Anche questa volta, per il terzo anno filato, le Finals vedranno come protagoniste i Cleveland Cavaliers e i Golden State Warriors, ciascuna campione in una delle ultime due edizioni, e prossime ad una “bella” tra titani che sarà una prima volta assoluta nella storia NBA; rispetto alla passata stagione, entrambe le franchigie si sono rinforzate a dismisura, giocano bene, e arrivano all’epilogo di questo 2016-17 cavalcando record e triturando senza troppi complimenti i malcapitati avversari.

Abbiamo vissuto dei Playoffs in tono minore (con le dovute eccezioni di Boston-Washington, e, in parte, di Chicago-Boston e San Antonio-Houston) anche per “colpa” del netto predominio di queste due autentiche powerhouse cestistiche; se Cleveland è in primis la diretta emanazione del dominio del miglior giocatore al mondo –un LeBron James devastante– i Warriors sono viceversa l’epitome del gioco di squadra, declinato però attraverso sublimi individualità.

Che vinca LBJ o i Dubs, questa serie contribuirà a scrivere la storia dell’NBA, e ci consegnerà, oltre all’inevitabile (e insopportabile…) accanimento contro gli sconfitti, un vincitore da consegnare al Mito sportivo, sia esso un giocatore leggendario (LeBron, che “usa” il 31.9% dei possessi di Cleveland) o una squadra straordinaria (i Warriors: la franchigia NBA ad aver vinto più partite nell’arco di un triennio).

Dubs-Cavs III inizierà il primo giugno (ore 3 della mattina italiana di venerdì 2), e metterà ancora una volta a confronto LeBron James e Steph Curry, le due stelle più scintillanti in una parata di superstar NBA (Kevin Love, Kyrie Irving, Klay Thompson, Durant e Draymond Green), comprimari d’altissimo livello (da Tristan Thompson a Channing Frye, senza dimenticare David West e Andre Iguodala), e due allenatori afroamericani (la sfida tra Mike Brown e Tyronn Lue sarà la prima dal 1975, a questo livello, tra due coach neri).

L’esito dei due primi episodi di questa saga recita 7 vittorie per G-State e 6 per Cleveland (l’anno scorso lo scarto nella serie fu di appena 4 punti complessivi), entrambe giunte al proscenio più ambito seguendo un percorso assai netto: LeBron e soci sono 12-1, mentre gli Splash Brothers hanno aggiornato il libro dei record, con 12 vittorie consecutive, senza sconfitte. Attenzione però, quest’apparente equilibrio non implica necessariamente che le forze in campo siano effettivamente pari, anche perché gli avversari affrontati non erano dello stesso livello.

In questo senso, la favorita del pronostico sembra proprio essere la formazione guidata da coach Brown, che sostituirà Steve Kerr anche nel corso della serie di Finale, la seconda della sua carriera dopo quella del 2007, quando allenava Cleveland, e perse malamente 0-4 contro i San Antonio Spurs di Duncan, Ginobili e Parker. “È come nel Re Leone”, ha scherzato l’ex assistente di Gregg Popovich: “è il Cerchio della Vita”.

Steve Kerr, afflitto ancora dai suoi ormai cronici problemi alla schiena, seguirà la squadra e sarà presente in spogliatoio così come in allenamento, ma è a mezzo servizio (altrimenti starebbe anche in panchina, magari su un “trono” ergonomico come quello che usava Phil Jackson) e tutti si chiedono se Brown, persona garbata e grandissimo lavoratore, saprà gestire certe scelte e la relativa pressione, con la stessa levità di Kerr.

Battuti un anno fa negli ultimi possessi di una Gara 7 di stordente bellezza, i Golden State Warriors si sono presentati al training camp di ottobre dopo una pesante ristrutturazione del roster, che ha visto partire Harrison Barnes (negativo nel corso delle Finals ’16, ma reduce da un’ottima stagione con la maglia dei Dallas Mavericks) e Andrew Bogut, per creare lo spazio utile a firmare Kevin Durant, transfuga dagli OKC Thunder, tra mille, ovvie, polemiche.

Completata la rotazione con Zaza Pachulia e David West, oltre al positivo rookie Patrick McCaw, i Dubs hanno da subito giocato un basket stellare, inanellando vittorie e cifre da capogiro, innestando senza colpo ferire un pezzo grosso del calibro di durantula in uno spogliatoio con tre All-Stars di primo piano (Curry e Thompson, ovviamente, ma anche Draymond Green).

Merito dell’organizzazione dei Warriors, che ha costruito un gruppo sano e funzionale, oltre che del sistema di coach Kerr (ispirato ai principi dell’Attacco Triangolo e della Princeton Offense), perfetto per magnificare le qualità di chi sa davvero giocare a basket indipendentemente dalle caratteristiche tecniche.

Il risultato è una Regular Season da 67 vittorie e 15 sconfitte, nella quale tutti hanno sacrificato le cifre (tranne Klay Thompson, che curiosamente, ha continuato con lo stesso contributo statistico, con e senza KD) in nome di un traguardo da tagliare attraverso il gioco di squadra. L’epica cavalcata dei Warriors è proseguita nei Playoffs, che li vedono titolari di un margine medio di vittoria di 16.3 punti, il più alto di tutti i tempi per una franchigia approdata alle Finals.

Per dare una misura del dominio giallo-blu, è opportuno ricordare che il precedente record apparteneva ai Los Angeles Lakers del 2001 (quelli che arrivarono in Finale imbattuti), capaci di tenere lo scarto medio a 15.5 punti, poi ci sono i Bucks del ’71 (il quel caso, lo scarto fu di 15.4 punti a gara) e i Lakers del ’87, che tennero gli avversari a -15.

Il dominio sarebbe stato forse meno netto se durante Gara 1 delle WCF, con gli Spurs avanti di 21 punti, Pachulia non avesse messo un piede malandrino nel cilindro di Kawhi Leonard, la cui caviglia dolorante non ha retto all’ennesimo trauma, confinandolo in borghese per il resto di una serie diventata improvvisamente molto facile, tanto e tale era il divario tra la formazione guidata da Popovich e i beniamini della Oracle Arena.

Non sapremo mai quanta volontarietà ci sia stata in quel gesto, e lo stesso Leonard ha centellinato qualche parola sull’argomento (sennò non sarebbe Kawhi…) per scagionare il centro georgiano, mentre il suo allenatore, Pop, c’è andato giù duro, come anche il leggendario tifoso-Spurs che ha citato Pachulia in tribunale. Purtroppo quell’infortunio (aggiuntosi a quello occorso a Tony Parker) ci ha privato della possibilità di vedere una WCF più equilibrata e tatticamente interessante.

Per quel che vale, con Leonard in campo San Antonio era stata capace di governare il ritmo, chiudendo il verniciato (dove Pau Gasol non impressiona per rapidità in aiuto, ma in compenso sa far valere la sua verticalità) rallentando le penetrazioni e imponendo la legge di LaMarcus Aldridge (calato vistosamente alla distanza) e del catalano.

Per com’è strutturata –con quattro esterni e Tristan Thompson– Cleveland non potrà proporre il medesimo motivo tecnico (non ha un vero e proprio stoppatore da mettere a centro-area, e il suo unico giocatore di post è Love, che non ha i centimetri di Aldridge e Gasol) ma dovrà certamente inventarsi qualcosa per costringere i Dubs alla circolazione perimetrale, negando le ricezioni sui tagli che sarebbero esiziali per la difesa dei Cavs e per le ambizioni di King James.

Rispetto all’anno scorso, Stephen Curry arriva alle Finals in condizioni fisiche molto migliori (non diciamo “perfette”, perché nessuno, a questo punto della stagione, sta davvero bene, come ha di recente ricordato il Gallo, intervistato da Flavio Tranquillo) e Tristan Thompson, monumentale nel tenerlo sui cambi, potrebbe non avere più lo stesso successo.

La possibilità di schierare contemporaneamente tre esterni dal tiro mortifero, abili palleggiatori e passatori, impegnerà assai la difesa di coach Lue, farcita di difensori rivedibili, a partire da Kyrie Irving e Kevin Love, due stelle indispensabili in attacco che però dovranno pur marcare qualcuno, quando ci sarà in campo la “death-lineup” composto da Curry, Thompson, Iguodala, Durant e Green.

Un anno fa i Warriors, avanti 3-1 in Finale, si ritrovarono a rimpiangere le energie (fisiche e mentali) spese per battere il record dei Chicago Bulls (72-10, nel 1996). Questa volta invece, Golden State si è potuta permettere di dosare le forze, facendo riposare chi era stanco. Curry è il maggior beneficiario di questa cura: sta tirando il 50% dal campo (43% da tre) con 28.6 punti di media, conditi da 5.5 rimbalzi e 5.6 assist, ed è sceso da 4.2 a 3.3 palle perse; sono cifre che non rendono la ritrovata fiducia e la leggerezza con cui l’ex guardia di Davidson scende in campo ogni sera per dipingere basket e mietere vittorie.

A proposito della Finale dello scorso anno, Draymond Green ha detto che: “I Cavs se la sono presa. Adesso ce la vogliamo riprendere noi; è nella natura di chi vuole competere, è l’atteggiamento di tutta l’organizzazione: riprenderci ciò che ci è stato tolto. Se non hai quest’attitudine, penso proprio che tu ti stia fregando con le tue stesse mani”.

Così ragionano i veterani delle due finali precedenti, ma c’è grande attesa per Kevin Durant, che si gioca una bella fetta della sua reputazione, e torna a questo livello dopo aver perso contro i Miami Heat di James, Wade e Bosh, nel 2012, quando aveva 23 anni e tutti pensavano che per quei Thunder fosse solo questione di tempo.

In realtà, gli infortuni (quelli occorsi a Russ Westbrook per mano di Pat Beverley, e a Serge Ibaka, durante la sfida contro gli Spurs nel 2013) e qualche passaggio a vuoto gli hanno negato l’opportunità di tornare a giocarsela contro LBJ, che nel frattempo, è sempre arrivato alle Finals (sia pure nella ben più debole Eastern Conference).

KD ha detto a The Undefeated di ritenere la propria decisione di aggregarsi ai Warriors “giusta al 100%, comunque finisca la Finale”, confermando il desiderio espresso in estate, quando parlò della voglia di vincere, certo, ma anche di appartenere ad un tipo di cultura sportiva sconosciuta in Oklahoma, e pazienza se il pick-and-roll tra Curry e Durant non si è praticamente mai visto (e pensare a quante varianti può originare…).

In questa serie tra formazioni che si conoscono a menadito (e non si amano particolarmente), Durant rappresenta una nuova variabile in attacco (chi lo marca?), e soprattutto in difesa, dove il suo contributo inizia appena a essere riconosciuto: Durant è un rim protector d’insospettata fisicità, capace di tenere al 48.7% le percentuali di chi lo affronta entro i due metri dal ferro.

Mike Brown, allenatore attento ai dettagli difensivi se ce n’è uno, tenterà d’intralciare il meccanismo d’attacco dei Cavs, un sistema collaudato costruito attorno alla prepotenza atletica di LeBron e ad una pletora di formidabili tiratori appostati dietro l’arco, con un Kyrie Irving sempre sul pezzo e pronto a salire di livello alla bisogna, come visto in Gara 4 contro Boston, quando i suoi 42 punti hanno spento ogni velleità di Al Horford e compagni.

L’esito di una serie dipende dalla miscela giusta tra match-up individuali e lavoro di squadra; quanto più la staffetta (Iguodala, Durant, Green, e, se dovesse servire, anche Matt Barnes) riuscirà a “tenere” contro James, minore sarà l’esigenza di ruotare in aiuto, esponendosi alle conclusioni da dietro l’arco.

Cleveland effettua quasi 29 penetrazioni di media a gara, dalle quali nascono conclusioni al ferro e tiri da tre. I Warriors dovranno scoraggiare in tutti i modi le zingarate di Irving e LeBron, per evitare di caricarsi di falli e concedere tonnellate di piazzati piedi per terra a gente del calibro di Kyle Korver (41.5% da tre), Kevin Love (47.5%), Channing Frye (52.6%), Deron Williams (50%).

Cumulativamente, Cleveland tira il 48% dagli angoli e ricava da dietro l’arco il 37.5% dei suoi punti, ma grazie alla premiata ditta LeBron & Irving e ai vari Richard Jefferson, JR Smith e Iman Shumpert, vanta anche il 45.2% dalla media distanza, e il 65.9% nella restricted-area sotto canestro. Sono numeri da capogiro, per un attacco davvero spaziale, al netto di qualche isolamento di troppo (il 15.2%).

Brown conosce benissimo LeBron James (lo ha allenato per cinque anni, anche se parliamo del James pre-South Beach), e sa che LeBron non si ferma (tant’è che anche nel momento di massima difficoltà contro i Celtics, ha dispensato momenti di pura poesia) ma si può contenere.

Dopo LeBron, il secondo problema difensivo è rappresentato dalla presenza di Kyrie Irving, supremo palleggiatore (se ne conoscete uno migliore dai tempi di Isiah Thomas, presentatecelo), capace di finire nel traffico con grande creatività, e titolare di un tiro da fuori che non fa prigionieri, sui quali costruisce i suoi 24.5 punti ad allacciata col 46.6% dal campo.

La sua marcatura spetterà quando possibile a Klay Thompson, ma vale lo stesso discorso che per James: questo genere di giocatori è arginabile solo con uno sforzo collettivo, pena, ritrovarsi in balia delle esitazioni dal palleggio di quest’autentico maghetto, le cui doti da “closer” non sono sufficientemente riconosciute, com’è normale, visto che vive all’ombra di James.

Può darsi che una marcatura così impegnativa sia quel che serve a Klay, difensore di razza, per trovare ritmo in una post-season che non l’ha visto in forma smagliante; viaggia a 14.4 punti di media, che rappresentano il suo minimo in carriera (oltretutto con un tremendo 38.3% dal campo, segno che non ha semplicemente lasciato il proscenio a KD e Curry).

Tutti gli altri giocatori di Cleveland sono marcabili (fatto salvo per gli occasionali exploit di JR) e Brown cercherà quanto più possibile di dirottare il suo difensore peggiore (Steph, ovviamente) su uno dei tiratori appostati –idealmente sul lato forte, così da non dover aiutare– ricavandone anche un gradito riposo-extra per il suo miglior attaccante, mentre Cleveland proverà a coinvolgerlo in situazione di pick-and-roll (e attenzione al P&R tra Irving e LBJ).

Il piano offensivo di Golden State passa per le mani di Curry, ma, rispetto all’anno scorso, non gli si chiederà di strafare, quanto piuttosto di scegliere dove e come colpire. Se i Cavs difenderanno di squadra per costringerlo sul perimetro, gli altri Warriors sapranno approfittare dello spazio concesso tagliando verso il canestro, senza dimenticare Kevin Durant, che può pagare cauzione isolandosi, e costruendo tiri dal nulla, come gli chiede coach Brown, molto meno interessato al flusso e più attento ai miss-match rispetto a Steve Kerr.

Nel corso della Finale di Conference contro Boston, i Cavs hanno ritrovato anche Kevin Love, autore di una serie d’alto livello (22.6 punti di media e 12.4 rimbalzi, con il 53% da dietro l’arco!). Al terzo anno di esperienza di Playoffs, l’ex Bruin non è più il corpo estraneo di un tempo (racimolò 7.3 punti di media e 5.9 rimbalzi nelle scorse Finals), e anzi, adesso riceve palla nei suoi comfort-spots in post basso, dove può far valere tecnica e stazza.

Green e Durant dovranno costringerlo a tirare solo jumper dalla media, negandogli il più possibile le ricezioni in verniciato; l’estrema ratio sarebbe David West, ma l’ala del New Jersey potrebbe trasformarsi in un boomerang, rendendo molto meno spaziato e pericoloso l’attacco dei Warriors, che ha solo da guadagnare con Love ad inseguire un esterno mobile capace di aggredirlo dal palleggio o di batterlo tagliandogli alle spalle.

Non abbiamo ancora aperto il capitolo-lunghi, che viceversa potrebbe riservare delle sorprese; Zaza Pachulia (e il suo sostituto, McGee) hanno disputato degli ottimi Playoffs, pattugliando il verniciato e dedicandosi a finire nel traffico dopo aver (bloccato e) tagliato. Dovranno pareggiare l’intensità di Tristan Thompson, giocatore indispensabile nello scacchiere di Lue per capacità di catturar rimbalzi (16.6% di quelli offensivi, ma solo 16.4% in difesa).

Siccome amano andare small, si tende a sottostimare l’efficienza a rimbalzo dei Warriors, che pure, sono secondi per percentuale di rimbalzi contestati, e sono vicini ai Cavs per percentuale di rimbalzi catturati su 100 possessi, il che renderà ancor più cruciale quest’aspetto del gioco.

Garantirsi secondi possessi e toglierne a Cleveland significherebbe più possibilità di correre e alzare il ritmo (i Warriors segnano oltre 20 punti in contropiede e preferiscono un “pace factor” alto) anche se Golden State non è al suo meglio in campo aperto; sono dodicesimi in punti in transizione per possesso, e tirano in questa situazione un misero 48%, ma quel che conta davvero per loro è tenere alto il numero di possessi, anche a costo di perdere qualche pallone.

Cleveland concede molti punti in situazione di taglio (sono la sesta peggior difesa in questa situazione) mentre G-State segna 16.1 punti sui 12.3 cuts di media che effettua, nel 21.7% dei suoi possessi. Cleveland è ottima nel recuperare, ma è una difesa incline alle disattenzioni, e quindi da aggredire senza tentennamenti.

Coach Lue non potrà puntare tutto sull’attacco, perché i Warriors possono pareggiare l’efficienza offensiva dei suoi, e allo stesso tempo, i Dubs sono la miglior difesa NBA, nettamente superiore a tutte quelle fin qui incontrate dai Cavs, il che ragionevolmente dovrebbe abbassarne (almeno un po’) la strepitosa produttività offensiva.

Il problema per Golden State può essere l’abitudine a chiudere le partite presto: non sono usi a gestire possessi punto-a-punto, contrariamente ai Cavs, che in quel genere di situazione hanno sì perso Gara 3 in casa contro i Celtics, ma sanno benissimo come comportarsi, e s’era visto anche a Natale, quando batterono i Dubs in rimonta sul filo di lana, replicando l’impresa di Gara 7, con quegli ultimi due minuti che i giocatori dei Warriors hanno rivissuto infinite volte nella loro testa.

Se Golden State riuscirà a indirizzare la serie, tenendo il ritmo alto e continuando a trovare punti coi tagli, fermando al contempo quanto più possibile l’attacco dei Cavs, potrebbe dilagare, come auspica Draymond Green, ma se la Finale dovesse trasformarsi in una bagarre dai ritmi più contenuti, Cleveland ne uscirebbe avvantaggiata, pagando meno dazio in difesa, e sfruttando gli isolamenti di LeBron per costruire canestri facili.

Se avete sofferto gli stenti durante questi Playoffs, preparatevi, perché questa Finale promette di riservarci uno spettacolo che ricorderemo per anni a venire, e che racconteremo ai nipotini!

Post By Francesco Arrighi (199 Posts)

Seguo la NBA dal lontano 1997, quando rimasi stregato dalla narrazione di Tranquillo & Buffa, e poi dall’ASB di Limardi e Gotta.
Una volta mi chiesero: “Ma come fai a saperne così tante?” Un amico rispose per me: “Se le inventa”.

@francescoarrigh

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2 thoughts on “I Warriors e il momento della verità

  1. Dopo dei playoff, dobbiamo ammetterlo, un po’ deludenti e con partite non eccezionali(tolti alcuni episodi)queste finali, sulla carta, si presentano però come fra le più affascinanti degli ultimi anni. chi vincerà la miniserie?meglio la mega-squadra imbattuta e macchina da punti con tanti fenomeni di GS oppure una squadra gerarchica e disciplinata con LBJ e i suoi scudieri? Difficile dirlo. Darei una possibilità in più agli Warriors perchè sono veramente troppo forti, hanno almeno 4 giocatori che possono fare una gara da 30 punti+ 10 fra rimbalzi o assist in ogni occasione, ma questo non garantisce nulla. Gli Warriors infatti sono anche un team dove potrebbe scoppiare una bomba nel caso le cose si mettessero male, Green potrebbe far saltare il tappo come lo scorso anno, ma penso anche che l’esperienza dello scorso anno li farà ragionare. I Cavs mi sembrano più una truppa d’assalto che sa cosa fare: king James è il Capo indiscusso, poi Irving poi gli altri a seguire che sanno che le loro possibilità passano prima del Re e che loro devono fare il loro compito e hanno le doti per farlo. Le panchine si equivalgono più o meno, gli allenatori non sono dei geni, ma conoscono i loro giocatori e l’ambiente delle Finali essendoci stati. Insomma il piatto è apparecchiato per delle belle gare speriamo che lo spettacolo ci sia. Let’s go!

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