Dopo la partita di Natale tra Warriors e Cavaliers, quella finita coi fuochi d’artificio, ci chiedevamo: abbiamo appena assistito a un sequel delle Finals 2016 o si trattava di un antipasto di quelle che vedremo l’anno prossimo?

Poco più di due mesi dopo qualcosa è cambiato e ci poniamo domande diverse. Saranno le solite rivali a contendersi il titolo 2017 o s’inserirà nella lotta un terzo incomodo, magari anche un quarto?

Cleveland sembrava di un altro pianeta rispetto alla concorrenza nella Eastern Conference ma ora deve rintuzzare gli attacchi di Celtics, Raptors e dei sorprendenti Wizards.

Dalle parti della baia invece non solo falliranno il tentativo di eguagliare il record di vittorie dello scorso anno, ma rischiano di perdere il primo posto in favore dei lanciatissimi Spurs, con Rockets e Jazz che aspettano sulle rive del fiume, non si sa mai che passasse il cadavere del nemico.

L’ultimo mese di regular season si prospetta più intrigante del solito, ravvivato da questi e altri temi. Cosa dobbiamo aspettarci dalle prime della classe in attesa dei playoff?

QUI CLEVELAND

LeBron James non è fatto della nostra stessa sostanza, ormai dovremmo averlo capito. A 32 anni e con una squadra competitiva a sorreggerlo ci si aspetterebbe un calo, meno minuti in campo per tirare il fiato.

Invece King James è una macchina e resta fedele al proprio credo: un leader deve guidare con l’esempio, e al netto di noie fisiche resta sul parquet 38 minuti.

Come se non bastasse, mentre tutti sono distratti a guardare Westbrook e Harden (coi secchioni che si appassionano a Leonard e gli alternativi a Isaiah Thomas) lui mette su una stagione degna del titolo di MVP; coach Tyronn Lue non ha dubbi a riguardo.

Cifre alla mano, buttando anche un occhio all’efficienza, si tratta di una delle campagne più brillanti della sua carriera, forse la migliore. Sicuramente non ha mai fatto meglio delle 10 triple doppie e di quel 8 abbondante nelle tabelle rimbalzi e assist. Impressionante anche il 38% al tiro da tre – percentuale che ha fatto gridare allo scandalo qualche giorno fa quando il mondo si è accorto che aveva scavalcato quella di Steph Curry.

Il volume di tiri è ovviamente più basso, ma la difficoltà delle soluzioni è similare. Ben lungi dal suggerire che James sia tiratore migliore di Curry, il confronto dimostra però che un campione può migliorarsi anche dopo le trenta primavere.

Quel che più colpisce è il dato dello usage, di cui tutti ci sentiamo più esperti dopo averlo sviscerato per spiegare le triple doppie di Westbrook. La cifra totalizzata dal 23 è ai minimi storici e basta assistere a qualche minuto di una partita per accorgersi che i Cavs sono meno LeBron-centrici che in passato.

Al terzo anno insieme il gruppo di coach Lue ha sviluppato una buona chimica e la palla, se ci sono le condizioni giuste, scorre che è un piacere. La ricerca del buon tiro è spesso premiata dalle percentuali dall’arco (le 25 triple rifilate a Atlanta sono un nuovo record) e non è raro assistere a sequenze del genere.

Oltre a questo, dopo le scorse Finals LeBron ha celebrato l’investitura di Kyrie Irving e ora Uncle Drew si sobbarca più responsabilità, che non sembrano pesargli affatto. Anche Kevin Love aveva iniziato la stagione con ritrovata fiducia, un 20+10 di media che sapeva tanto di revival, prima del guaio al ginocchio che lo costringe ancora ai box.

Sono stati proprio gli infortuni a far traballare il castello di carte costruito dai Cavs, che fino ad allora sembravano inattaccabili. Prima JR Smith, poi lo stesso Love, due uomini spesso sottovalutati nelle rotazioni di coach Lue.

La loro assenza ha fiaccato la resistenza del Re e di Irving, ha esposto i limiti di una panchina profonda ma composta da specialisti, povera di sostanza. All’annoso problema dello spot di guardia – Iman Shumpert non è uno starter affidabile, l’esperimento DeAndre Liggins è fallito – è stata messa una pezza con l’acquisto di Kyle Korver.

Come atleta sembra ai titoli di coda, ma aggiungere un altro tiratore alla batteria quando disponi della point forward migliore al mondo nel servirli (quasi 300 assist per triple in stagione, fa meglio il solo Harden) non può essere una cattiva idea.

Tra un intoppo e l’altro, i Cavs hanno affrontato il primo mese perdente dal ritorno del Re, 7-8 a gennaio: a James non capitava dal 2010 e il suo orgoglio è rimasto ferito. Da buon manipolatore quale sa essere ha mostrato a stampa e dirigenza il suo lato bizzoso.

Si è prestato al battibecco con Charles Barkley e ha invitato Dan Gilbert a mettere mano al portafogli, come se non investisse già abbastanza nel monte salari più alto della lega. Prima voleva, parole sue, un fu**ing playmaker per dare il cambio a Kyrie. Poi però si è reso conto che gli avrebbe fatto comodo anche una fu**ing forward, e magari anche un fu**ing center.

Detto, fatto. Lo svincolato Deron Williams ci ha messo poco a vestire la maglia wine & gold, un professionista di spessore abituato al palcoscenico dei playoff. Prima ancora era arrivato in Ohio Derrick Williams, confermato a suon di contratti decadali, trasformato in un decente giocatore di pallacanestro dal tocco taumaturgico di James. Infine Andrew Bogut, per puntellare il reparto lunghi. Peccato che la tibia dell’australiano lo tradisca a pochi secondi dall’esordio, in un assurdo incidente di gioco.

La soluzione è recentissima e somiglia al proverbiale coniglio dal cilindro: Larry Sanders. Difficile capire che ruolo potrà rivestire in una squadra da titolo un giocatore ritirato da due anni, ma gioverà ricordare che ai tempi d’oro di Milwaukee Sanders era un rim protector di prima classe.

Resta da sperare che il buon Larry abbia deciso di tornare alla pallacanestro per passione e non per denaro, dopo essersi allontanato dallo sport professionistico in preda alla depressione.

Il primo posto di Cleveland nella Eastern Conference non sembra correre seri pericoli. Non premendo sul grilletto alla trade deadline Boston ha, di fatto, rimandato lo scontro al prossimo anno mentre Toronto vanta un Ibaka in più e convive con un Lowry in meno. Allo stato attuale delle cose l’avversario più minaccioso, perché imprevedibile, sembrano i rampanti Wizards.

Se i Cavs riuscissero a chiudere la regular season senza patemi potrebbero avvicinarsi ai playoff con la dovuta calma e l’organico infine completo, ma il tempo stringe. Se nel 2016 Tyronn Lue si era dimostrato coach di valore, spalleggiando un leader ingombrante come James e fornendo letture tattiche corrette alla squadra, quest’anno si parrà la sua nobilitate.

Plasmare un gruppo rinnovato in corso d’opera, amalgamare veterani sotto un’unica motivazione, improvvisare soluzioni tecniche col nuovo materiale a disposizione; chi ci riesce può dirsi un ottimo allenatore.

QUI GOLDEN STATE

“Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia” scriveva Sun Tsu nell’arte della guerra, e i Golden State Warriors provano una simile sensazione nei riguardi dell’infortunio occorso a Kevin Durant contro Washington, quando la collisione tra i colossi post-sovietici Pachulia e Gortat si è risolta in un’iperestensione del suo ginocchio sinistro.

Nulla di rotto, ma la diagnosi rimandata di un mese resta appesa come una spada di Damocle sopra le teste dei Warriors; la prospettiva più realistica è quella di disputare i playoff con un KD presente ma a mezzo servizio, tuttavia il futuro resta avvolto nella stessa nebbia che circonda il Golden Gate Bridge.

Non che a Oakland abbiano molto di cui lamentarsi, in verità. Quella agli ordini di Steve Kerr è una squadra mostruosa, l’attacco più prolifico della lega abbinato a una delle difese più efficaci, capace di schierare lineup mortifere con quattro all-star che amano passarsi la palla.

Non si loderà mai abbastanza l’inserimento di Durant nel gruppo, difficile quando gli ingranaggi sono già tarati a puntino, infatti gli Warriors sono cambiati più di quanto non sembri. In pochi mesi si è eretto a miglior realizzatore senza togliere spazio a Klay Thompson, che si temeva avrebbe risentito della presenza del nuovo compagno.

Cifre e responsabilità del numero 11 sono identiche all’anno 2016, un’ode alla sua costanza. In assenza di un punto di riferimento in difesa, tutta poggiata sul versatile Green che è guastatore in costante movimento, Durant si è reinventato pure animale d’area; i centimetri per catturare rimbalzi e stoppare – entrambi i dati al massimo in carriera – non gli mancano.

“Ci sono solo tre cose certe al mondo: la morte, le tasse e Klay Thompson”

I Warriors ora avvertono la mancanza della sua leadership silenziosa, senza Durantula hanno perso l’entusiasmo e si sono resi conto che funzionano solo quando vanno al massimo.

Per fare spazio agli Hampton Five hanno rosicchiato risorse tra i veterani della panchina e ora sono costretti a schierare in quintetto il rookie Patrick McCaw, a concedere ampi minuti al fantasma di Javale McGee e a pescare dalla raccolta differenziata di Sacramento il riciclabile Matt Barnes.

Sarà pure un valido interprete del 3 and D, ma la sua personalità irriverente rischia di fare a pugni, non necessariamente in senso metaforico, con l’altrettanto scanzonato Draymond Green. La mancata maturazione dell’ex Spartans genera incubi nel sonno di coach Kerr, che gradirebbe una flemma differente dall’uomo che regge squadra e spogliatoio sulle sue spalle massicce.

Incapace di imparare dai propri errori, il Dancing Bear continua ad esibirsi in calci volanti degni di un film con Steven Seagal, mentre inveisce coi compagni e punzecchia avversari. Nel caso di Paul Pierce il trash talking è sembrato un po’ fuori luogo, considerando che The Truth gioca in ciabatte e osserva la stagione dei suoi Clippers come un pensionato davanti al cantiere, impegnato in un farewell tour su toni ben più blandi di quello di Kobe Bryant.

La sintesi del tutto, tabellini alla mano, è che Golden State perde 5 delle ultime 7 partite, col mese di marzo che si apre in rosso. La faccia della crisi è Stephen Curry che incappa in uno dei peggiori shooting slump della carriera (4-31 dall’arco in un road trip di tre partite). Sa riaccendere la miccia in un istante, lo conosciamo, ma ancora una volta è il compagno Klay a spiccare nei momenti bui.

Lo chef è sconsolato, non basta a tirarlo su nemmeno quel “carry on, my son” sapientemente pronunciato da coach Kerr in favore di microfono. Il livello medio della Western Conference non è eccelso, ma la lotta per il primo posto è apertissima.

Mentre scriviamo gli Spurs completano l’aggancio nel pieno della loro consueta accelerazione post-All Star break, e con un Leonard così non rimpiangono nemmeno l’assenza di Lamarcus Aldridge, titolare di un’aritmia cardiaca da tenere sotto controllo. I Rockets hanno opzionato la terza piazza ma quando sarà tempo di playoff non guarderanno in faccia a nessuno. Dispongono della potenza di fuoco necessaria per abbattere qualsiasi rivale in una serie di 7 partite; per i Warriors non è un mistero quanto il tiro da tre punti possa dettare l’esito di una sfida.

La mappa di tiro di Steph è come al solito verdeggiante, ma il calo rispetto agli standard aurei a cui ci ha abituato si avverte dalla mattonella centrale e dal lato destro del campo

Al di là delle questioni tecniche, Golden State pare soffrire della stessa sindrome di Narciso che li sorprese lo scorso anno. Privi di motivazioni di fronte a un parco avversarsi troppo tenero, non affrontano col giusto mordente le prime difficoltà.

Ci volle una lavata di capo da parte dei Thunder per accendere l’animo competitivo dei Dubs nelle ultime finali di Conference, giusto un attimo prima che un miracolo firmato Thompson – e un mezzo suicidio sportivo di OKC – li salvasse dall’eliminazione.

Nelle Finals, la diabolica perseveranza nell’errore; per ammirarsi ancora un po’ nel loro riflesso lasciarono socchiusa la porta della rimonta e i Cavs la spalancarono.

Questo duello di fine regular season con gli Spurs è una novità che potrebbe temprare l’animo degli uomini di Kerr, fortificarli alla maniera degli spartani. Il loro più grande nemico, al momento, sono loro stessi, insieme al destino nebbioso del ginocchio di Durant.

C’è tempo fino a maggio perché gli elementi si allineino, e ci concedano quella sfida con San Antonio che finora ci è stata negata.

Post By Andrea Cassini (65 Posts)

Scrittore e giornalista in erba - nel senso che la mia carriera è fumosa -, seguo la NBA dall'ultimo All Star Game di Michael Jordan. Ci ho messo lo stesso tempo a imparare metà delle regole del football.

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