In NBA le superstar sono fondamentali. Averle o non averle fa tutta la differenza del mondo, basti pensare che tutti gli ultimi 10 campioni NBA avevano in campo almeno un giocatore nella Top 10 del win-shares o in quella del PER.

Tutti tranne gli Spurs, che comunque potevano contare su un futuro dominatore in rampa di lancio, un paio di Hall Of Famer e uno dei coach più influenti della storia del gioco: in altre parole, se non hai le stelle, la vittoria non rientra nemmeno in un teorico calcolo probabilistico.

Dal punto di vista commerciale poi, rappresentano la lega in tutto il mondo e il marketing svolge un lavoro eccellente per sponsorizzare il prodotto avvalendosi dei propri campioni per il ruolo di ambasciatori.

In teoria, il salary cap e le altre regole contrattuali permettono a tutte le squadre di competere economicamente ad armi pari. In teoria.

Prima di tutto perché non è un sistema “perfetto”, nel senso che purtroppo o per fortuna non ci saranno mai 30 superstar da distribuire equamente e poi perché il principio del massimo contrattuale e dei cosiddetti max players sta inesorabilmente alterando il mercato, sottopagando le stelle e gonfiando gli stipendi di tutti gli altri. La pioggia di soldi seguita al gigantesco accordo sui diritti TV ha reso l’anomalia macroscopica.

Lebron James non guadagna molto più di Paul Millsap, ma la differenza di valori è enorme. Kyle Lowry guadagna circa 25 milioni di dollari annui e qualora il suo rendimento fosse in linea con il suo prezzo sarebbe un ottimo affare per la sua squadra. Contemporaneamente però, c’è Steph Curry che di milioni ne guadagna 34 ma produce un valore superiore, quantificabile in oltre 50M, che genera un plus-valore a favore del proprio team che poi si riflette anche a livello assoluto*.

Il caso dei Raptors spiega bene come il sistema attuale non vada esattamente nella direzione auspicata di parità e meritocrazia.

Toronto presenta due giocatori nella classifica dei 10 più pagati, DeRozan e Lowry che sono certamente ottimi giocatori ma non stelle: non a caso i canadesi sono stabilmente tra le prime 5 o 6 migliori franchigie ma non hanno reali chances di titolo. Proseguendo con la terminologia astronomica, potrebbero essere definiti quasar players perché sembrano stelle, ma non lo sono visto che il loro rendimento non sposta come quello di Durant o James.

Masai Ujiri potrebbe obiettare di non aver avuto molta scelta e che non poteva far altro che confermare la squadra per non rischiare di ritrovarsi nelle sabbie mobili della Lottery con scarse possibilità di firmare giocatori importanti vista la cronica difficoltà dei canadesi di attirare free agent.

Risultato? I Raps sono bloccati nel limbo: non vinceranno il titolo e non possono sperare in una pesca fortunata al Draft, rimarranno appesi fino a che non cederanno uno dei due giocatori simbolo.

La scoperta dell’acqua calda: per vincere servono i giocatori forti.

Ma c’è di più. Servono giocatori che rendano oltre il proprio valore di mercato: ecco perché Draymond Green è così determinante per le sorti di Golden State e per gli equilibri del campionato, perché il suo valore reale va ben oltre i 16M che chiama a libro paga.

Jrue Holiday è stato strapagato (14° assoluto) per invogliare Anthony Davis a rimanere, ma il suo essere pagato al massimo contrattuale non lo ha affatto reso un giocatore da massimo contrattuale.

Al Horford guadagna 27M, è un giocatore solido, costante e affidabile ma non sposta gli equilibri, eppure è pagato come uno che dovrebbe farlo.

I GM sanno benissimo che servono le super stelle, ma sembrano quasi persuasi che pagare qualcuno come un fenomeno possa renderlo effettivamente un fenomeno. Al netto del fatto che le scommesse rischiose sono parte del loro mestiere, va detto che il sistema in cui operano non li aiuta di certo a fare le scelte giuste.

In primis va considerato che non è consentito risparmiare sugli ingaggi e che il monte stipendi va comunque raggiunto: come detto in apertura, i team non possono scegliere di dividersi equamente ipotetici 30 fenomeni ma devono adattarsi a quello che offre il mercato.

Inoltre, ed è un problema fin troppo sottovalutato, va considerata la poca incisività del sistema del tetto salariale rispetto all’obiettivo della diffusione del talento.

Il salary cap in NBA si sta dimostrando inefficiente perché si pone in maniera anacronistica rispetto al problema del compenso.

Oggi gli sponsor muovono quantità enormi di denaro sugli atleti che ormai sono i volti preferiti dai pubblicitari di qualsiasi settore: Nike ha appena firmato con LeBron un contratto a vita da 1 miliardo di dollari e un altro di 10 anni e 300 milioni con KD, per rimanere solo a due dei volti più noti. Ma non sono affatto casi isolati, la lista sarebbe molto lunga.

E cosa bisogna fare per mettere il proprio faccione sui cartelloni pubblicitari? Vincere.
Ed eccoci quindi all’altro grande cruccio del basket contemporaneo, i super team (come già discusso qui): se tutte le squadre, sia quelle già attrezzate che quelle da ricostruire possono offrire al Durant di turno la stessa identica cifra (dollaro più, dollaro meno), perché non dovrebbe andare dove ha più possibilità di vincere?

Anche a costo di lasciare qualche milione sul piatto visto che, in caso di vittoria, gli sponsor e tutti gli introiti extracontratto ripagherebbero ampiamente la scelta.

E dove è più facile che ci siano gli sponsor? Facile, nei big markets, con gli small markets ormai ridotti a palestra per i futuri campioni scelti al Draft. Questi team rimangono bloccati per anni, costretti nel limbo ad attendere un proprio turno che potrebbe anche non arrivare mai ed a mosse della disperazione nella speranza di far succedere qualcosa.

Estremizzando ancora: se gli introiti “esterni” sono esponenzialmente superiori alla paga erogata dal team, ha ancora senso tenere bloccata la contrattazione?

Per esempio, mantenendo il tetto ingaggi collettivo ma liberando la contrattazione singola in stile europeo, LeBron, Durant e Curry guadagnerebbero cifre enormi (e ancora più “amorali”, ma questa è un’altra storia), tra i 45 e i 50 milioni di dollari annui, ma sarebbe quasi impossibile firmare più di una super stella per squadra, con conseguente, e obbligata, diffusione del talento.

Allo stato attuale, il sistema incentiva le stelle ad unirsi anziché disperdersi.
E, un po’ come succede nel calcio europeo, le squadre accreditate per la vittoria finale sono poche e le partite, aberrazione delle aberrazioni per gli sport made in USA, scontate.

Eppure, il sistema guidato da Adam Silver continua a crescere senza mostrare alcun segno di cedimento.
Universo in espansione inarrestabile o bolla immobiliare?

[* Gli espertoni di FiveThirtyEight, sito specializzato in statistiche avanzate prestate allo sport, hanno calcolato un indice per confrontare gli stipendi dei giocatori con la produzione: il CARMELO, ben spiegato qui. Basato sulle intuizioni di Daniel Myers, il Box Plus-Minus (BPM) calcola il contributo totale del singolo giocatore calcolato sul tabellino rapportato sui 100 possessi; la questione è piuttosto complessa e, chi ne avesse voglia, può approfondire qui.]

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3 thoughts on “L’NBA e l’inefficienza del salary cap

  1. Molto molto opinabile.
    Cleveland è un big market? San Antonio? Più meritocratico di San Antonio cosa c’è? Certo, nasce anche da una numero 1 nell’anno dell’infortunio di Robinson, ma coach e GM spostano e parecchio nella creazione di una dinastia.
    Come si giustificano al contrario i rendimenti di Chicago e New York?
    Che per vincere devi avere”almeno” uno dei primi 10 giocatori più forti, sinceramente… in quale sport, lega o sistema salariale vale qualcosa di diverso?
    Tante squadre sono figlie delle circostanze, anomalie. La stessa Golden State è figlia di scelte basse e azzeccate (e più di una), e della congiunzione astrale sulla scadenza di Durant e il nuovo CBA.
    Buoni contratti e cattivi contratti ci sono sempre stati.

    • Credo che l’articolo parli di una tendenza e in effetti Lebron a fine stagione volerà a LA. SA ha sempre avuto difficoltà ad attrarre superstar e per fortuna esistono casi come quello di NY, perché i GM, come dimostrano a GS con una strategia che arriva da lontano e che erano contender prima di KD, valgono ancora qualcosa.

  2. Capisco la questione ma sono anche d’accordo con l’utente sopra. Il problema di James che non guadagna tanto più di Millsap è che quest’ultimo dovrebbe prendere di meno, non LeBron di più

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