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Oggi inauguriamo una nuova rubrica. 1vs1 sarà una sorta di tribunale virtuale nel quale verranno convocati giocatori, allenatori o dirigenti per determinare quale tra i due profili selezionati possa risultare il migliore in un ipotetico confronto “pound for pound”. Potremo quindi trovare scontri tra epoche differenti o tra sport diversi, sarà tutto in mano alla fantasia della redazione e ai vostri eventuali suggerimenti.

Ad ogni appuntamento con questa rubrica due redattori di Play.it USA si confronteranno in qualità di “avvocati” delle due parti in causa, ciascuno perorando la causa del proprio assistito nel tentativo di convincere l’avversario e soprattutto voi lettori della bontà della proprie tesi.

Abbiamo deciso di cominciare con il botto e di mettere a confronto due allenatori che, ciascuno nel loro sport, sono riusciti negli ultimi vent’anni a creare delle vere e proprie dinastie, ma soprattutto a farlo in un sistema come quello americano che dovrebbe essere costruito proprio per garantire un costante ricambio al vertice.

Spazio quindi a Giorgio Barbareschi, che difenderà il coach dei San Antonio Spurs (NBA) Gregg Popovich, e a Davide Lavarra, che difenderà l’allenatore dei New England Patriots (NFL) Bill Belichick. La seduta è aperta!

 

Giorgio Barbareschi: Dave, ti lascio il vantaggio di partire per primo per ragioni di anzianità. E poi anche perché non so da che parte cominciare, ma questo forse sarebbe stato meglio non scriverlo.

Davide Lavarra: Bene. Inizierei a difendere il mio cliente con un’argomentazione interessante e stuzzicante. Premesso che quanto fatto da Pop fino a questo momento è un qualcosa di molto vicino all’irripetibile, direi che le imprese scritte da Belichick siano di notevole rilievo per via dei complessi meccanismi insiti nel football americano a livello di costruzione del roster, perché il quoziente di difficoltà nell’allenare cinquantadue teste contro dodici si eleva esponenzialmente.

Giorgio: Punto interessante. In effetti se alleni in NFL solo per ricordare i nomi dei tuoi giocatori ci vuole una memoria di ferro. Per come sono messo io finirei per chiamare la metà di loro “Ehi tu, coso” e a sbagliare i nomi dell’altra metà. Però credo che uno di loro me lo ricorderei, visto che si tratta del miglior quarterback nella storia del gioco, il che ha fornito a Belichick un indiscutibile vantaggio.

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Davide: Giusto. Un indiscutibile vantaggio che il buon Bill si è andato a pescare al sesto round con la scelta numero 199, dopo che persino un punter, Shane Lechler, era stato selezionato prima. Come sono invece girate le palline nella boccia di vetro in quel memorabile Draft Nba del 1997?

Giorgio: Non ricordarlo a Rick Pitino, che dal giorno di quella Lottery non si è mai più ripreso. Però bisogna ricordare che parte del merito di quella prima scelta assoluta va proprio a Popovich, che nella stagione precedente tenne in naftalina David Robinson per mettere in pratica un tanking selvaggio da rendere orgoglioso Sam Hinkie. E poi occhio a considerare Duncan alla 1 una scelta no-brainer, perchè se all’epoca in Texas avessero chiesto a Bagatta lui li avrebbe illuminati su quanto Timoteo fosse un giocatore sopravvalutato e su come Keith Van Horn fosse “The Real Big Deal” (qui sotto l’espressione di Duncan quando glielo hanno raccontato).

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Davide: Vero, Duncan era da considerarsi troppo poco spettacolare, troppo perfettino, troppo poco personaggio pubblico. Farei carte false per leggere lo scouting report di Bagatta su Giovanni Carmazzi, che solo per il nome avrebbe richiamato più hype di Giorgio Tavecchio, se solo nel 2000 avessero avuto Facebook. Proprio lo stesso Carmazzi che involontariamente rubò il palcoscenico a Brady venendo scelto al terzo giro dello stesso Draft da San Francisco, solo per rovinare una storia californiana già scritta ed oggi ripresa da un altro “italiano” come Garoppolo. Cool, vero? Tornando in tema, Belichick si è comunque dimostrato in grado di costruire una vera e propria dinastia al di là di Brady, con squadre sempre diverse proprio perché appartenenti a momenti culturali della disciplina Nfl sempre differenti, per ragioni di trend ed ovvi adattamenti ai tempi che cambiavano. Eppure i risultati minimi non sono mai cambiati, ed i Patriots hanno mostrato una continuità mostruosa nell’era della free agency, con gli equilibri a mutare continuamente, ritrovandosi campioni, finalisti o semifinalisti in maniera pressoché sistematica, superando anche le grandi dinastie Nfl degli anni settanta ed ottanta.

Giorgio: Perchè, Popovich no? Per carità, gli otto Super Bowl (con cinque vittorie) raggiunti dalla coppia Belichick-Brady dal 2000 ad oggi sono impressionanti, ma non è che gli Spurs di Pop nel frattempo siano rimasti a guardare. Al momento siamo a:
– striscia aperta di 20 stagioni consecutive ai playoff
– striscia aperta di 18 stagioni consecutive con oltre 50 vittorie
– 5 titoli su 6 apparizioni alle NBA Finals
– 1187 vittorie complessive su 1720, che corrisponde ad oltre il 69% delle partite allenate in carriera.

Davide: Cifre di massimo rispetto, assolutamente, che tuttavia non battono:
– il 75% di vittorie ottenuto da Belichick in un tipo di regular season ben differente
– le 11.88 vittorie a stagione
– le diciassette stagioni su diciotto concluse con l’approdo ai playoff
– il record di 11-5 nell’unico campionato giocato senza Brady (infortunato al ginocchio) con Matt Cassell titolare.
Chiaro, poi se guardiamo il record nelle finali assolute primeggia nettamente il Pop. Anzi, avrei preferito un 6/6 per lui, che senza un certo tiro di Ray Allen sarebbe stato assolutamente realistico. I Patriots sono un esemplari in un contesto Nfl dove più di metà delle squadre non può neanche pensare di cominciare ad ambire ad un titolo, solamente perché sotto non c’è la stessa lungimiranza gestionale, dove tantissimi cercano di fare puntualmente il botto in free agency solo per vincere il campionato primaverile, quello che non serve a niente. Belichick si è sempre arrangiato con i suoi mezzi senza necessariamente creare i superteam che oggi vanno tanto di moda nella Nba, ha sempre cercato di ridurre i costi mandando le sue superstar altrove, ha vinto con secondarie non adeguate al compito, con ricevitori trasformati in defensive back all’occorrenza (vero Troy Brown?), ha vinto tirando fuori dal nulla giocatori che altri nemmeno consideravano più di tanto, facendoli rendere in maniera inimmaginabile.

troy brown

Giorgio: Beh anche qui posso facilmente ribattere colpo su colpo alle tue argomentazioni, peraltro sicuramente fondate. Intanto non esiste niente di meno “Popovicciano” dei Super Team, e i Big Three che hanno caratterizzato la dinastia vincente degli Spurs non sono arrivati dalla free agency bensì dal draft. Inoltre, a parte Duncan, sono frutto di scelte estremamente visionarie, visto che Parker è stato scelto alla numero 28 e Ginobili addirittura alla 57. Una ventina di anni fa francesi e argentini erano più presenti all’interno delle barzellette che nei roster delle squadre NBA, quindi la cosa assume contorni ancor più eccezionali. Per quanto riguarda il far rendere i giocatori oltre le loro possibilità vorrei farti notare che la squadra attuale che Pop sta portando ai playoff in contumacia Kawhi Leonard (altra presa assurda, fatto scegliere da Indiana alla 15 e poi in sostanza ottenuto in cambio di George Hill) presenta un quintetto in cui di veramente buono c’è solo LaMarcus Aldridge. Gli altri sono un trentottenne, una ventinovesima scelta, un aborigeno e uno che di soprannome fa Slo-Mo. Fai tu...

Davide: Uh, la situazione si fa alquanto interessante. In tale caso estrarrei dal cilindro vari esempi. Come Julian Edelman, non calcolato da nessuno come wide receiver in quanto quarterback collegiale e selezionato al settimo giro del 2009. Chris Hogan, mal calcolato da Buffalo, rilasciato e terminato dritto tra le braccia dei Pats. Danny Amendola, il cui rendimento si innalza vertiginosamente in postseason, free agent mai scelto. E stiamo parlando solo del reparto ricevitori, per il quale Belichick ha eseguito una sola bold move, l’acquisizione di Brandin Cooks. Poi però i ricevitori da schierare sono tanti, e Edelman è terminato dritto in injured reserve ancor prima di cominciare a divertirsi sul serio. Poi ci sarebbe il complesso reparto running back, con Dion Lewis protagonista di un’annata spettacolare nella sua seconda parte. Ma dov’era il resto della Nfl quando il suo cellulare non squillò nemmeno una volta durante il Draft del 2014? Sono giocatori che altrove non renderebbero alla stessa maniera perché il sistema è determinante, convengo, ma signori, qui parliamo di vittorie in doppia cifra in una stagione di sedici partite con questo tipo di materiale. Infortuni su infortuni anche in difesa, ma la soluzione la si trova sempre.

Giorgio: In effetti la capacità di trasformare degli onesti mestieranti in giocatori estremamente produttivi e funzionali al sistema credo sia propria di entrambi, altrimenti non si spiegherebbe una così grande costanza di risultati per entrambe le franchigie. Le tue argomentazioni sono fin troppo solide, ma siccome per carattere voglio sempre vincere anche a rubamazzo credo sia arrivato il momento di giocare la mia carta vincente. Quello che dici è tutto vero, tutto corretto, tutto bello. Però … c’è un però. La franchigia texana è un’esempio di correttezza, classe e onestà. A Spursello infatti al massimo possono essere tacciati di eccessiva reticenza nel fornire informazioni all’esterno (d’altra parte il background da ex-agente della CIA di Popovich da qualche parte deve pur palesarsi), ma a memoria d’uomo non sono mai state polemiche nemmeno sulla temperatura dell’acqua nelle docce, figuriamoci scandali. Ecco, la stessa cosa non mi pare si possa dire dei Patriots, o sbaglio?

Davide: Ed ecco il tasto dolente che attendevo per poter finalmente disquisire dell’argomento Goodell. Allora, per il discorso Spygate la punizione di privare la squadra di scelte ci stava tutta, anche se vorrei vedere chi non ha mai filmato un segnale avversario durante un allenamento con apposito infiltrato, perché se esiste vorrei conoscerlo e stringergli la mano. Ma qui hanno avuto la loro giusta punizione, anche se poi quegli stessi segnali possono cambiare anche durante la partita in corso, ma qui andiamo fuori argomento. Il Deflategate, e lo dico da non tifoso Patriots, è stato una vergogna assoluta, perché non può contare a referto una punizione inflitta per aver probabilmente sgonfiato dei palloni a proprio vantaggio, in primo luogo perché New England distrusse letteralmente i Colts nella specifica occasione e li avrebbero smantellati giocando quella gara altre cento volte di seguito, e secondariamente perché la parola probabilmente implica delle indagini svolte in maniera sommaria, non esattamente approfondita, roba che a Popovich da buon ex-agente C.I.A. farebbe senz’altro ridere a crepapelle. Per cui sì, tutto molto bello, ma gli scandali che hanno attanagliato i Patriots li vedo più che altro come strumenti atti a sminuire e invidiare un dominio totale degli ultimi due decenni quasi completi di football. Un periodo lunghissimo, infinito, e che nonostante tutti parlino di cali, età, magia che è giunta al termine, fino a prova contraria non ha ancora visto il proprio tramonto. Quindi, per personalissima opinione, parlare di Patriots e scandali equivale al parlare del nulla più assoluto.

Giorgio: Cavolo, quindi ti eri preparato anche al mio colpo basso?

Davide: Diciamo che la storia dei Patriots parla per loro e la discutibilità dei metodi di Goodell ha fatto il resto.

Giorgio: Beh, dimostrare che Goodell non sia Stern e neppure Silver direi sia abbastanza facile anche senza il bisogno di un apposito episodio di 1vs1. Lo dimostra il fatto che la NBA sta vivendo un periodo di incredibile crescita, soprattutto al di fuori degli States, mentre la NFL un po’ meno. Ma stiamo divagando, ricordiamoci che la sfida qui è tra Popovich e Belichick. Posso riportare l’attenzione sul confronto tra i due e dire che Pop è più simpatico?

Davide: Dipende come leggi la simpatia di una persona. Di Pop è inevitabile ricordare gli adorabili siparietti con Craig Sager (pace all’anima sua) ma da qui a definirlo simpatico ce ne passa, e magari Ginobili potrebbe pure testimoniare a mio favore cercando di ricordare qualche turnover del passato che abbia fatto scattare l’ira del Nostro. Qui sinceramente la metterei sullo stesso piano, Belichick magari non è uno che si fa sentire molto a livello vocale (fuori dagli spogliatoi, dentro non so…) ma un suo sguardo può intimidire chiunque. A suo modo però anche BB può riuscire a far ridere, dato che le sue risposte minimali e completamente estranee alla domanda appena fatta sono particolarmente divertenti, e seppur raramente anche il più grande dei musoni tra gli allenatori della storia si fa strappare un sorriso o fa una battuta degna di nota.

Giorgio: Mmmmh, qui mi convinci già meno. Popovich è sicuramente un tipo duro e le sfuriate verso i suoi giocatori non sono mai mancate (timeout dopo 30 secondi, panchine punitive, etc.). Ma la sua proverbiale freddezza nelle interviste durante la gara è anche un po’ “costruita” perchè ormai fa parte del suo personaggio. Credo che in fondo si diverta a farle, oddio magari non quando la sua squadra ha fatto 13 punti nel primo quarto di gara 3 delle finali di Conference, perchè in quei casi fa quasi piangere la povera Doris Burke rispondendo in questo modo.

Davide: Ma come, se persino Nfl.com ha raccolto in un solo video ben sette sorrisi di Belichick, di cosa stiamo parlando? E poi, come dimenticare gemme come questa: “New England coach Bill Belichick on how this Super Bowl appearance differs from his previous seven answers: This one is in Minnesota.” A me fa sbellicare dalle risate, quindi la simpatia ce l’ha dentro. Molto dentro, ma ce l’ha. Ed è fine.

Giorgio: Niente, sei un osso duro e non vuoi mollare. Guarda, avrei ancora talmente tante altre frecce al mio arco che la mia faretra potrebbe fare invidia a quella di Robin Hood. Potrei infatti dirti che Popovich l’anno scorso ha vinto il NBA Players Voice Award, premio che i giocatori assegnano all’allenatore dal quale vorrebbero farsi allenare. Oppure potrei raccontarti di come una sua chiamata di Pop a Derrick White subito dopo che gli Spurs lo avevano selezionato al draft del 2017 abbia commosso il giocatore fino alle lacrime. O ancora potrei citare tutte le volte in cui Duncan, Ginobili o Parker hanno definito Popovich come una sorta di secondo padre. Ma purtroppo è quasi ora di chiudere il pezzo e non c’è abbastanza tempo. Ma ho un’ultima carta da giocare, secondo me decisiva. Il mio assistito è un possibile candidato dei Democratici alle Elezioni Presidenziali del 2020. Il tuo?

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Davide: Piccola parentesi: ho enorme ammirazione per Popovich e per il suo coraggio nell’essere riuscito a parlare apertamente in pubblico di questioni razziali delicatissime. Bravissimo e rispettabilissimo. Poi mah, un secondo padre non so, non ho idea se qualcuno definirebbe così Belichick. Però credo che tutti giochino mettendo in campo la propria vita per lui, fino all’ultima goccia di sudore e sangue, proprio perché un allenatore così ossessionato dalla preparazione tattica merita in cambio il tuo massimo sforzo ed oltre. Rispondo poi al discorso chiamate con il fatto che chiunque dovrebbe commuoversi alla selezione da parte dei Patriots, dato che raggiungerà in automatico il risultato minimo della finale di Conference… Riguardo l’ultimo punto invece direi che il mio assistito non sia attualmente candidato per nessuna elezione politica, ma già da ora è candidato alla Hall Of Fame, e questo penso possa anche essere diminutivo rispetto all’impatto che ha avuto in Nfl. La Hall Of Fame è eterna, ma non classifica gli allenatori ed i giocatori, li mette tutti allineati sopra agli altri. Bisognerebbe inventare un riconoscimento per il miglior allenatore della storia, e qui Belichick credo sia a mani basse in piena discussione per esserlo.

Giorgio: Se è per questo anche a Popovich la Hall of Fame non gliela toglie nessuno, visto che oltre ai 5 titoli chiuderà la carriera tra i primi in assoluto per numero di partite vinte in NBA (attualmente è quinto ma molto probabilmente raggiungerà almeno il terzo gradino del podio). Comunque sarebbe veramente una figata vedere Pop alla Casa Bianca, non credi?

Davide: A Popovich la HOF non la toglierà nessuno, mai e poi mai, credo solo che Belichick abbia maggiori possibilità di essere il più grande allenatore di sempre nella storia del suo gioco. E comunque sì, con Pop alla Casa Bianca sarei persino disposto a cambiare nazionalità.

Giorgio: Nel caso avvisami che partiamo insieme… Comunque, tirando le somme direi che come prevedibile nessuno dei due sia riuscito a far cambiare idea all’alto. Quindi che facciamo, ci assestiamo su un onorevole pareggio?

Davide: Stiamo parlando di due assolute santità sportive, quindi certo che sì. E lo dico da tifoso dei Rockets, dopo che gli Spurs si sono sempre dimostrati essere due piste avanti a noi.

Giorgio: Se è per questo io sono tifoso dei Mavericks e puoi quindi immaginare per quanto tempo io abbia “odiato” sportivamente Popovich, ma riesco ancora a riconoscere la grandezza quando la vedo. Idem per i Patriots di Belichick, che come un buon 3/4 degli americani non amo ma che mi hanno ormai costretto a riconoscere come i “miei” Niners degli anni 80-90 siano probabilmente scivolati in seconda posizione tra le dinastie di football più vincenti di sempre.

Davide: Amen.

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