Camminare, incastrare impegni, caos.

In attesa di imbarcarmi e fare ritorno nella mia Bologna cerco disperatamente di riorganizzare i pensieri ma nella testa gravitano solo frammenti di memoria. Il tutto a una poco invidiabile velocità, comparabile a un qualunque sistema operativo windows.

Mi piace definirlo effetto Londra, un posto che ogni volta sa come attrarmi, shakerare le emozioni e lasciarmi in un piacevole stato confusionale, con l’eterna promessa di rivederci e continuare questo rapporto bislacco.

Un effetto moltiplicato all’ennesima potenza dalla presenza all’ombra del Big Ben della NBA, sbarcata in terra inglese per disputare (settima volta nella sua storia) una partita di stagione regolare: quest’anno le protagoniste sul parquet erano i Denver Nuggets (prima volta in assoluto di una squadra dell’ovest) e gli Indiana Pacers.

Ma andiamo con ordine.

Preparo il viaggio con ottimi propositi, l’idea è quella di presenziare ad ogni evento messo a disposizione dei media e concedermi qualche spazio per fare il turista, risultato: ovviamente degno della miglior armata Brancaleone.

Nemmeno il tempo di appoggiare un piede in terra straniera e devo letteralmente correre alle sessioni di allenamento di entrambe le squadre.

Citysport, una palestra universitaria, è la location non difficile da raggiungere, se non fosse per l’assenza di una connessione internet sul mio smartphone. Il ritorno all’età della pietra non mi spaventa, affido le mie speranze di orientamento a qualsiasi indigeno ispiri la mia fiducia e a qualche fugace connessione scroccata ad ogni Starbucks incrociato sulla mia strada.

Con viva e vibrante soddisfazione (cit.) arrivo in perfetto orario, nonostante la sensazione di aver sbagliato posto non mi abbandoni mai fino all’ingresso: nessun tifoso o curioso attende i giocatori, addirittura la presenza dei giornalisti infastidisce qualche avventore, strano rapporto quello tra gli inglesi e la pallacanestro. D’altronde, è pur sempre la patria del football.

Una scrollata di spalle sistema le cose: è tempo di parlare con i giocatori.
Come potete immaginare, quasi tutte le dichiarazioni rilasciate sono politicamente corrette, da contraltare la disponibilità e la verve dei giocatori davanti ai microfoni.

Volendo stilare una personalissima classifica parto da Jokic: approccia con un po’ di imbarazzo adolescenziale l’attenzione che il suo talento cristallino richiama, a volte dimentica che il serbo non è una lingua comprensibile ai più, ma è genuino nel rispondere e si illumina quando parla del suo hobby: il ragazzo nel tempo libero fa il sulky (il guidatore nell’ippica) ve lo riuscite ad immaginare?

Gallinari spazia dalle scuse di Mike Malone per le accuse rivolte ai veterani della squadra usando come mezzo i media a come un derby di A2 sia, ad oggi, la più bella partita vista in stagione per intensità di gioco e per pubblico presente e della delusione nel vedere l’Olimpia Milano naufragare a livello europeo.

Il vero MVP della mia tre giorni è però Ronald Jerome Jones per gli amici “Popeye”: l’attuale assistente allenatore dei Pacers ricorda divertito la sua parentesi italiana (disputò per la Aresium Milano la sua prima stagione da professionista) di come tra un piatto di carbonara (visto il fisico un po’ imbolsito non stento a credergli) e l’affetto di coach Luigi Bergamaschi sia cresciuto sotto tanti aspetti della sua vita professionale e privata consigliando a tutti i giovani di fare una significativa un’esperienza di vita lontano da casa.

La prima giornata termina con un’istantanea dedicata alla fuga di Larry Bird e alla apparizione di Isiah Thomas alla vista dei giornalisti: passano i tempi ma le vecchie abitudini restano…

Nonostante sia in piedi dalle 3:30 del mattino (molte grazie Ryanair) uso le ultime forze residue per lasciare un mio pensiero sulle vicende di Eurobasket 2015 ad un giornalista lituano e per visitare le attrazioni più vicine all’albergo con la voglia di svenire a letto il prima possibile.

Il secondo giorno scorre senza grandi emozioni giornalistiche: Paul George rimane inavvicinabile marcato stretto da due donne con più testosterone del sottoscritto. Mi dedico quindi alla raffinata arte della socializzazione: scoprire che Topolino, si il giornalino illustrato, ha un interesse nei confronti della NBA e discorrere di basket a 360° sono gli highlights della giornata, siamo tutti in trepidante attesa per la partita.

Un diluvio persistente decide di trasformarsi in neve proprio quando riesco a scorgere a distanza i mastodontici piloni della O2 arena che qualcuno vicino a me mormora siano pezzi di qualche Jaeger in disuso (se non avete mai visto Pacific Rim siete brutte persone).

Il freddo pungente ha raggiunto ogni giuntura possibile ma tutto diventa un ricordo quando Adam Silver si presenta in conferenza stampa: una ventina di minuti che scivolano via tra le cifre considerevoli che la NBA produce su scala mondiale, la necessità di cambiare le regole sui timeout nei minuti finali (per velocizzare il gioco), la posizione di interesse in merito alle dichiarazioni di George Karl sui dati forniti nei test antidoping ai giocatori, etc.

Assuefatto da tanta competenza e professionalità mi accomodo in postazione, la visuale sembra ottima solo un monitor LCD prontamente scollegato e nascosto da qualche parte interferisce, non mi resta che attendere la palla a due e godermi lo spettacolo.

La O2 è piena al limite del sold out, il parterre è quello d’eccezione, e il pubblico contrariamente a quanto visto durante le sessioni di allenamento, è partecipe e stimolato grazie anche ad una serie infinita di gadget sparati verso di loro da parte della mascotte.

Contro ogni pronostico Denver (5 sconfitte consecutive fino a quel momento), spinta dai canestri pesanti di Gallinari dai passaggi illuminati di Jokic e i continui voli sopra al ferro di Faried a inizio terzo quarto ha già la vittoria in pugno.

Indiana (5 vittorie consecutive sino alla trasferta europea) dal canto suo è impalpabile e fatica a far circolare la palla. Il grande atteso Paul George litiga con il ferro, Myles Turner soffre la fisicità dei lunghi avversari, l’unico ad essere in controllo è C.J. Miles e il suo tiro mortifero. Finiti i 48 minuti regolamentari il tabellone recita 140-112 per i Nuggets, un risultato che non ammette repliche.

Per quanto mi riguarda, l’ottima visuale si rivela una illusione durata il tempo degli inni nazionali, davanti a me (e non solo) c’è un costante via vai di addetti ai lavori, cheerleader e vagabondi vari. In tutto riesco a totalizzare 15 minuti di “visualizzazione live” gli altri li perdo nel cercare di ricollegare il monitor inizialmente tanto disprezzato e a urlare dietro a chiunque mi sosti davanti.

Persino Francisco Elson (ex giocatore NBA, ora cronista) seduto nella mia stessa area è in grave difficoltà e per un istante son sicuro di avergli sentito dire: “sembra di stare ad una sagra di paese”.

Alla sirena finale, in attesa delle conferenze stampa post partita, con un po’ di frustrazione addosso ho tempo per gironzolare attorno al campo e scambiare quattro chiacchiere con Vittorio Gallinari, gli argomenti spaziano tra il basket italiano di ieri e oggi e la situazione di Denver, squadra giovane che ha bisogno di almeno altri 2 anni per ottenere i risultati sperati, ovviamente sul futuro di Danilo nessuna risposta concreta.

La zona mista rimane l’ultimo obiettivo della serata, poter scattare qualche foto ricordo è ciò che desidero prima di archiviare questa divertente ma sfiancante esperienza.

Non posso di certo immaginare di trovarmi davanti Kevin Séraphin (ala grande dei Pacers) sinistramente desideroso di farsi intervistare dal sottoscritto. Un primo momento di impasse lascia spazio ad una piccola
conversazione informale dove il big man francese confessa il suo desiderio di poter disputare un match tra la sua squadra NBA contro qualsiasi avversaria, anche una selezione amatoriale, nella sua nazione, dove sicuramente la cornice di pubblico non sarebbe da meno rispetto a quella anglosassone, le vecchie abitudini non muoiono mai parte seconda.

Provo un ultimo disperato approccio con Paul George prima che inizi la sua conferenza stampa, ma i due mastini alle sue calcagna non lo mollano un secondo e onestamente la loro faccia non promette nulla di buono.

Con passo svelto raggiungo la metro, giusto in tempo per l’ultima corsa, mille pensieri scorrono ma una valigia da preparare, una doccia calda e un confortevole letto nella stanza n.104 hanno la priorità.

Ed eccoci qui, un gelido e impassibile tabellone comunica che il Gate 59 è aperto, mi rimane giusto il tempo per rinnovare la mia eterna promessa alla city (con buona pace della Brexit) riservare un immenso grazie alla NBA ed in particolare ad Alessandro Sansica della Pitch per l’ennesima chance.

Post By Michele De Rosa (6 Posts)

Twitter: @tobos84

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One thought on “NBALondon 2017: il meraviglioso caos della NBA

  1. Grande articolo!!
    Anche io ho preso l’aereo e sono fuggito 2 giorni a Londra per vedere la partita.
    Tolte le conferenze stampa sembrano le mie giornate di cui ricordo la partita/ esebizione e il meltin pot londinese….

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