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Gli ultimi giorni della regular season, nella Eastern Conference, sembravano una corsa al ribasso agli occhi dei malpensanti: tutti a cercare i risultati migliori per incastrarsi nello spot numero 7, quello che garantiva l’abbinamento coi Boston Celtics privi di Kyrie Irving. Alla fine dei conti, dal cappello è uscito il nome dei Milwaukee Bucks. Vediamo come si accoppiano le due squadre, e se la franchigia del Wisconsin potrà davvero definirsi fortunata.

L’analisi della serie

Gli scontri stagionali parlano di un perfetto equilibrio, 2 a 2, ma dal punto di vista tattico le due formazioni non potrebbero essere più diverse. I Celtics vantano la miglior difesa della lega in termini di punti per possesso concessi agli avversari: un dato impressionante se consideriamo che l’unico specialista difensivo del roster, Marcus Smart, ha saltato molte partite per infortunio e che 12 mesi prima i Celtics di Isaiah Thomas viaggiavano a trazione offensiva. Sono anche i migliori nel limitare il tiro da tre punti dei rivali, e qui l’attacco di Milwaukee potrebbe incagliarsi perché, nonostante il playmaking di Antetokounmpo, faticano a trovare tiratori affidabili e preferiscono attaccare il pitturato (ventottesimi nella lega per punti generati da dietro l’arco). I Bucks operano a ritmi veloci, aggrediscono le linee di passaggio per rubare palla e partire in contropiede. A difesa schierata non sono altrettanto efficienti, causa disattenzioni di un organico che non si è mai mostrato particolarmente coeso, e qui gli schemi di Brad Stevens dovrebbero garantire ai Celtics un buon numero di possessi comodi.

I Bucks, tuttavia, possiedono energia e centimetri sotto canestro: Antetokounmpo, Henson, Maker. Nemmeno gli esterni più atletici dei Celtics sembrano sufficienti ad arginarli, e nonostante Boston sia migliorata a rimbalzo, sotto le plance Steves potrebbe veder riapparire i fantasmi dell’anno scorso. Antetokounmpo potrà comandare un mismatch a ogni possesso, se lo vorrà.

 

Lo stato di forma

Per i Boston Celtics, non è un mistero, i playoff arrivano nel momento peggiore. Vero è che, grazie alla bravura di coach Stevens, la squadra ha cominciato a vincere troppo presto e non c’era fretta di competere per il titolo da subito. La partenza sprint tra novembre e dicembre, però, faceva ben sperare: soprattutto perché arrivata in mancanza di Gordon Hayward. Perdere anche Kyrie Irving è stato l’equivalente di un colpo sotto la cintura. I più agguerriti del roster, come Terry Rozier, non demordono e si ritengono ancora parte del novero dei favoriti, ma non basta la determinazione a risolvere problemi di natura tattica e tecnica. Il più elementare: chi mette la palla nel canestro? Nessuno dei Celtics sopravvissuti è uno scorer di mestiere, a meno che Tatum non disputi dei playoff trascendenti. Fermi ai box ci sono anche il tedesco Daniel Theis, che era diventato un pezzo pregiato delle rotazioni, e Marcus Smart.

Per i Bucks la stagione è andata avanti e indietro sullo stesso binario, e nulla lascia supporre che ai playoff assisteremo a un cambio di rotta. L’avvicendamento in panchina, con la promozione di Joe Prunty in favore del problematico Jason Kidd, non ha portato a risultati evidenti. Milwaukee resta una squadra che, agli occhi di tutti, vince meno del dovuto. Giannis Antetokounmpo è una star conclamata, intorno a lui un buon mix di veterani (Kris Middleton) e giovani (Malcolm Brogdon), tutti interpreti versatili. In corso d’opera c’è stata anche l’aggiunta di Eric Bledsoe, col ruolo di secondo violino, e il ritorno di Jabari Parker. Eppure, i conti non tornano. I Bucks restano a fatica nella corsa playoff e stentano ancora a mostrare un’identità definita.

I protagonisti

Ripeterlo è un po’ come rigirare il coltello nella piaga, ma i protagonisti in maglia Celtics, quelli veri, siederanno in tribuna o sul divano di casa. Per fare di necessità virtù, tuttavia, salirà in cattedra quello che negli ultimi mesi si è imposto come leader del gruppo, Al Horford. Big Al non possiede i piedi veloci per stare al passo coi lunghi più atletici della lega, e soffrirà un Antetokounmpo in serata di grazia, ma ha mostrato che col mestiere e una diligente condotta difensiva si possono nascondere i limiti fisici. La vera forza della difesa bianco verde sta negli esterni, attentissimi a non farsi battere dal portatore di palla e pronti in aiuto sul lato debole, ma sotto canestro Horford si è evoluto in un intimidatore efficace: contiene l’avversario lontano dalla propria comfort zone, piuttosto che stopparlo, e anche col greco siamo sicuri che lo inviterà a prendere difficili tiri dalla media distanza. Horford è anche il secondo assistman della squadra, 4.7 a partita, e dalle sue mani passeranno gran parte dei suggerimenti rivolti a Jayson Tatum, chiamato a riempire il vuoto realizzativo lasciato da Irving.

Sul versante Bucks, Giannis Antetokounmpo è l’uomo solo al comando. Se vorrà lasciare il segno sulla serie, sarà importante che la interpreti con aggressività fin dalla palla a due, specialmente in difesa, per mettere pressione alle gerarchie traballanti dell’attacco Celtics. La stessa ferocia che mostrava a inizio stagione, subito dopo la morte del padre, e che poi ha un po’ smarrito per strada tra guai fisici e l’esonero di coach Kidd. Stevens avrà dei bei grattacapi per preparare la sua marcatura; tenterà verosimilmente di contenerlo a distanza, indirizzandolo verso ipunti deboli come il tiro da tre, ma il greco è forse la migliore definizione esistente di matchup nightmare.

 

Le possibili sorprese

Jayson Tatum è emerso talmente presto, e con tale autorevolezza, che nel suo caso è difficile parlare di sorpresa. Non assomiglia a un rookie, né per le prestazioni né per l’impeccabile condotta in campo, e sul suo rendimento si può già scommettere. Se cerchiamo un fattore X nel roster dei Celtics, specialmente nell’attesa che Marcus Smart rientri dall’infortunio, il nome caldo è quello di Terry Rozier. 86 chili di esplosività, mani veloci e faccia tostissima; questa la ricetta di un giocatore che ha vissuto un’autentica breakout season, spesso decisivo anche nei finali di partita, sempre in doppia cifra tra febbraio e marzo con un career high di 33 punti e una tripla doppia sulla tacca del fucile. La bravura di coach Stevens la conosciamo, è capace di far sembrare appetibile anche un banale giocatore di sistema, ma nel caso di Rozier sembra esserci qualcosa in più: affronta ogni partita senza nulla da perdere e si esalta quando è chiamato alle armi. Ora Boston ha bisogno di lui.

Milwaukee ha riservato un posto nel roster per un vecchio leone come Jason Terry, proprio per momenti come questi. Il Jet tende a fare danni, quando sente aria di playoff, e non vede l’ora di piazzare la zampata. Oltre a lui, l’incognita che potrebbe proiettare la squadra di Prunty verso obiettivi più ambiziosi è sicuramente Jabari Parker. Da quando è tornato a disposizione del coach ha dimostrato ottima mobilità, potenza nelle gambe e voglia di mettersi in mostra. La lontananza forzata dal campo, purtroppo, ha lasciato dei segni nello sviluppo di un giocatore che usciva da Duke con alcuni lati da sgrezzare: Parker è rimasto sostanzialmente uno scorer, approssimativo in difesa, trascurabile nel tiro dall’arco e poco incline a giocare coi compagni. A fine stagione probabilmente lascerà il Wisconsin, ed è anche nel suo interesse chiudere la stagione in crescendo per invogliare i potenziali compratori.

 

Il pronostico

Privi di Irving, i Celtics non valgono il secondo posto nella griglia, ma gli uomini di Stevens hanno mostrato grande orgoglio fin dalla prima partita stagionale, con la reazione all’infortunio di Gordon Hayward. Continueranno a ballare finché le risorse glielo consentiranno – verosimilmente, il secondo turno. I Bucks presenteranno una bella sfida a coach Stevens e Antetokounmpo azzannerà la serie alla giugulare, ma dal punto di vista tattico l’eccellente difesa dei Celtics dovrebbe costringere Milwaukee, meno organizzata, a uno scacco matto. 4-3 Boston

Post By Andrea Cassini (102 Posts)

Scrittore e giornalista in erba - nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall'ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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