caratteriali e tecnici) a reggere un simile carico di responsabilità.

Houston vive e muore con il sistema dantoniano declinato in una serie d’isolamenti per la propria superstar, ma Harden ha chiuso la sua Gara 7 sfiancato dopo aver palleggiato 600 volte (contro le 250 di Gordon, secondo di squadra), ed eravamo stati facili profeti durante la Regular Season circa i rischi insiti nel tiro da tre, arma storicamente inaffidabile, che infatti ha tradito in modo clamoroso, con 27 errori consecutivi.

 

 

Se i Warriors hanno il loro marchio di fabbrica nella flessibilità grazie alla quale coach Kerr può scegliere di andare con Looney, ripescare McGee, affidarsi ai 5 esterni o ancora, agli isolamenti di Kevin Durant, i Rockets hanno scelto la strada diametralmente opposta, puntando forte su una combo di guardie fenomenali, con un solo gregario capace di mettersi in proprio (Eric Gordon), compartimentando i ruoli tra creatori di gioco e role player.

L’apporto di Chris Paul è stato clamorosamente sottovalutato per tutto l’anno, e rimarca ancora una volta la natura effimera dei premi assegnati dalla NBA; James Harden è MVP ma la crescita esponenziale dei Rockets reca il marchio di un leader naturale come l’ex Clipper, guardia two-way di sublime classe offensiva e rara tigna difensiva.

Quando, in Gara 6 e 7 Paul si è trovato costretto in panchina, il Barba è tornato a mostrare pause mentali ed errori difensivi marchiani tali da porci nella bizzarra condizione d’incoronare un MVP che però per vincere, dovrebbe cambiare radicalmente il proprio modo di stare sul parquet; un cambio di pelle che, a quasi ventinove anni d’età, appare tutto fuorché scontato.

Per trovare un antecedente storico, dobbiamo ritornare al Dirk Nowitzki del 2007, eliminato al primo turno dai Warriors garibaldini di coach Don Nelson e Baron Davis. Al tedesco occorsero anni per riprendersi dallo scotto (che si sommava alla Finale persa malamente nel 2006 contro Dwyane Wade) e trovare una catarsi con il titolo 2011, quello vinto a sorpresa contro i primi Miami Heat dei Big Three.

Può darsi che la carriera di Harden segua un simile percorso di redenzione, perché la classe è lì in bella vista e ciascun giocatore segue un proprio percorso di maturazione, ma non è certamente quello che auspica Morey, e tanto meno il nuovo proprietario Tilman Fertitta, innamorato del club che aveva tentato di acquistare anche 20 anni fa, e intenzionato a riportarlo quanto prima sul tetto del mondo cestistico che manca dal 1994.

Se nel 2015 la Houston di Kevin McHale arrivò alle Conference Finals in modo un po’ casuale, il risultato di quest’anno è frutto di attenta pianificazione, il che fa ben sperare per il futuro dei Rockets, ma allo stesso tempo, Daryl Morey è atteso ad una serie di decisioni complesse le cui conseguenze si riverbereranno a lungo sulla franchigia, determinando la finestra di opportunità da titolo di questo nucleo di giocatori.

In estate Chris Paul sarà unrestricted free agent; questa stagione ne ha magnificato il valore, ma la prossima primavera Paul spegnerà le 34 candeline, e viene da una Regular Season nella quale ha saltato 24 partite e per giunta gioca in un ruolo dispendioso, senza dimenticare ovviamente l’infortunio patito durante la serie contro Golden State. Il solitamente ben informato Adrian Wojnarowski ha scritto che Paul si presenterà al tavolo delle trattative chiedendo il massimo salariale; resta da vedere quale sarà la durata del contratto comandato dal nativo di Winston-Salem, che potrebbe ammontare ad un totale da 205 milioni.

 

I dilemmi dei Rockets non si esauriscono certo qui, perché anche il centro svizzero Capela è in scadenza di contratto ed è reduce da una Regular Season eccellente. Epitome del lungo moderno, Clint ha tantissimi ammiratori ed è quasi scontato che gli verrà offerto il massimo salariale; Houston potrà pareggiare l’offerta (secondo USA Today potrebbe invece rinunciarvi puntando su DeAndre Jordan) ma ovviamente una volta rotto il salvadanaio per Capela e Paul (avendo già Harden e l’albatros di Ryan Anderson a libri per 20 milioni nel 2018-19) rimarrà ben poco margine per ulteriori manovre.

A luglio saranno liberi di cercarsi un nuovo impiego Joe Johnson (utilizzato col contagocce da D’Antoni, che pure lo conosce bene e l’aveva lanciato ai tempi dei Suns), l’home-boy Gerald Green, Luc Mbah-a-Moute, il sacrificabile Tarick Black, e anche il trentaduenne Trevor Ariza. Insomma, è davvero difficile immaginare che Houston si presenti al training camp di settembre senza una robusta dose di nuovi innesti, tra scommesse firmate al minimo salariale e veterani in cerca di successi.

Se invece Morey dovesse convincersi che Harden non è l’uomo capace di guidare la squadra oltre l’ostacolo, allora si aprirebbero scenari oggi impensabili, ma in fondo, quale momento è migliore di questo per massimizzare il valore dell’irsuto californiano? C’è anche chi sostiene che Houston scaricherà Chris Paul per puntare su Paul George, e ci sembra un’altra ipotesi parimenti fantasiosa.

Esiste poi un’opzione particolarmente suggestiva, che dipenderà dalle scelte di Lebron James, alla ricerca di un nuovo super-team dopo l’addio di Irving e l’esito deludente di quest’ultima stagione. Se davvero il prescelto dovesse decidere di guadare il Mississippi, Houston potrebbe puntare su di lui, chiedendo a Paul e Capela di sacrificarsi economicamente sull’altare della causa. Ci sembra un’ipotesi remota (beninteso, in NBA nulla è impossibile) anche per motivi prettamente tecnici.

 

 

Nel corso della sua gloriosa carriera LBJ ha dimostrato d’esser poco disponibile a giocare in un contesto diverso dal sistema-James, che prevede palla in mano al Prescelto, e quattro ricevitori pronti a segnare sugli scarichi, anche a costo di mortificare il talento di Kevin Love (ridottosi ormai ad un guscio vuoto, rispetto all’hipster dei canestri che gavazzava a Minneapolis) o di inimicarsi irrimediabilmente Kyrie Irving, a disagio nel ruolo di subalterno.

Forse Chris Paul (18.6 punti, 5.4 rimbalzi e 7.9 assist nella sua prima stagione texana) sarebbe disposto ad un passo indietro, ma al netto della delusione per l’eliminazione subita, non ci sembra plausibile un James Harden (che fa del gioco palla in mano la sua cifra stilistica) disposto ad affidare la franchigia ad un’altra stella –per quanto più forte– passando da MVP a comparsa nel giro di qualche settimana.

Per giunta LeBron ha una lunga storia di tensioni con allenatori di polso dotati di idee autonome, come Erik Spoelstra e David Blatt (anche col meno carismatico Mike Brown non andò benissimo); non osiamo immaginare cosa potrebbe capitare se non dovesse scattare subito il feeling giusto con Mike D’Antoni, del quale è ben noto il carattere spigoloso, più affine ad un Blatt che non ad un docile Tyronn Lue.

 

 

Realisticamente Houston ripartirà dalle solide certezze di un gruppo resiliente che ha saputo testare Golden State come solo la Cleveland del 2016, puntellando la rotazione corta di D’Antoni con veterani come Marco Belinelli o JJ Redick, sperando di aver maggior fortuna (dalle 27 triple sbagliate all’infortunio di Chris Paul) e cura nei dettagli, a partire dal contributo di Harden quando la palla scotta e non si può giocare in punta di fioretto.

D’Antoni in conferenza stampa ha detto di non voler cambiare stile, facendo riferimento all’uso delle triple anche da parte dei Warriors, ma in realtà la lezione di Golden State non è “tirare da tre sempre e comunque” e per certi versi, è proprio questa ieraticità ideologica a costituire il punto di frattura che rende vulnerabili i Rockets (e prima di loro, tutte le squadre del coach da West Virginia).

Staremo a vedere se dietro alle frasi convinte dettate anche dall’orgoglio dell’ex baffo, non si celi viceversa la disponibilità ad escogitare qualche variazione sul tema, che renda meno arginabile il talento del Chapo, sparigliando le carte quando le stelle vivono una serata storta al tiro o sono ai box per i ricorrenti infortuni.

Non esiste una ricetta che regali la certezza di vincere, nemmeno per i Dubs, che durante la serie contro i Rockets hanno mostrato la corda, e hanno avuto bisogno del ritorno degli Splash Brothers in grande stile per evitare di chiudere a tre la striscia di Finals consecutive. Gli Dei del Basket sono impietosi con chi si arrende, ma talvolta sanno essere magnanimi con chi sa attraversare le avversità, uscendone più forti, e pochi meriterebbero questo premio più di Chris Paul.

Post By Francesco Arrighi (216 Posts)

Seguo la NBA dal lontano 1997, quando rimasi stregato dalla narrazione di Tranquillo & Buffa, e poi dall'ASB di Limardi e Gotta. Una volta mi chiesero: "Ma come fai a saperne così tante?" Un amico rispose per me: "Se le inventa". @francescoarrigh

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