Mai due franchigie si sono affrontate per tre volte di fila nelle Finals. Mai un team ha collezionato tante vittorie in tre anni come gli Warriors. Mai nessuno ha tenuto un Offensive Rating così alto (oltre 120) nei playoff come i Cavaliers. Per poco non ci scappava l’ennesimo record: tre cappotti concessi dai Warriors nel cammino verso giugno, una sola sconfitta inflitta ai Cavs da quel buzzer beater di Avery Bradley in una serata pigra.

Queste, in estrema sintesi, le dimensioni dell’attesa che ci sta consumando in vista di giovedì notte. Ci siamo segnati la data sul calendario dall’anno scorso, e l’antipasto della sfida di Natale non ha fatto altro che stuzzicare l’appetito. Entrambe le contendenti, in una presa di coscienza che ha pochi precedenti nella storia dello sport, sembrano aver affrontato la stagione 2016/2017 col pensiero dritto al terzo atto della rivalità. 

Poca cura è stata rivolta la resto della competizione: i Warriors non si sono preoccupati di ritoccare il record di vittorie dello scorso anno, rintuzzando con nonchalance il solito ritorno di fiamma degli Spurs post-All Star break; i Cavs si sono letteralmente eclissati nei mesi di primavera, cedendo il primo posto nella Conference ai Celtics e alimentando rumors di crisi. A Golden State per poco non s’impaurivano, come la morte nella storia di Samarcanda, ma alla fine Cleveland è montata in sella al cavallo più rapido del regno pur di giungere in tempo all’appuntamento col destino.

La grandezza dei Warriors si nota anche da questo: fanno passare una schiacciasassi come Cleveland nel ruolo di sfavorita delle Finals, e in Ohio vivono l’attesa con la spensieratezza di chi non ha nulla da perdere – per quanto possibile – e la fiducia di chi è già riuscito nell’impresa. Se da una parte i Dubs hanno fatto bella mostra del loro gioco squisito, sembra quasi che coach Lue si sia conservato il proverbiale asso nella manica.

 L’intensità difensiva, per esempio, potrebbe avere ancora un paio di marce da scalare: ma sarà in grado di innestarle, dopo una stagione vissuta all’ombra di un attacco mai così prolifico? La risposta, direbbe un premio Nobel, soffia nel vento. Già in passato ci si accaniva sulle cattive letture ed errori di comunicazione dei Cavs in fase di contenimento, e nessuno muove uomini e palla meglio di Golden State; eppure il successo arrise a Cleveland.

Ma facciamo un passo indietro. Come fecero i Cavs a battere la corazzata Warriors nel giugno 2016, e come possono ripetersi nelle due settimane che verranno?

LA TARANTOLA NELLA STANZA

La rimonta avviata in gara 5 delle scorse Finals si fondò su un piano tattico ben preciso, anche se poco cortese. Bullizzare Steph Curry in qualsiasi modo consentito dalla legge, e poi un pochino oltre, per approfittare della sua scarsa propensione alla difesa e del recente infortunio.

 Preso a spallate su ogni zingarata intorno ai blocchi, raddoppiato anche a otto metri dal canestro, coinvolto in ogni pick and roll dal lato opposto del campo. Trattamento simile, ma meno violento, fu riservato a Klay Thompson. Battezzare al tiro un freddissimo Harrison Barnes si rivelò scelta azzeccata, mentre LeBron rallentava il motore dell’attacco Warriors occupandosi di Draymond Green.

Quest’anno ci sono un paio di caveat di cui tener conto. Steph non è reduce da un infortuno né da una stagione su di giri come quella che gli valse l’MVP: ha tirato il fiato quando serviva, si è appoggiato ai compagni, è forse maturato nelle scelte proprio grazie a quella sconfitta. I suoi limiti restano nondimeno evidenti, e coach Lue sa come sfruttarli, ma dalle parti della Baia sarebbero ben felici di impiegare Curry come esca se servisse a liberare Kevin Durant. 

Non è lecito parlare di elefante nella stanza, visto quanto si è discusso della sua scelta di salire sul carro degli Hamptons Five, ma l’inserimento di un top 5 della lega in una squadra già così forte è andato così liscio da passare quasi in secondo piano. KD è un autentico incubo tattico per i Cavs, su entrambi i lati del campo. In difesa si è dimostrato capace di agire da centro – per quel poco significato che il ruolo possa ancora avere – in quintetti piccoli. 

Può contestare meglio del legnoso Pachulia l’entusiasmo a rimbalzo di Tristan Thompson e infastidire Kevin Love in situazioni di low post, negando di fatto a coach Lue la possibilità di andare lungo. Per difenderlo le soluzioni sembrano tre, e probabilmente assisteremo a una girandola di tentativi già da gara 1. Nel migliore dei mondi possibili, metti LeBron James sulle sue tracce e lasci che il Prescelto svolga il suo lavoro. Per quanto il 23 sia sembrato sovrannaturale negli ultimi mesi, non si può pensare che un simile impegno in difesa non intacchi la sua efficienza in attacco. 

Sul rovescio della medaglia poi c’è scritto a chiare lettere: chi marca Draymond Green? Nell’economia del gioco Warriors, il ruolo del Dancing Bear è senza dubbio più importante (77.7 tocchi di media, 16.8 punti generati da suoi assist). L’alternativa salomonica è impiegare una serie di expendables: Iman Shumpert – che però dà il meglio sulle guardie, Tristan Thompson a tratti, oppure togliere dalla naftalina Derrick Williams e Richard Jefferson. Proprio sull’ex Nets ricadde la scelta di coach Lue al tempo della partita di Natale, ma i risultati non furono incoraggianti e negli ultimi tempi RJ indossa più spesso le cuffie per trasmettere il suo podcast che l’uniforme da gara.

 L’ultima possibilità è diabolica, una da high risk, high reward: battezzarlo sul lato debole equivarrebbe a piantarsi da soli il chiodo nella bara, ma invogliarlo all’uno contro uno con accoppiamenti sfavorevoli, questo è fattibile. Sarà interessante capire fino a che punto le difese incideranno su questo terzo atto della sfida, e quanto invece dipenderà da due attacchi diversi ma similmente efficaci. Probabilmente ci vorranno un paio di partite prima di esprimere una lettura in merito, ma si può avanzare un’ipotesi: concedere iniziativa e punti a Durant, se serve ad alterare il ritmo della motion offense dei Warriors, assume le sfumature di un affare per i Cavs.

CURVE, PARABOLE, PIANI

Dal punto di vista offensivo Cleveland ha poco da temere, nonostante si trovi di fronte quella che, dati alla mano, è la migliore difesa della lega. LeBron potrebbe tenere lezioni universitarie su come si attacca contro gli Warriors; ha imparato a farlo nel 2015, lasciato a piedi dagli infortuni di Irving e Love. 

Negli schemi dei Cavs la palla si muove meno (23% di usage per James, 49% di punti generati da assist contro il 56% dei Dubs) ma si esaltano le spaziature. Le letture di James hanno raggiunto lo stato dell’arte, agevolate da compagni che sanno dove farsi trovare e sono più che educati col pallone in mano; c’è da credere che King James non avrà difficoltà a rallentare il ritmo quel tanto che basta per infastidire i piè veloci dei Warriors senza mandare fuori ritmo i propri tiratori. 

C’è un paradosso che si chiama Kevin Love. L’ex Minnesota è alla miglior stagione in maglia Cavs e ha disputato una serie da protagonista contro i Celtics, eppure al cospetto dello small ball dei Warriors assume le sembianze di un buco nero tattico: coach Lue dovrà essere chirurgico nello schierarlo con la giusta lineup.

A mali estremi, Cleveland non avrà paura di ricorrere a situazioni di 1vs1, con Kyrie Irving che è tra i migliori giocatori del globo – pardon, piano – terracqueo nella specialità. Aspettiamoci numerosi blocchi tra lui e James per prendere di mira gli anelli deboli della difesa Warriors, che adottano lo switch sistematico. A ogni modo, Uncle Drew è più che capace di segnare in faccia a difensori designati; la curva di apprendimento necessaria per stargli dietro è ben più arcuata di come, a suo modo di vedere, si presenta la superficie terrestre.

Blue Whale, giorno 35. Svegliatevi alle 4.30, invitate Kyrie in una palestra deserta e difendetelo finché non smette di segnare

Un altro punto su cui coach Lue può far leva è la presenza nel pitturato, con conseguente controllo dei rimbalzi. Una faccenda delicata, perché i Warriors sono una di quelle squadre che può vincere anche cedendo il predominio dei tabelloni; Golden State è peraltro più efficace degli stessi Cavs nel realizzare punti nei pressi del canestro (16 punti GSW, 10 CLE), grazie ai facili smarcamenti generati dalla motion weak

Gioverà ricordare il ruolo di Tristan Thompson tra le chiavi di volta delle ultime Finals, fondamentale quando in grado di alzare il volume a rimbalzo offensivo (cattura il 16,6% di quelli disponibili), e non è peregrino ritenere che Pachulia offrirà meno resistenza del roccioso Bogut. I Dubs non segnano così tanto in transizione (dodicesimi nella lega), ma sporcare l’avvio dell’azione offensiva permette di registrare la difesa coi giusti accoppiamenti, limitando i già citati communication breakdown.

Se da una parte il quintetto dei Warriors non sfigurerebbe per intero in un All Star Game, è pur vero che nella Baia hanno rinunciato a qualcosa – oltre alla simpatia di una parte del pubblico – per assoldare Durant. La panchina, che fino allo scorso giugno si esaltava al grido di strength in numbers, è ridotta all’osso con David West e Andre Iguodala in calo. Anche per questo motivo Kerr, o Mike Brown in sua vece, propone per pochi minuti la versione aggiornata della death lineup

In Ohio, invece, c’è l’imbarazzo della scelta. Kyle Korver (41.5% da tre) e Deron Williams (50%) si sono integrati nelle rotazioni e offrono esperienza ad altissimo livello, col secondo che si abbina con insospettabile naturalezza con Kyrie Irving supportandone gli istinti da scorer. Con meno responsabilità sulle teste poco pensanti di Shumpert e JR Smith, si può approfittare delle serate in cui hanno la luna dritta; ricordiamo che JR ha in canna – no pun intended – la partita da 25 punti in qualsiasi serie. Korver e Williams sono anche attori non protagonisti del quintetto che fa brillare gli occhi a chi sogna una pallacanestro liquida e positionless, insieme a Kyrie, Channing Frye (52.6% dall’arco) e l’onnipresente/potente James a fungere da playmaker o da centro estrapolando l’ordine dal caos. 

Sarà interessante capire se e come coach Lue declinerà questa lineup, considerando il rischio di presentare Frye in una serie dove chiunque indossi una canotta gialla e azzurra può attaccarlo dal palleggio – ma con Kevin Love, sebbene più solido, si palesa il medesimo dilemma.

Americani: col senno di poi, non sarebbe stato meglio votare lui? Scommettiamo che Popovich l’avrebbe preferito a Trump – e il buon JR non avrebbe mai twittato covfefe

INSEGUIRE I FANTASMI

La parabola di LeBron James, ormai pluridecennale, è curiosa. Da prescelto a villain, sempre ben calato nella parte, passando per perdente nel primo anno a Miami. Nemmeno il ritorno nella natia Cleveland è servito a ricondurlo tra le file dei buoni. Tuttavia, come sempre accade per eventi troppo grandi perché la storia resti parziale nei loro confronti, arriva un punto in cui la riflessione sul valore del giocatore rasenta l’unanimità, e si concorda sul posto che gli spetta nella memoria del gioco. Non ci si scandalizza più quando qualcuno solleva il dubbio: “riparliamone quando tutto sarà said and done, ma potrebbe essere il più forte di sempre”. Anche lui lo sa, e non pecca di supponenza quando rivela la motivazione che lo guida, a 32 anni, alla caccia del quarto anello. Quel fantasma che prima di lui portava il 23 sulla schiena.

Inutile girarci intorno: le Finals 2017 saranno l’ennesimo appuntamento di LeBron James con la propria storia, che è anche la storia della pallacanestro. Il bello è che le due strade si incrociano con la narrativa che stanno portando avanti gli Warriors, forse la squadra più forte di ogni epoca. Il LeBron che si prepara ad affrontare per la terza volta Golden State ha tutte le carte in regola per indirizzare la serie dovunque desideri. 

Si è migliorato nel tiro da tre punti – non guardate solo le statistiche, ma notate la tecnica – ed è dunque più pericoloso che mai in isolamento. Gestisce meglio il proprio ritmo e quello della partita, e ciò gli permette di giocare 40 minuti di media senza sprecare energie. Nel basket che si è cucito intorno, si muove a piacimento tra perimetro e pitturato e in difesa sa intervenire dove c’è più bisogno.

Tra lui e il fantasma che insegue, però, ci sono di mezzo i Warriors.

Post By Andrea Cassini (81 Posts)

Scrittore e giornalista in erba – nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall’ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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4 thoughts on “La vigilia dei Cleveland Cavaliers

  1. Sempre articoli molto completi ed interessanti.
    Ma secondo voi perchè nessuno ha mai provano una difesa a zona contro GS?
    Probabilmente la mia domanda sarà anche stupida ma in questi giorni sto facendo overdose di previsioni e video tecnico tattici di tutte le varie emittenti americane e mi sembra che, prevenuta la fase transizione che reputo praticamente indifendibile con quei 4 in quattro in campo e Green che fa il play dal rimbalzo, il gioco dei Warriors è tutto sul perimetro con rotazioni, tagli e scarichi (per farma molto semplice) che senso ha perdersi fra i blocchi e cambi?
    Poi capisco che il tiro da tre sia di suo abbastanza pericoloso ma nessuno pensa che sarebbe meglio avere la propria zona di competenza invece di cercare di seguire l’uomo?
    Ripeto forse sono uno stolto semplicione ma ho pensato fosse strano che nessuno. a quanto ne so, l’abbia mai provata come soluzione, probabilmente mi sbaglio.
    Grazie e buone finali!

    • In effetti non ricordo nessuno usare la zona contro Golden State. In genere “la zona” (ovviamente dipende dal tipo di zona) ti permette di marcare meglio un singolo giocatore molto forte nell’ 1vs1 mandando raddoppi su di lui, ma ha la controindicazione di lasciare comodi tiri agli altri giocatori. Contro i Warriors ovviamente la zona è molto rischiosa, con tutti i tiratori forti che hanno. Inoltre, se non hai una precisa assegnazione difensiva, i Warriors sono molto bravi a tagliare in area, ed a quel punto la difesa a zona è battuta, mentre a uomo puoi quanto meno switchare col tuo compagno… Se la zona è “ferma”, con ogni giocatore che pattuglia la sua zona, e i Warriors si muovono continuamente, come fai a marcarli?

  2. Ottimo articolo. Anche io come chi è intervenuto sopra ho pensato che ptovare una zona ogni tanto potrebbe essere interessante, ma credo che per prima cosa i Cavs debbano perdere meno palle, trovare continuità a rimbalzo e abbassare il ritmo, in una gara come quella 1 contro gli Warriors CLE non ha una singola possibilità, ma se quei tre fattori cambiano e qualcuno oltre a Irving&LBJ si mette a segnare le cose possono cambiare. Vediamo cosa accade con gara 2.

  3. La zona bisogna anche saperla fare, e rimanendo ai margini della cultura cestistica americana, difficile improvvisarsi esecutori perfetti. A memoria ricordo solo i Mavs averla usata con successo ad altissimi livelli, in tempi recenti. Sarebbe un tentativo interessante da osservare, ma resto dubbioso sulla sua efficacia. L’attacco dei Dubs, oltre a disporre di tiratori efficaci anche da 8 metri con conseguente allungamento del campo, è molto più versatile quest’anno con Durant. Se poi andiamo a vedere, James spesso difende “a zona” (come del resto Green) ma in questa serie probabilmente gli sarà vietato proprio dalle attenzioni che richiede Durant

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